“È stato il diavolo a farmelo fare!”

C’è un concetto, quello di capro espiatorio, che attraversa tempi e culture sempre uguale a se stesso. Quando non si conosce il perché di qualcosa di male che ci è accaduto, è forte la tentazione dell’essere umano d’ipotizzarne comunque una causa e possibilmente di oggettivare/personificare il male in qualcosa che possa essere esecrato o distrutto.

Diceva Nietzsche, è meglio una spiegazione che si sa essere falsa piuttosto che l’incertezza di nessuna spiegazione. È difficile rinunciare al bisogno di trovare motivi dietro a ciò che ci succede, specie quando si tratta di cose importanti.

Da questo punto di vista il diavolo è un capro espiatorio perfetto: tutto il male si può far dipendere da lui. È una categoria culturalmente accettabile e condivisa attraverso cui mettere a tacere quella fastidiosissima sensazione d’incertezza, oltre naturalmente al senso di colpa, nel caso in cui la stessa persona sia artefice di atti riprovevoli.

Così Rosa, nel racconto del collega De Vincentiis, alle prese con il problema che ogni ragazza ha di suscitare attrazione nei ragazzi, nell'escalation di ribellione ed emancipazione da briglie e bigotteria familiari - escalation alimentata dai tentativi di genitori ed esorcisti troppo zelanti di ricondurre la ragazza nell’alveo di ciò che loro considerano normale - manifesta comportamenti “diabolici”, in un certo senso dando ragione ai genitori e comportandosi in modo a loro comprensibile: se mi sono messa una minigonna non è perché sono una cattiva ragazza, ma forse è perché il maligno è entrato in me e me lo ha fatto fare. Un po’ per le assidue frequentazioni parrocchiali, un po’ per le suggestioni ricevute (“Sei forse sotto l’influsso di satana?”) Rosa finisce quasi per crederci davvero, cortocircuitando desideri e proibizioni e conformandosi suo malgrado a uno stereotipo impostole dalla cultura.

Il cervello usa ciò che sa per ottenere ciò che vuole. E se la possessione demoniaca è contemplata dal sistema di credenze, l’individuo può ricorrervi come a qualunque altra idea, nel tentativo di dare senso alla propria esperienza e adattarsi all’ambiente. Anche quando ciò significa comportarsi in modo disfunzionale. Da notare che ciò vale tanto per la presunta indemoniata quanto per i familiari, che vogliono veder confermato quello in cui credono.

Un sacerdote mio amico, esorcista, sostiene senza problemi che il 99% dei casi di presunta possessione che gli è capitato di vedere erano di competenza medico-psicologica, non sua. È necessario distinguere l’opinione che l’uomo della strada può avere sui fenomeni soprannaturali dalla posizione ufficiale della Chiesa. È possibile essersi formati una certa idea della possessione demoniaca ricavandola da film e libri, ma la cautela della Chiesa nel dichiarare possessioni, miracoli e altri presunti eventi soprannaturali come tali è ben nota. Poi è chiaro che essa, per necessità proprie e perché tali fenomeni fanno parte delle categorie di cui ammette l’esistenza, di tanto in tanto ne riconosce qualcuno. Ma sbaglierebbe chi pensasse che la Chiesa sia disposta a vedere il diavolo ovunque.

In conclusione: quando le persone definiscono le situazioni come reali, queste avranno conseguenze reali.

Copertina del libro

Copertina del libro.

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Trailer del libro:
http://www.youtube.com/watch?v=ICNvftttqLc