Il termine resilienza mutua il suo significato dalle scienze dei materiali e sottolinea la capacità di alcune sostanze di resistere, senza spezzarsi, agli urti e alle pressioni; soprattutto, sottolinea la capacità di detto materiale di riprendere la sua forma originaria.

Tale significato, nell’accezione trasposta alle scienze umane, in un individuo definito resiliente, indicherebbe la capacità di ricostruire un equilibrio di salute e benessere anche in seguito a situazioni fortemente avversive rispetto ad un'altro individuo che, invece, ne è meno o quasi per nulla capace.

Appare chiaro quanto il concetto di resilienza e quello di coping siano fortemente intrecciati (Wadsworth et al, 2009; Mikolajczak M, 2008). Ma è bene ricordare che la resilienza non é solo sopravvivere; ma é soprattutto la innata capacitá di leggere l’ esperienza come impronta indelebile impressa in qualche sito neurale a cui attingere al ripresentarsi dell’elemento stressogeno e, il costrutto di coping,  ne rimarca le strategie utilizzate per l'affrontamento.

In termini comportamentali, infatti, il coping è la scelta e l’attuazione , in base alla propria intelligenza emotiva, di strategie di coping tra una miriade di scelte modali offerte dall’ambiente. Il coping, analizzato da questo punto di vista , può essere appreso. Ma la resilienza? Alcune recenti ricerche su modelli animali rendono conto di quanto i due costrutti siano intrecciati e di quanto l’uno sfumi nell’altro in una soluzione di continuità.

La resilienza, secondo Boris Cyrulnik, il suo teorico maggiore e che ha avuto il merito di svilupparne il concetto in psicologia, è la “renaître de sa souffrance” , essa corrisponderebbe alla capacitá umana di affrontare le avversitá della vita, superarle e uscirne rinforzato o, addirittura, trasformato (Goleman D. 1995).E’ chiaro che, da questo punto di vista, il termine viene associato sempre con tensione, stress, ansietá, talvolta anche a catastrofi naturali. Insomma alle situazioni traumatiche possibili e inevitabili nel corso di qualsiasi esistenza. Gli studiosi, oramai di tutti gli ambiti, si son chiesti il perché della maggiore o minore resilienza negli individui.

Ne è nata una interessante letteratura che, partendo da ambiti prettamente sociologici, sta diramandosi anche in discipline che, qualche anno fa, guardavano il concetto con sufficienza considerandolo solo una speculazione teorica.

Andando oltre l’educazione all’infanzia-ambito in cui il concetto nacque- la letteratura parla di “psicoterapeuti resilienti”, di “coppia terapeutica resiliente”, di “famiglia resiliente”, di “comunità resiliente” , di “fattore resilienza in azienda”, di “atleti resilienti, NON resistenti” di “transgenerazionalità della resilienza” . Certo, non manca chi, come abbiamo già detto, nega completamente il concetto ma, di sicuro, la formazione italiana si incentra sempre più su strategie pedagogiche tipo “educazione alla salute e sviluppo di capitale resiliente” .

Il costrutto di resilienza, benché stia serpeggiando da un abbondante settantennio, ha goduto di una rinascita solo negli ultimi due o tre decenni. Era iniziata, come già detto, dalla necessità di indagare le radici della maggiore o minore forza d’animo nell’infanzia ed invece si è evoluta in un ampio, dinamico e stimolante campo di studi. Per Goleman, la resilienza non può prescindere “…dalla speranza e dalla fiducia nella possibilità di migliorare continuamente se stessi..” (2004) Già Bernard (1997) la individuava in competenza sociale, capacità di risolvere i problemi, autonomia, capacità di sentire e perseguire uno scopo e visione ottimistica del futuro.

Cinque attributi sottostanti la resilienza che- tutti gli autori concordano- la maggior parte delle persone possiede in misura differente; ma il possederli non significa automaticamente che, grazie ad essi, si possa far fronte alle avversità.

Se essi , infatti, non sono abbastanza strutturati, non permettono di agire l’ambiente e nell’ambiente in modo efficace.I vari autori son sempre sembrati tutti d’accordo anche sull’ eziologia ecologica di tali attributi: la resilienza- costrutto multidimensionale comprendente osservabili neurali, cognitive, morali e di forza relazionale- dipende da fattori presenti nelle famiglie, nelle scuole e nelle comunità in cui l’individuo cresce e vive.

In ambito psicofisiologico invece la resilienza finora è stata poco studiata ma l’indagine, partendo prima da studi prettamente misurativi di parametri psicofisiologici sugli umani, sta diventando-grazie a studi sugli animali- sempre più ad impronta evoluzionistica. Henning ammette “ ...

Sebbene l'importanza della resilienza sia stata riconosciuta, i sottostanti mediatori neurocognitivi non sono ancora stati identificati” ( Hennig-Fast K et al., 2009) La ricerca degli studiosi ha analizzato un gruppo di poliziotti traumatizzati durante lo svolgimento del loro lavoro. I soggetti erano già stai predeterminati, attraverso dei test, lowresilient e hightresilient; si è riscontrato che il gruppo lowresilient nell’esecuzione di un compito di percezione visiva e di memoria associativa ha dimostrato una minore attività ippocampale, paraippocampale e del giro fusiforme, tempi più lenti di reazione durante il recupero dei dati e, nel confronto col gruppo di controllo, ulteriori défaillances nell’ uso di appropriate strategie cognitive.

Un altro studio, di taglio più sociologico, sulla resilienza è stato effettuato su 3581 partecipanti di età compresa tra 50 o più anni, che avevano nella vita patito l'esposizione a uno o a più avversità consecutive come compromissioni limitanti della salute, lutti o separazione coniugale, povertà. I risultati, valutati anche in termini di salute fisica e di ripresa in caso di malattia, son stati i seguenti: la condizione socioeconomica non incide sulla resilienza, le donne sono in genere più resilienti degli uomini, le donne anziane sono più resilienti di quelle giovani.

Il sostegno della propria rete sociale, prima e durante le avversità, era il fattore che sembrava fare la differenza maggiore: essa infatti aumentava la resilienza fino al 60% rispetto a chi invece non aveva supporti sociali. Un altro studio( Waugh et al, 2008) partendo dal presupposto che, un aspetto importante della resilienza è il saper usare le proprie emozioni in modo flessibile anche in situazioni avverse e che, tale flessibilità, dovrebbe permettere all’individuo di utilizzare adeguatamente le risorse emotive durante eventi stressogeni e farne parsimonia durante eventi innocui; hanno testato, attraverso la risonanza magnetica funzionale, che in un compito di evocazione visiva di stimoli ad alta perturbativa, gli individui testati basso-resilienti presentavano una prolungata attivazione dell’insula sia alle immagini perturbative della loro sicurezza, sia a quelle neutre; mentre quelli con alta resilienza presentavano tale attivazione solo alle immagini ad evocazione minacciosa.

Questi dati fornirebbero la prova neurale che, in situazioni di minaccia, gli individui flessibili e resilienti sono in grado di regolare adeguatamente il livello di risorse emotive necessarie rispetto alla situazione, mentre gli altri difettano di tale capacità. 

 

BIBLIOGRAFIA:

-Goleman Daniel. Lavorare con l'intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro Milano, BUR, 2004

-Goleman D. 1995a. Emozione, ragione e cervello umano, Adelphi, Milano

-Hennig-Fast K, Werner NS, Lermer R, Latscha K, Meister F, Reiser M, Engel RR, Meindl T, 2009. After facing traumatic stress: Brain activation, cognition and stress coping in policemen. J Psychiatr Res. 2009 Apr 7.

- WadsworthME, Santiago CD, Einhorn L , 2009. Coping with displacement from Hurricane Katrina: predictors of one-year post-traumatic stress and depression symptom trajectories. Anxiety Stress Coping. 2009 Apr 3:1-20

-Waugh CE, Wager TD, Fredrickson BL, NollDC, Taylor SF. The neural correlates of trait resilience when anticipating and recovering from threat. Soc Cogn Affect Neurosci. 2008 Sep 2.

-Mikolajczak M, Petrides KV, Hurry J.,200. Adolescents choosing self-harm as an emotion regulation strategy: The protective role of trait  emotional intelligence. Br J Clin Psychol. 2008 Dec 2