UNA VITA FATTA DI NUMERI

di Massimo Scorretti

L’individuo non ha età. Catalogare il suo frammento esistenziale attraverso il frazionamento del suo percorso su questa terra, in secondi, minuti, ore, giorni, mesi, anni è uno dei tanti esercizi che la nostra mente si è abituata a fare, nel tentativo di collegare la nostra esistenza ad un passatempo che da sempre ci ha molto intrigato: quello delle misurazioni, dell’ordinazione, delle catalogazioni, delle associazioni numeriche.

Ma la nostra esistenza sono numeri? Vediamo un po’.

Tutto inizia prima che ognuno di noi abbia mai visto la luce. All’atto del nostro concepimento i nostri genitori hanno iniziato un percorso numerico fatto di attesa che il nascituro approdi in questo mondo. Attenzione ai numeri: 9 mesi. Al 21 giorno di vita intrauterina, il nostro cuore inizia a battere.

Quando siamo nati, quanto pesavamo alla nascita? come pure, quanto eravamo lunghi? In che lettino (che numero) ci hanno messo?

Ancora, quando abbiamo messo il primo dentino e poi ancora, via con i numeri: a quattro anni all’asilo, a sei a scuola. I voti a scuola, per più di un terzo della nostra esistenza, sono altri numeri. Tanti numeri, a volte numeri che ci hanno fatto stare male. Molto male.

Poi, altezza e peso. Strano che non sia stato dato un valore numerico al colore degli occhi e dei capelli. I maschietti hanno sempre avuto problemi con altri numeri concernenti la lunghezza del “coso”.

Ed ancora via con numeri e dimensioni, la nostra macchina che motore ha? Che cilindrata? A quanti Km orari corre? Che numero di targa ha?

E poi ci sono i nostri numeri di carta d’identità, di patente, di passaporto, di codice fiscale e mille altri numeri di tessere e tesserini vari. Il numero di carta di credito e di bancomat.

Il pin, il puk, le password.

Il telefono ci obbliga a stoccare enormi quantità di numeri che corrispondono a persone.

E poi come se non bastasse giochiamo i numeri. In tutte le salse: lotto, superenalotto, schedine, bingo, roulette, gratta e vinci e Dio sa cos’altro.

Ogni anno festeggiamo il nostro compleanno, inserendo i numerini sulla torta, o le candeline che sottolineano impietosamente l’aumentare del numero dei nostri anni. La domanda quanti anni hai, da una sola risposta: quella numerica. I numeri ci piovono addosso da tutte le parti e regolano e cadenzano inesorabili la nostra esistenza, da quando apriamo gli occhi al mattino e guardiamo assonnati ed increduli lo schermo digitale della sveglia che indica laconicamente un numero esatto o approssimato per difetto o per eccesso. Da quel momento in avanti i numeri dell’orologio schiavizzano i nostri ritmi esistenziali, per tutto il resto della giornata. Alle 8 il bambino a scuola alle 9 in ufficio, alle 13 ancora a scuola e cosi via fino al calar delle sole ed al levarsi delle tenebre.

C’è chi affida ai numeri proprietà catastrofiche o taumaturigiche. A Napoli e non solo ai numeri vengono attribuite proprietà salvifiche e miracolisitiche. Iella e fortuna intrecciano duelli all’ultimo sangue, danzando ieraticamente sulla ritmica dissonanza o consonanza di alcuni numeri. 47 morto che parla. Le compagnie aeree hanno tolto la poltrona n. 17.

Ma è giusto immaginare di legare la nostra esistenza ad un numero che progressivamente incalza. Che valore ha parlare della nostra età anagrafica. Quasi nulla. Io proporrei per ogni individuo l’obbligo di citare per ciò che riguarda la propria esistenza, tre numeri:

l’età giuridico-amministrativa (anagrafica), l’età biologica, l’età cognitiva.

La prima esprime l’intervallo di vita effettiva, dalla nascita al presente. La seconda esprime l’età biologica effettiva della nostra struttura corporea, la terza, l’età cognitiva e cioè l’età della crescita intellettiva delle persone. Questa triade rappresenterebbe assai meglio l’essenza reale degli individui nella loro espressione esistenziale. Un po’ come le tre misure (sempre numeri) classiche delle donne, quando citano i loro numerini caratterizzanti seno, vita e fianchi.

 

Ultimamente ci stiamo complicando la vita con altri numeri. La medicina ha fatto irruzione nella nostra esistenza. Consumiamo medicina come esseri onnivori, assetati di sapere tutto su di essa e sul corpo umano. E allora vai con i numeri. Cominciamo con la pressione del sangue: massima e minima. E poi quanti battiti cardiaci hai? La glicemia ed il colesterolo. Li ho alti, 200, 300, 400. Chi più ne ha – di numeri – più ne metta.

Anche quando mangiamo, contiamo le calorie. Quante ne stiamo assumendo. Le uova quante ne hai mangiate, ma sai quante calorie hanno? E di qui la relazione con la taglia dei pantaloni che oscilla in su e in giù è un’altra relazione numerica inquietante. E veniamo alle sigarette. Ma quante ne fumi? 10-15? Ho un po’ diminuito sono ormai un fumatore da 8 sigarette al giorno. Per arrivare alle lenti da vista e al deficit visivo con i gradi che mancano per ciascun occhio. Ma sul fronte della Medicina, come pure di altre discipline scientifiche, non finiremmo più di enumerare situazioni in cui i numeri sono i signori incontrastati dell’argomento.

Abbiamo messo i numeri ovunque, sulle magliette dei giocatori di calcio e di altri sport. Quando parliamo di calcio, ad esempio, non si parla più di gioco nella sua generalità, ma si usano formule astratte e contorte, incomprensibili ai più, in cui i numeri ancora una volta sono li a farla da padrone. Modulo 4-3-3, 3-4-3, 4-2-1-3, ecc. ecc. Senza tirare in ballo la grande passione dell’uomo moderno che sono i computer che funzionano in base ad un codice binario 1-0.

Quando si sale a bordo della macchina si apre un altro capitolo della numerologia esistenziale. I numeri sui cartelli si sprecano. 80, 70, 50, 110, 130. Guai se superi i limiti numerici di velocità. Se ci provi si riparte con i numeri. Ti tolgo 10 punti dalla patente che di solito ne ha 20. Poi se ti becco che hai bevuto e stai guidando sono problemi seri. Se ti becco che hai 0.3 di alcol sei rovinato, ti ritiro la patente. I numeri sono implacabili. Sono lo spartiacque del manicheismo post moderno. Al di qua del bene e del male. Sarà solo un numero a decretarlo.

Quest’estate eravamo negli USA con mia moglie la quale guidava un po’ troppo allegramente per le strade californiane, quando ad un tratto da dietro un dosso si sono materializzati Stursky ed Hutch che laser alla mano gli hanno fatto soavemente capire che aveva superato il limite di velocità di 22 miglia orarie e che se (87 invece di 65) fosse arrivata a novanta (ancora 3 miglia in più) sarebbe scattato l’arresto. Il numero 3 è stato risolutivo per non fargli venire un’infarto.

Anche gli ultimi momenti della nostra permanenza terrena è particolarmente ricca di numeri.

A che ora avviene la dipartita, il giorno e l’anno e magari il triste numero di letto d’ospedale e di pratica mortuaria. All’istituto di previdenza un laconico numero di pratica e sulla nostra lapide ancora tanti numeri. Qualcuno dirà : ma quanti anni aveva quando se ne è andato. La risposta sarà un numero, forse seguito da un aggettivo. Poveraccio.

Qualcuno potrebbe dire che ognuno di noi, l’individuo in sostanza, è un’entità finita, misurabile.

Se anche volessimo rappresentarci come un’insieme molto numeroso di cellule aggregate tra loro – immaginando la cellula come unità fondamentale costitutiva un organismo – potremmo contare qualche decina, centinaia di miliardi di cellule, ma per quanto possano essere numerose, rappresenterebbero pur sempre un numero finito di unità costitutive l’intero organismo. Ed allora in questo caso i numeri servirebbero realmente, rappresenterebbero un modo concreto di misurazione della finitezza dell’individuo.

Ma come potremmo quantificare il pensiero? Che numeri potremmo dare per identificare, quantificare e catalogare la capacità dell’uomo di pensare. Qualcuno potrebbe replicare che il pensiero non conta, non è materiale, non è concreto, è impalpabile, è inquantificabile. Eppure il pensiero si può rendere concreto. Una cosa astratta può concretizzarsi, divenire solida, strutturata e quindi misurabile. Basti pensare che l’idea di “fare una pizza” può essere realizzata da quasi ciascuno di noi. Ma se non ci fosse l’idea di fare la pizza, non ci sarebbe, di conseguenza, la pizza. Quindi il pensiero impalpabile, invisibile, non scende a patti con la razionalità misurante, sfugge a questa legge che obbliga gli uomini a misurare, obbligati dal cervello, quello stesso cervello che quando genera l’idea della misurazione, reca in se i paradigmi per sfuggire alla medesima.

La nostra esistenza vorrebbe essere declinata all’insegna del numero e della numerologia, ma in effetti non siamo frammentazione e parcellizzazione numerica: siamo un unicum, senza soluzioni di continuità.

Ce lo siamo costruiti noi il mondo cosi o è il mondo che ci obbliga a misurarlo per poterci accogliere armonicamente. Abbiamo dovuto imparare a misurarlo per poterlo dominare o per avere la sensazione di farlo. O ancora facciamo l’unica cosa di cui siamo capaci avendo come elemento inderogabile che ci rende agenti in questo modo il nostro cervello. L’unica attività di cui è capace è quella di registrare gli eventi, di scomporli e di ricomporli e agendo in questo modo utilizza un linguaggio che per molti aspetti è ancora oscuro.

Il mondo in generale e la nostra sfera esistenziale, intrecciata con quella degli altri nella delicata alchimia che regola la società, si stanno complicando. Si sale di complessità nella scala di ciò che l’uomo ha posto alla base delle sue attività programmate, ma anche di quelle fatte d’impeto e d’istinto.

In questa incremento di complessità, tuttavia, ciò che alla fine emerge complessivamente è un recupero di simmetria e di regolamentazione degli spazi dove andiamo ad allocare le nostre dinamiche esistenziali e relazionali. Recupero di spazio che viene messo a disposizione di tutti per poter allargare ciò che necessita nel momento di porre in essere il soddisfacimento di attese e di bisogni. Lo spazio che per molto tempo è stato a disposizione di pochi tende sempre più ad essere recuperato e messo a disposizione di tutti.

In questo scenario i numeri servono a dare ordine alla complessità, servono ad ordinare lo spazio ed il tempo che incombono si di noi in modo da ottimizzare le fasi del/i giorno/i che scandiscono i nostri ritmi esistenziali.

Lo spazio nella politica, lo spazio nella comunicazione da e verso tutti, lo spazio nella formazione e crescita culturale, lo spazio nell’ambito dei diritti. Questo recupero fa in modo che vi sia un’adeguata ridistribuzione di quella che al di la di tutto sembra essere la maggiore ricchezza di cui l’uomo avrebbe realmente bisogno.

In tutto questo excursus avrò dimenticato un milione di altri numeri.

Ops…ancora numeri.