“Che cos'è il dolore? E' ciò che il paziente dice che sia”. Saggia risposta, ritrovata in un vecchio manuale per infermieri americani. E rispettosa della specificità individuale di chi ne soffre. Insomma, c'è molto di soggettivo nella percezione del dolore. E soggettivo non vuol per niente dire meno reale, anzi proprio il contrario. La scienza clinica negli ultimi anni ha fatto passi da gigante in questa direzione.

Dalle prime concezioni basate sulla semplice associazione “stimolo / risposta”, passando per la “teoria del cancello” (gate control), che già nel 1965 prendeva in considerazione anche gli aspetti psicologici nel controllo del dolore, si è arrivati ora a identificare una “neuromatrice(pain neuromatrix), una rete neurale diffusa che coinvolgerebbe differenti regioni del cervello, facendo dell'esperienza del dolore un fenomeno multidimensionale in cui agiscono insieme processi sensoriali discriminativi, cognitivi valutativi e motivazionali affettivi.

In questo contesto non è sorprendente scoprire che l'ipnosi, fenomeno naturale connaturato agli esseri umani e strumento clinico di particolare efficacia nella sintomatologia psicosomatica, si sia rivelata (con tanto di certificazione da parte di molta neuroscienza moderna) un valido aiuto nel trattamento multifattoriale del dolore acuto e cronico, da sola o in affiancamento ad altri approcci medici o psicoterapici.

Diversi studi hanno dimostrato infatti la capacità dell'ipnosi di modulare la stessa attività di alcune aree cerebrali che formano la neuromatrice del dolore, consentendo non solo una riduzione dell'intensità percepita ma anche una minore “risposta affettiva”.

Gli effetti anestetici possono aiutare pazienti sottoposti a procedure mediche invasive o impegnati in attività fisiche particolarmente dolorose, quali il parto ad esempio, rendendo possibile la riduzione dell'assunzione di farmaci e dei tempi di intervento.

Gli effetti analgesici possono poi alleviare la sofferenza delle tante persone che soffrono di dolore cronico e a causa di condizioni mediche di difficile risoluzione (fibromialgia, mal di testa ecc.), con la possibilità di arrivare col tempo – nelle modalità indicate dal proprio terapeuta – a praticare “autoipnosi”, in modo da rinforzare il trattamento e ottenere un più rapido miglioramento della qualità della vita.

Nelle situazioni di emergenza infine, in cui una persona è in preda a dolore acuto e stati d'ansia dirompenti, l'approccio ipnotico dovrebbe essere la via maestra, dato che il paziente spesso cade giocoforza in uno stato di trance: particolarmente recettivo a ogni stimolo dell'ambiente, ogni parola o frase o comportamento può rappresentare una potente suggestione (negativa o positiva, dipende da cosa gli viene detto e in che modo) che resta impressa nell'inconscio e può orientare il decorso.

In ogni modo, è doveroso richiamare la necessità di eseguire in via prelimiare a qualsiasi tipo di trattamento gli opportuni accertamenti medici del caso, per escludere o diagnosticare una eventuale patologia di cui il dolore può essere sintomo.

Fonti:

  1. Jin-Seong Lee et al., Use of hypnosis in the treatment of pain, Korean Journal of Pain, 2012
  2. Derbyshire et al., Cerebral activation during hypnotically induced and imagined pain, Neuroimage 2004
  3. Melzack R., Pain and the neuromatrix in the brain, Journal of Dental Education, 2001