L’omosessualità maschile e femminile è una malattia?
Si può curare? Con quali esiti?
Quanti sono gli omosessuali in Italia?

Cosa ne dice il recentissimo DSM V, il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali?

 

Torno sull’argomento stimolata dalla recente news relativa a tradimenti omosessuali da parte di persone ufficialmente etero. Mi sono passate sotto gli occhi tante situazioni di questo tipo e i conseguenti vissuti individuali che le persone portano a noi terapeuti: ambivalenza, dubbio, rilettura di tutta la propria storia, sensi di colpa per le scelte fatte o non fatte, interrogativi sul futuro, responsabilità verso i figli... Certo, quando arrivano sulla nostra poltrona è perché vivono la situazione con disagio; quelli che non si rivolgono a noi “psy”, un numero ben superiore presumibilmente, non soffrono di alcun problema oppure non se ne fanno carico.

 

L’omosessualità in Italia: la rilevazione ISTAT

Nel 2011 l’Istat (Istituto nazionale di statistica) ha condotto, per la prima volta, una rilevazione statistica sull’orientamento sessuale degli italiani. L'indagine rilevava l'orientamento sessuale degli intervistati tramite un questionario anonimo al fine di mettere in luce le eventuali esperienze discriminatorie.[1]

Da questa prima ricerca, molto interessante, risulta che il 77% degli italiani si dichiara eterosessuale. Ma sono quasi un milione le persone che si dichiarano omosessuali e/o bisessuali. E’ dunque rilevante la percentuale di chi vive situazioni personali, affettive, di intimità, di sessualità con persone del proprio stesso sesso.

 

L’omosessualità è una malattia?

Nei secoli, nelle differenti parti del mondo questo orientamento sessuale ebbe, ha oggi, alterne interpretazioni: vizio, malattia, dono sacro. Qui da noi attualmente chi utilizza per l’omosessualità il termine “malattia” lo fa con intenzione prevalentemente pietistica: perché chi è malato non è vizioso...

Pur tuttavia è un approccio errato.

 

Non è una malattia

Fin dal lontano 1972 il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali [2] ,la “bibbia” redatta dall’American Psychiatric Association (APA), eliminò l'omosessualità dalla classificazione di disturbo psichiatrico.

Nell’edizione del 1994 non si trova neanche più il termine “omosessualità”; si pone bensì l’attenzione sul possibile “marcato e persistente disagio a riguardo del proprio orientamento sessuale” collocandolo all’interno dei “disturbi sessuali non altrimenti specificati” (NAS). Sta a dire che l’omosessualità non è un disturbo, ma quando la persona si trova a disagio nella sua condizione può manifestare un possibile disturbo psichico.

 

L’omosessualità va curata?

Se non è una malattia, non c'è bisogno di cura...

Come mai allora succede che persone omosessuali chiedano espressamente di entrare in psicoterapia? Sì, spesso la sofferenza riguarda il mondo interiore; ma frequentemente ha origine da fattori esterni quali l’emarginazione sul lavoro, il giudizio sociale, il rifiuto da parte della famiglia d’origine, le relazioni.

La richiesta che le persone portano può essere inizialmente confusa; è nel percorso che “la domanda” si chiarisce e si precisa; si chiede di capire, di gestire, di accettare. Ed altro ancora.

 

“Terapie riparative”?

Ciononostante, alcuni autori non hanno mai accettato l’impostazione data dal Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali che NON colloca l’omosessualità tra i disturbi psichiatrici. Anzi hanno elaborato varie teorie sullo sviluppo della patologia omosessuale, proponendo quindi una serie di interventi terapeutici che hanno come obiettivo il cambiamento dell’orientamento sessuale: da omosessuale a eterosessuale. Tali interventi sono definiti  “terapia riparativa” [3].

 

L’Ordine degli Psicologi e gli Ordini di varie Regioni [4] si sono pronunciati contro la validità della terapia riparativa, “anche perché è ampiamente dimostrato che i tentativi di “conversione” dell’omosessualità in eterosessualità non solo falliscono, ma anche segnano, e spesso gravemente, le condizioni psichiche di chi vi si sottopone” [5].

 

Per chiarezza verso i nostri lettori, va detto che ciò non significa che la persona omosessuale non può fare nulla per sé, oppure che non trova aiuto presso i professionisti “psy” se non per sentirsi dire “accéttati”.

Ogni persona, compresa la persona omosessuale in difficoltà di qualsiasi tipo, trova presso gran parte degli psicologi o psicoterapeuti (a seconda della situazione) un ascolto attento ed empatico; una considerazione puntuale verso la sua sofferenza, i suoi bisogni profondi, le sue difficoltà dell’oggi. Trova la possibilità di un’alleanza terapeutica che l’aiuti a esplorare - senza stereotipi né pregiudizi e senza manipolazione - il disagio che prova e che porta, al fine di individuare modalità di migliore equilibrio e ben-essere personale e relazionale.

 

Fonti

[1] - http://www.istat.it/it/archivio/30726 ISTAT 2012 - RILEVAZIONE 2011:  “Discriminazioni in base al genere, all’ orientamento sessuale e all’appartenenza etnica”

[2] The Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders - DSM - Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali

[3] Per un approfondimento si veda: Rigliano e AAVV, “CURARE I GAY? Oltre l’ideologia ripartiva dell’omosessualità”,Cortina 2012  

[4] www.opl.it › News

[5] http://spsis.wordpress.com/2011/04/17/psicologia-e-omosessualita-intervista-al-presidente-dellordine-nazionale-psicologi/