Una situazione di malessere, un disagio dovuto alla mancanza di lavoro, a difficoltà ambientali, a malattie, a problemi conflittuali sul piano delle relazioni, possono provocare una situazione generale di sofferenza e di angoscia tali da portare a forme depressive che hanno bisogno di particolari attenzioni sul piano della psicoterapia.

“Pensare positivo” è una specie di imperativo categorico che si sente spesso risuonare da molte parti.

Di frequente, quello del “pensiero positivo” è cavallo di battaglia che non soltanto attende ad alcune scuole psicologiche positiviste, ma è anche argomento caro a molti, nemmeno psicologi, né psicoterapeuti, che hanno propagandato questa formula per decenni in corsi utilizzati ed abusati, operanti nel campo anche del lavoro e dell’organizzazione di gruppi operativi.

“Pensare positivo” era anche il ”cavallo di battaglia” di pseudo associazioni che raggruppavano e raggruppano ancora soggetti, li vestono di scuro, con giacche e cravatte, li blandiscono con ogni sorta di rinforzi positivi, finalizzati alla creazione di quadri dirigenti, di capi, di persone di alto livello produttivo. Con la tecnica dei rinforzi, li convincono di essere dotati di tenacia e capacità creative.

In realtà la creatività è ben altra cosa e non può essere illecitamente introdotta in uno o più soggetti con artifizi di bassa lega.

Quando il disagio è imperioso e concreto, la risorsa del pensare positivo è condannata all’ insuccesso, al fallimento, alla sconfitta, gettando i soggetti in un mare d’ inquietudine ancora peggiore dell’angoscia iniziale. Questa situazione è raffigurata spesso con l’immagine stilizzata di una testa immersa nell’acqua che viene aiutata da una mano appartenente allo stesso soggetto che prende per i capelli la propria testa per sollevarla dal pelo dell’acqua che sta per affogarlo.

Riguardo ai corsi che sono stati portatori di questa filosofia atta a racimolare vitalità e speranze, essi hanno fatto proseliti e allievi in ogni campo. Alcuni soggetti sono stati distolti, in periodi aurei di sviluppo produttivo della collettività, da concreti lavori che già svolgevano, offuscandoli con miraggi di conquiste molto più opportune e remunerate.

Gli eventi psichici legati all’angoscia sono determinati anche da aspetti concreti di una vita grama e piena di stenti, di impegno quotidiano e di delusioni.

E, in periodi particolarmente nefasti, l’impossibilità di soddisfare bisogni primari dell’esistenza provoca spesso una forte depressione che si accompagna al convincimento, o alla certezza, di non riuscire a risollevare se stessi e i propri familiari da situazioni di stenti e di povertà in cui, per vicende non a loro attribuibili, sono caduti miseramente.

Pensare positivo non è un imperativo categorico risolutore, ma è un inganno del pensiero. Quando poi i soggetti vengono spinti in questo raggiro da logiche perverse e del tutto assurde, la possibilità di vedere un mondo migliore, pieno di bellezze appariscenti ma puerili, conduce inevitabilmente il soggetto verso un’infinita sofferenza spirituale.

È quello che chiamo l’inganno del pensiero positivo come “terapia” e “metafora” dell’ottimismo.

L’aveva capito bene Garcìa Lorca, uno dei più sensibili spiriti del novecento, che ci ha tramandato questo piccolo ma necessario insegnamento per non cadere nell’insulto della ragione deviata.

 

Il poeta spagnolo confidava nel 1934 ad un amico: “Il pubblico che amo è quello degli operai, della povera gente di paese, degli studenti, insomma di chi lavora e studia”.

Sarò sempre dalla parte di coloro che non possiedono nulla…Oggi nel mondo non sono più in lotta solo forze umane, ma forze telluriche”.

Se mai si mette su una bilancia il risultato di questa lotta: qui il tuo dolore e il tuo sacrificio, là la giustizia per tutti, metto con tutte le mie forze il pugno sul secondo piatto”.

Nel 1935 aggiunge nei suoi scritti sparsi:

““Il Mondo è paralizzato dalla fame che sconvolge i popoli. Finché ci sarà squilibrio economico, il Mondo non potrà più pensare. Lo so bene – aggiunge il poeta e prosegue -  Due uomini camminano in riva ad un fiume. Uno è ricco, l’altro è povero. Uno ha la pancia piena e l’altro affoga negli sbadigli. Il ricco dice: ‘Che bella barca! Guardate, ma guardate quel giglio che è fiorito sulla riva’. E il povero mormora: ‘Ho fame, non vedo nulla. Ho fame, fame’.

""Il giorno in cui la fame scomparirà, nel Mondo si avrà la più grande esplosione spirituale che l’Umanità abbia mai conosciuto. Gli uomini non potranno mai immaginare la gioia che esploderà il giorno della Grande Rivoluzione””.

 

Appunti tratti dalla Prefazione di 'Carlo Bo' alla sua Traduzione delle Poesie di Federico García Lorca – Editore Guanda.