Non è difficile diventar padre; essere un padre, questo è difficile.

Wilhelm BuschJulchen, 1877

 

 Sempre più frequentemente programmi televisivi, rubriche di quotidiani e settimanali, conversazioni sui social network, hanno come argomento la genitorialità. “Non riesco più a capire mio figlio…”; “Non sono capace di farmi ascoltare…”; “I miei figli sono ingestibili…”, sono quesiti comuni. Non solo sui mezzi di comunicazione ma anche nella pratica clinica concreta. I consulti richiesti al servizio pubblico e privato, in modo ormai massiccio, ruotano intorno le difficoltà genitoriali. Anche illustri colleghi (Charmet, 2007; Recalcati, 2013) hanno scritto libri divulgativi di successo sull’argomento.

Dunque è proprio vero che le coppie italiane non sanno più essere genitori?

Forse il discorso è più complesso di così ma credo che le difficoltà sperimentate con i figli siano legate dalla crisi di uno dei due pilastri della genitorialità, il padre. Non mi fraintendete, non è facile fare il genitore e non è utile neanche che un genitore sia “perfetto” (cosa impossibile del resto ma gli sforzi per raggiungere la perfezione finiscono spesso per danneggiare i figli), tuttavia i cambiamenti culturali degli ultimi 30 anni hanno finito con il travolgere il vecchio ruolo del padre, lasciando una situazione “ambigua”. Vediamo di spiegare meglio.

 

Dopo i movimenti rivoluzionari degli anni ’70 il modello del padre “autoritario” è entrato lentamente in crisi. Il vecchio padre aveva come punto di riferimento il proprio genitore ed il suo compito educativo era quello di trasmettere i valori della propria famiglia e della sua epoca. Si trattava di un padre autorevole, custode delle tradizioni, esportatore di norme e regole “universali” che avrebbero funzionato da cinghia di trasmissione tra lui ed i figli.

Coloro che si sono trovati a svolgere questa funzione in epoca più recente (negli ultimi venti o trenta anni), non hanno più avuto (soprattutto voluto) i propri genitori come modelli di riferimento. Il “padre padrone” è stato culturalmente spazzato via (forse non ovunque, questo è vero) ed i nuovi padri sono stati addestrati all’esercizio della loro funzione genitoriale dalle proprie compagne e dai propri figli. La mission del padre è cambiata: non si hanno più i propri genitori come modelli ma si cerca, per essere “buoni papà”, di capire che cosa vogliono i figli.

 

Il nuovo padre è divenuto perciò un padre affettivo, femminilizzato. Da signore della guerra ed erogatore di regole inappellabili si è trasformato in un donatore di senso per gli stati confusi del figlio, in una presenza empatica che esprime vicinanza affettiva ed emotiva. Funzione storicamente e culturalmente femminile, materna. L’obiettivo (forse utopico) del padre delle nuove generazioni è quello di difensore dei diritti del figlio e delle sue qualità; qualità che devono emergere, svilupparsi ad ogni costo; anche al costo di infrangere le gerarchie familiari, in quanto sono i figli con i loro molti diritti e pochi doveri ad insegnare e guidare la vita familiare. Sempre più spesso osserviamo genitori che si scagliano contro le istituzioni (la scuola –che ha le sue responsabilità intendiamoci- in particolare) per difendere il privilegio del figlio di essere se stesso, in barba alle regole del vivere comune.

 

Non voglio dire che “si stava meglio quando si stava peggio”, che “era meglio prima” ma che, forse, il padre dovrebbe recuperare il suo aspetto normativo, di guida “interna e reale”, per permettere ai figli di non smarrirsi sulla strada dello sviluppo.

 

 

Riferimenti

  • Charmet, G., I nuovi adolescenti, (2007), Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Recalcati, M., Il complesso di Telemmaco, Feltrinelli, Roma.