Le dipendenze sessuali non rientrano ancora tra i disturbi della versione attuale del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM IV TR); tuttavia, nella pratica clinica, ormai da tempo, ci si confronta con le nuove dipendenze, cosiddette “senza sostanza”.

Si tratta di sindromi in cui non è la sostanza (droga, alcol, farmaco…) che crea una dipendenza, bensì un comportamento che diviene ripetitivo e compulsivo senza che il soggetto, nonostante abbia provato a ridurre o interrompere la pratica, ci riesca.

Insieme al gioco d’azzardo patologico, allo shopping compulsivo, alla dipendenza da internet, rientra tra le nuove dipendenze anche l’ipersessualità, ove con questo termine intendo comprendere tutte le sfumature del fenomeno (pornodipendenza, sessodipendenza, masturbazione compulsiva, etc.). Ne parlo al plurale, e accomuno tra loro tutte le forme di dipendenza senza sostanza associate alla sessualità, semplicemente perché i dati a mia disposizione, che provengono dalla pratica clinica, indicano una frequente comorbilità tra le varie forme di dipendenze legate alla sessualità e, talvolta, una forma si converte temporaneamente o permanentemente in un'altra.

Succede spesso, ad esempio, che una pornodipendenza si trasformi in una masturbazione compulsiva, laddove il paziente abbandoni l’utilizzo di materiale pornografico e si affidi alla sola fantasia per raggiungere l’eccitazione e l’orgasmo, vissuto come atto liberatorio; si tratta, in realtà, di una liberazione fittizia, dato che l’esperienza emotiva del paziente si colora, comunque, di tutti quegli stati d’animo negativi che descriverò nel seguito.

Stime ufficiali indicano che in Italia vi sia un’incidenza del fenomeno sex addiction intorno al 6% negli uomini e al 3% nelle donne. Stime che, a mio parere, potrebbero essere sottodimensionate se si pensa che, talvolta, il disturbo è egosintonico (in sintonia con il proprio Sé) e quindi non arriva all’attenzione dei clinici.

In una prospettiva neurofisiologica le dipendenze sessuali attivano, a tutti gli effetti, meccanismi identici a quelli che si riscontrano in una dipendenza da droga, da alcol o da altre sostanze.

L’obiettivo di questo contributo non è quello di esaminare quali siano i sintomi e le caratteristiche del disturbo, così come potranno essere, con molta probabilità, inseriti nella prossima quinta edizione del DSM; bensì è quello di provare a guardare con gli occhi del paziente, ascoltare con le sue orecchie, vibrare con il suo cuore… così come ci insegna il padre della Psicologia Individuale, Alfred Adler. E’ per questa ragione che quanto segue, non avendo la pretesa di porsi come un trattato scientifico, si ispira alla mia personale esperienza clinica diretta, alle testimonianze delle persone che si rivolgono a un terapeuta per liberarsi da questo disturbo; un disturbo che coinvolge aspetti emotivi, affettivi, relazionali con il rischio di gravi conseguenze sul piano dei rapporti di coppia e familiari, arrivando fino a compromettere, nei casi più gravi, le attività economiche e lavorative.

Il piacere che inizialmente viene ricercato lascia progressivamente il posto all’angoscia che, nel tentativo di essere tenuta a bada, si traduce nella ricerca compulsiva di nuova attività sessuale. Il disagio psicologico che accompagna questo percorso è forte e intenso.

E’ un pregresso vissuto angoscioso che innesca il consumo smodato di sesso? E’ l’eccessivo consumo di sesso che genera l’angoscia? Non credo sia importante rispondere a queste domande. Ciò che è importante è che il circolo vizioso che si instaura non si può spezzare senza l’aiuto di un’adeguata terapia psicologica.

Per questi pazienti, il sesso è una vera e propria ossessione; gran parte della loro vita quotidiana gira intorno alla ricerca di una soddisfazione sessuale; il sesso diventa ciò che controlla ogni momento della loro giornata e li fa divenire impotenti e incapaci di smettere.

Il dipendente sessuale può mettere in atto comportamenti differenti; si passa dalla masturbazione compulsiva ai rapporti con persone sconosciute; dall’utilizzo smodato di materiale pornografico all’utilizzo di servizi telefonici erotici a pagamento; dall’esibizionismo al sadomasochismo; dall’utilizzo di internet come primaria fonte di soddisfazione alle fantasie di tipo ossessivo a sfondo sessuale…

Ogni sessodipendente è, primariamente, una persona unica ed irripetibile, come ognuno di noi, e come tale maturerà le proprie preferenze in base al suo personale Stile di Vita (inteso in senso adleriano e sintetizzabile in “personalità”). Ciò che accomuna però tutti i sessodipendenti è che il sesso non viene vissuto in modo naturale, come forma comunicativa e relazionale, come scambio intimo di piacere; il sesso diventa solo un’ossessione ed una maniera di combattere il malessere provato.

L’alienazione diventa la meta inconsapevole del sessodipendente, una meta non desiderata e non cercata in modo consapevole.

Il dramma del vissuto alienante si intreccia, quasi sempre, con l’incapacità di riuscire ad avere un rapporto con il partner in termini fisici, affettivi e psicologici. Il senso di colpa è sempre presente, il paziente si sente un traditore e questo suo vissuto lo porta a provare un senso di fastidio nei confronti del corpo del partner; è terrorizzato dall’idea di venire scoperto ma, allo stesso tempo, in modo conflittuale, cela la speranza di “essere beccato”. Solo in questo modo potrebbe, infatti, alleggerire la sua coscienza dal peso dell’angoscia che si porta dentro.

Da ciò deriva un profondo senso di vergogna, non solo nei confronti del partner, ma dell’intero mondo esterno. Non sono rare le testimonianze di pazienti che riferiscono di non riuscire a guardare negli occhi le altre persone. Solo dopo un periodo di lunga astinenza la persona riesce nuovamente a rivolgere lo sguardo verso gli altri in modo più naturale; e solo in quei casi diventa consapevole di come, in precedenza, avesse totalmente perso quella capacità.

Il progressivo isolamento dal mondo esterno è una conseguenza inevitabile, così come lo è il cominciare a guardare le persone dell’altro sesso (o del proprio, per gli omosessuali) solo come oggetti sessuali.  

Alienazione è anche crollo della propria autostima, progressiva sfiducia in se stessi, difficoltà (se non addirittura impossibilità) ad applicarsi nei normali compiti quotidiani (lavoro, studio, impegni familiari…).

A questi aspetti di natura psicologica, vanno aggiunti i danni di natura economica che, spesso, si realizzano come conseguenza dell’uso compulsivo di servizi a pagamento (virtuali e/o reali).

La sensazione che più volte mi viene descritta è quella di vedere la propria vita frantumata, come sbriciolata, che sottende l’incapacità di conciliare la “vita pubblica” con quella “privata”. Il grande segreto del sessodipendente diviene così la sua prigione; a nessuno è permesso di entrare nel suo mondo segreto, disvelarsi sarebbe come mettersi a nudo in una piazza affollata.

Il contatto con un professionista è il primo atto liberatorio per un sessodipendente che, grazie alla psicoterapia, può sperimentare una nuova modalità relazionale, guidata dal terapeuta, affinché possa progressivamente uscire dal suo isolamento emozionale.

Mentre nelle dipendenze da sostanza l’obiettivo della cura è la definitiva astinenza, l’obiettivo che una terapia per le dipendenze sessuali dovrebbe porsi è un’astinenza temporanea, per un periodo che va dai 30 ai 90 giorni, seguita da un percorso che consenta all’individuo di vivere la sessualità in una maniera nuova. Oltre a sperimentare la capacità di poter vivere senza sesso, il periodo di astinenza serve a normalizzare, a livello neurofisiologico, le alterazioni cerebrali prodotte dalla dopamina che, come nelle altre forme di dipendenza, viene prodotta in quantità eccessiva nel soggetto così da innalzare la sua percezione del senso di piacere.

Il focus terapeutico, in una prospettiva adleriana, prevede un’analisi delle motivazioni che sottendono il comportamento deviante; motivazioni che sono assolutamente individuali.

La successiva presa di coscienza, da parte del sessodipendente, mediante una spiegazione non traumatica dei propri comportamenti e dei suoi meccanismi di compenso, è solo uno step intermedio nella terapia. La consapevolezza delle proprie motivazioni inconsce, da sola, non è, infatti, sufficiente a modificare le abitudini comportamentali.

Il cambiamento correttivo può avvenire solo quando il soggetto, con il supporto del terapeuta, riesce a mettere in crisi il sistema delle proprie finzioni rafforzate cogliendo l’inutilità del proprio comportamento. E’ questa la fase in cui si opera una revisione delle scorciatoie cognitive disfunzionali, frutto di un tentativo inconsapevole di allontanarsi dalle regole implicite del vivere e del farsi accettare dalla collettività.

La terapia si pone, quindi, come obiettivo ultimo lo smascheramento delle finzioni che sostengono l’individuo nella perpetuazione dei suoi comportamenti, con conseguente graduale abbandono delle vecchie modalità comportamentali, cognitive, emotive e relazionali.