Dovrebbero includere lo shopping tra le attività ad alto rischio cardiovascolare. Il cuore non mi batte mai così forte come quando vedo un cartello di RIDOTTO DEL 50%

Sophie Kinsella, 2000

 

 

Lo shopping compulsivo è una problematica caratterizzata dal bisogno incontrollabile ed urgente all’acquisto, da una tensione crescente che trova consolazione solo nell’atto di comprare, da una spinta irrefrenabile che porta a non considerare o sottostimare qualsiasi conseguenza negativa, sia essa di natura economica, relazionale, psicologica. Come nel caso di altre passioni sfrenate (web, sesso, gioco d’azzardo, ecc.) ha molti punti in comune con la dipendenza da sostanze. Abbiamo infatti sia la tolleranza, che porta i soggetti ad incrementare sempre più il tempo e il denaro spesi negli acquisti, sia l’impossibilità di controllare il comportamento, sia il senso di benessere che origina dall’aver concluso l’affare. Tuttavia non ci sono sostanze psicoattive che lo giustifichino ma impulsi e tensioni che provocano una costrizione a ripetere con frequenza la stessa azione, portando ad una vera e propria schiavitù mentale.

L’identikit del compulsive shopper ci dice che si tratta soprattutto di donne tra i 25 ed i 35 anni, di estrazione sociale ed economica media, con un istruzione superiore ed una vita relazionale spesso compromessa. Generalmente i sintomi sono persistenti fin dal loro esordio, senza periodi prolungati di remissione. Gli episodi hanno una frequenza media di 17 al mese, con una durata che va dall’ora alle 7 ore per ciascuno. Nella maggior parte dei casi si tratta di fashion victim, ovvero soggetti che acquistano vestiti, gadget, cosmetici, gioielli, insomma tutto ciò che è riconducibile all’estetica. Le sensazioni legate all’atto di comprare sono di piacere e rilassamento. Ma al di là della descrizione del fenomeno, quali possono essere le cause?

 

Le ricerche psicologiche in merito evidenziano due ordini di fattori strettamente correlate con lo shopping compulsivo, una di ordine sociale e un’altra di tipo psicologico/individuale.

Rispetto alla prima ipotesi, la struttura sociale attuale ha contribuito ad affrancare dal giudizio etico negativo il piacere dello shopping, trasformata in funzione primaria e quasi esclusiva del tempo libero (“Quanti di noi non passano le domeniche ai grandi magazzini…”). Se fino al secondo dopoguerra dominava l’etica del lavoro e del risparmio, a partire dagli anni Ottanta in poi si è affermata un idea del consumo inteso come “dovere sociale”, attività meritoria che contribuisce a mantenere alta l’occupazione. Oggi la spinta irrefrenabile all’acquisto di oggetti superflui è avvertita sia dai poveri che dai ricchi. La differenza risiede nel fatto che mentre gli abbienti riescono a soddisfare i loro desideri “senza sforzo”, i meno fortunati lottano per ottenere un livello economico tale da soddisfare i desideri consumistici. Nel nostro sistema sociale, dunque, si consumano beni superflui per sentirsi meglio, per porsi al di sopra degli altri, per affermarsi nella comunità. Lo status sociale e l’identità tendono ad essere costruiti sulla base “marchio” che è possibile sfoggiare. Una logica comunitaria che sembra fatta apposta per venire incontro ai desideri del compulsive shopper.

Rispetto alle teorie psicologiche, ci viene in aiuto la dottrina psicodinamica. Alcuni autori ritengono che il comprare ripetutamente rappresenta il tentativo di colmare lo “spazio vuoto” lasciato da ferite relazionali, come abbandoni o scarsa attenzione da parte di figure significative. Gli oggetti acquistati rappresenterebbero una sorta di nutrimento emotivo atto a compensare l’esperienza della separazione. La rottura del legame, producendo sentimenti di distacco fortemente negativi, genera il bisogno di “riempire”, che il soggetto tenta di soddisfare attraverso il benessere transitorio dell’acquisto. Spesso si tratta di persone con un deficit dell’autostima che ambiscono ad apparire attraenti e desiderabili, nella speranza di soddisfare il bisogno di affermazione.

Sostanzialmente l’armadio è pieno ma il sé vuoto.