La donna italiana lavora troppo e gratis.

Ciò influisce sul suo livello di stress e sul desiderio sessuale.

 

Rapporto OCSE sul ben-essere.

Nel suo ultimo rapporto sul ben-essere, l’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) presenta i dati sul lavoro riguardanti l’Europa; da essi salta all’occhio l’anomala situazione italiana riguardante la donna.

La donna italiana lavora complessivamente ogni settimana 58,6 ore in media, a fronte delle 47,7 ore lavorate da un uomo. Quindi 11 ore in più.

Ma che significa “lavora”?
Se guardiamo dentro la parola “lavoro”, ci troviamo l’attività professionale retribuita, ma anche le attività non pagate quali ad esempio i lavori di casa, l’assistenza agli anziani, la cura di figli e nipoti.

Ebbene, delle ore lavorate settimanalmente, per la donna italiana i due terzi sono lavoro NON pagato; vale a dire che su 59 ore lavorate ben 36 sono date gratis; le donne tedesche, tanto per citare solo un’altra situazione, producono solamente 6,6 ore di lavoro gratuito settimanale; per l’uomo italiano, che già lavora 11 ore in meno della donna, solo 14 delle 48 ore settimanali NON sono retribuite (un terzo). 
In questo l’Italia ha il più grande squilibrio di genere: la donna lavora più dell’uomo e lo fa gratis.

Questa diseguale distribuzione tra uomo e donna in Italia del lavoro non pagato è la più grave tra tutti i 34 paesi OCSE e rappresenta un vero problema di genere.

 

Qualche altro dato interessante

La percentuale di donne italiane che lavora fuori casa è bassa, è sotto la media OCSE - l’Italia si colloca al terzultimo posto - nonostante esse abbiano un livello di istruzione scolastica superiore ai maschi; ciò penalizza il livello economico delle famiglie ma anche l’economia dello stato italiano; una maggiore occupazione femminile potrebbe fare aumentare il PIL di un punto l’anno.

Un terzo delle donne italiane lavora part time nella necessità di conciliare tempi di lavoro e responsabilità famigliari: le donne sono infatti socialmente percepite come le prime responsabili dell’andamento della casa e della famiglia; il lavoro part time difficilmente è conciliabile con una significativa progressione di carriera.

L’Italia presenta un  tasso di natalità tra i più bassi del mondo
A causa della difficoltà  di conciliazione tra i tempi di vita e di lavoro e delle carenti  e costose infrastrutture a sostegno alla maternità, l’Italia presenta un  tasso di natalità tra i più bassi del mondo: 1,41 figli per donna contro i due di Francia, Islanda, Irlanda, Messico, Nuova Zelanda, Turchia e Stati Uniti. Questo comporta l’invecchiamento della popolazione, con i problemi che ne conseguono.

 

Perché?

La scarsa partecipazione delle donne italiane al lavoro, secondo l’OCSE, nascerebbe da un insieme di stereotipi sociali con radici storiche - la donna è ritenuta la responsabile della famiglia, della casa, dei figli, degli anziani - ed una serie di ostacoli obiettivi rappresentati soprattutto dalla scarsità e costosità delle stutture educative e di accudimento.

Per questo, secondo l’ente, «l’Italia ha bisogno di migliorare le politiche per la famiglia e necessita di una maggiore partecipazione degli uomini al lavoro domestico».

 

Riflessioni dall'esperienza clinica sessuologica

Aggiungo qualche riflessione che deriva da anni di lavoro psicoterapeutico con persone singole e coppie nell’area affettiva e sessuale.

La situazione sopra descritta comporta assai frequentemente un elevato livello di insoddisfazione nella donna. Essa riguarda l’ambito dell’impossibile o difficile autorealizzazione fuori casa, ma anche i riflessi della scarsa o impari partecipazione del proprio compagno al lavoro non retribuito: casa, figli, anziani.

In realtà il tipo di educazione in Italia impartito ai figli maschi, raramente li porta a percepirsi come parimenti responsabili di questi settori; con la conseguenza che quando aiutano in casa, ritengono di fare un favore, di prestarsi per qualcosa che però a loro non competerebbe.

Ciò carica molte donne di stanchezza, di stress, di sentimenti di ingiustizia, di “testa troppo piena” di incombenze, di risentimenti verso il proprio compagno. E sappiamo che tutto questo è il primo vero deterrente per il desiderio sessuale femminile.

Il lavoro clinico comporta, a più livelli, il disvelarsi degli impliciti, la ristrutturazione di alcuni aspetti del priorio ruolo di genere, la modifica di comportamenti nella coppia e nell’educazione dei figli.

 

Suggerimenti OCSE

«La diseguaglianza di genere – sottolinea l’Ocse - significa non solo ridurre l'importante contributo delle donne all'economia, ma anche sprecare anni di investimenti nell'educazione femminile».
Considerato che divari di genere sono presenti in tutte le sfere della vita economica, non si dimentichi che essi comportano grandi perdite in termini di produttività, ma anche di livello di vita e di ben-essere delle persone interessate.

I messaggi di necessario cambiamento che l’OCSE ci consegna, che condividiamo e che ci richiamano alla mente il "Documento sul Ben-essere sessuale nel terzo millennio",  sono i seguenti:

- Una educazione improntata ad una maggiore uguaglianza di genere ha positivi effetti anche sulla crescita economica.

- Fin dai primi livelli scolastici occorre affrontare gli stereotipi educativi, quelli che allontanano le bambine e ragazze dalla matematica, ad esempio.

- La collaborazione tra uomo e donna deve avvenire anche in casa, sia attraverso un mutamento dei comportamenti all’interno della coppia, sia nell’utilizzo delle leggi esistenti sul congedo parentale ugualmente valido per le madri e per i padri.

- Pari sostegno sia dato all’imprenditorialità maschile e femminile.

Un grazie a chi ha avuto la costanza di giungere fin qui, destreggiandosi tra numeri e percentuali; ne avrà sicuramente ricavato spunti di riflessione e di autoformazione, di miglioramento per la propria coppia.

C’è ancora molto lavoro da fare per un mondo di donne e uomini più armonioso, più giusto e più gioioso.

Fonti