Quanto contribuiamo a cronicizzare la sofferenza psicologica?

Perché una determinata patologia psicologica ha esisti diversi in persone differenti?

Come mai una depressione, un disturbo ossessivo compulsivo o qualsiasi altra problematica psicologica si risolve in tempi minori in alcuni soggetti e su altri tende a cronicizzarsi accompagnando negli anni chi la ospita?

Il senso comune porta a pensare che l’esito di una cronicizzazione possa essere la conseguenza della gravità della psicopatologia, che colpisce alcuni in modo più dirompente rispetto ad altri e che non ne consente una soluzione rapida o definitiva.

L’esperienza clinica ci permette di osservare che il protrarsi o, peggio, l’aggravarsi di una malattia psicologica non dipende tanto dalla sua gravità ma dal tipo di risposta del paziente e da una serie di soluzioni terapeutiche arbitrarie o inadeguate messe in atto nel tentativo di risolvere il problema.

Questo elenco, tutt’altro che esaustivo, ci permette di inquadrare le soluzioni inadeguate che il paziente attua con lo scopo di  gestire il problema ma che, in realtà, sono il preludio della  sua cronicizzazione.

 

Interruzione precoce di un percorso terapeutico

Interrompere precocemente un percorso terapeutico (questo vale sia  per la psicoterapia che per i farmaci) non permette al terapeuta di apprendere dal paziente e, quindi, osservare le reazioni che questi ha verso le cure effettuate. Permettere al curante di fare esperienza sulla risposta del paziente fa si che questi possa correggere il tiro ed avvicinarsi sempre più ad una prescrizione  adeguata. In psicopatologia esistono cure (psicoterapiche e farmacologiche) standard scientificamente validate ma vi sono risposte differenti di chi ne usufruisce  e con le quali un buon terapeuta deve confrontarsi, ma bisogna consentirglielo.

 

Rivolgersi a più terapeuti troppo precocemente

Una volta stabilita una cura, spesso, molti pazienti, prima di lasciare il tempo che questa possa dare i suoi effetti, si rivolgono ad altri professionisti. Nonostante la bravura e la preparazione di quest’ultimi ci si trova, tuttavia, con specialisti provenienti da percorsi differenti e con modalità di intervento non sempre sovrapponibili. Questo fa si che la cura precedentemente cominciata venga rivalutata e, spesso, ribaltata. In pratica, si ricomincia tutto d’accapo, contribuendo a perdere tempo e a lasciare terreno da battere alla propria malattia.

 

Rivolgersi a più terapeuti contemporaneamente

Chiedere una seconda opinione è più che legittimo ma, in alcune occasioni, soprattutto durante un percorso psicoterapico iniziato, può risultare controproducente. In psicoterapia vi sono orientamenti teorici differenti e, spesso, in netta contrapposizioni l’uno con l’altro; questo fa si che anche le opinioni sull’origine e la gestione della propria psicopatologia possano essere contrastanti, contribuendo a far aumentare il senso di confusione e smarrimento del paziente. Al cospetto di questa situazione ci si sente legittimati a chiedere anche una terza ed una quarta opinione dando alla malattia il tempo di irrigidirsi e di perdere ulteriore tempo prima di cominciare un percorso di psicoterapia.

 

Continuare sempre con le stesse terapie nonostante gli scarsi risultati nel tempo

Nonostante sia necessario dare al terapeuta il tempo di apprendere dal paziente e alla cura di dare i suoi effetti, esiste, tuttavia, un limite oltre il quale è bene porsi delle domande. Se una sintomatologia psicologica, per la quale ci si è rivolti ad una terapeuta, continua ad essere presente, nonostante siano già passati troppi mesi dall’inizio del percorso, forse (almeno nel proprio caso), è bene cominciare a farsi delle domande sulla validità o meno di quello che si sta facendo. Spesso la trappola che induce a non abbandonare una terapia che non sta dando frutti è mantenuta dal senso di fiducia e attaccamento impiantatosi con il curante o il fatto di aver raggiunto una consapevolezza o meno di una propria dimensione personale o l’idea di essere cresciuti psicologicamente dandoci la suggestione che qualcosa la si sta ottenendo. Sono sicuramente ottimi traguardi ma non sono di certo quelli per i quali si è scelto di andare in terapia, ossia la soluzione del proprio disagio o della sintomatologia che ci ha spinto a chiedere aiuto.

 

Il rivolgersi a terapie non adeguate al problema

Uno dei miti davvero duri a morire è che ogni psicoterapia sia adeguata ad ogni problema psicopatologico. Nonostante il mito sia smentito dalla letteratura oltre che dall’esperienza clinica, in molte occasioni la scelta terapeutica non è adeguata alla propria sofferenza e, nonostante questo, in virtù di quanto detto nel paragrafo precedente, si insiste nel continuare su interventi che non danno effetti. L’unico parametro di scelta che il paziente può utilizzare, purtroppo, è a posteriori, ossia dovrà necessariamente apprendere da se stesso e valutare (almeno dopo qualche mese) se la sua sintomatologia sta subendo qualche cambiamento in positivo oppure no. Spesso, per quel che riguarda il servizio pubblico, l’obiezione frequente è che lì non si può scegliere l’orientamento del terapeuta e che bisogna accontentarsi. Purtroppo ci si mette nelle stesse condizioni del protagonista della storiella di colui che  cerca le chiavi di casa che ha perso sotto il lampione senza cercare altrove perché solo lì c’è la luce. Le chiavi non compariranno dal nulla, purtroppo. Seppur pubblica e gratuita una terapia inadeguata resta sempre una terapia inadeguata.

 

La resistenza al cambiamento

Nonostante la sofferenza alcuni pazienti si sentono a disagio di fronte a qualche cambiamento comportamentale imposto dalla terapia e questo può essere assolutamente indipendente dal tipo di patologia o dalla sua gravità. Cambiare una credenza, uno stile di vita, una modalità relazionale o rinunciare ad un illusorio beneficio secondario che la propria malattia può determinare (maggior attenzione, minor impegno verso qualcosa, ecc.) può far si che lo stesso paziente tenderà a boicottare le prescrizioni del suo terapeuta, invalidando il processo di guarigione e non valutando i rapporti costi benefici tra la sua condizione patologica, il rimanere rigidamente sulle sue posizioni e la sofferenza che da queste subisce. Il paziente può effettuare una valutazione distorta dei costi benefici di un cambiamento e mettere in discussione le azioni del terapeuta contribuendo a mantenere in vita i suoi sintomi. Frasi del tipo: “ho pensato che questo comportamento potrebbe non essere adatto a me… ma così, forse, peggiora la situazione… si dottore ci ho pensato ma è meglio di no nel mio caso ecc” sono le classiche frasi preludio della cronicizzazione della malattia.

 

L’illusione del fai da te

Spesso, nonostante una certa dose di sofferenza, ci si ostina a non chiedere l’aiuto di un professionista con l’illusione di uscire senza cure dalla propria condizione. Il timore di sentirsi etichettati solo perché ci si rivolge ad un operatore della salute mentale, la paura irrazionale di ricevere una diagnosi psicopatologica indesiderata o la convinzione che prima o poi la malattia ci abbandonerà magicamente o che scomparirà con rimedi autoprescritti (viaggio, sport, rimedi naturali, erbe) sono ulteriori manovre che tendono a cronicizzare la propria psicopatologia.

 

Da questa osservazione si evince, quindi, che il problema psicologico si può cronicizzare in virtù di come ci si pone ad esso e non dalla sua gravità o da un improbabile “fato” che ha deciso di farci soffrire. Sapere cosa non fare è un primo passo per spezzare la nostra alleanza con la malattia.

 

Si consigliano le seguenti letture:

http://www.medicitalia.it/a.devincentiis/news/1630/E-la-relazione-che-cura

http://www.medicitalia.it/a.devincentiis/news/1399/Panico-e-ossessioni-quali-terapie

http://www.medicitalia.it/a.devincentiis/news/2106/Ansia-quale-psicoanalisi-Un-libro-per-capire