Rispetto ai disturbi non altrimenti specificati (Not specification desorder atipic o DANAS), tra vari autori che se ne sono occupati, non c’è ancora accordo riguardo a quanti e quali siano le manifestazioni principali.

La classificazione sistematica dei disturbi mentali è essenziale, sia per la ricerca clinica, che per la formulazione di un trattamento. Tuttavia, non tutti i casi clinici rientrano sempre nelle categorie predefinite (Thomas, Vartanian, Brownell 2009).

Nella terza revisione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-III-R, 1987), queste sindromi alimentari sono state etichettate come “non altrimenti specificate” e sono state considerate “atipiche”.

Tale compromesso, necessario per la chiarezza diagnostica dei disturbi conosciuti, porta non pochi problemi metodologici[1]: i DANAS sono poco conosciuti ed il rischio è che siano difficilmente identificati e curati inadeguatamente.

Rispetto all'incidenza, i disturbi atipici, sono i più diffusi. Recenti ricerche indicano che comprendono dal 40% (Button, Benson, Nollett, Palmer 2005; Ricca et al. 2001;. Rockert, Kaplan, Olmsted, 2007) al 60% (Fairburn et al., op. cit.;. Thaw, Williamson, Martin, 2000; Turner, Bryant-Waugh 2004) tra i pazienti in trattamento clinico per disordini alimentari.

Inoltre, è interessante rilevare come siano particolarmente comuni tra le popolazioni meno indagate dalle ricerche, come i maschi (Striegel-Moore, Garvin, Dohm, Rosenheck 1999), i gruppi di minoranze etniche (Alegria et al. 2007), gli atleti particolarmente attenti all'aspetto fisico (Ringham et al., 2006), i bambini (Nicholls, Chater, e Lask, 2000) e gli anziani (Mangweth-Matzek et al., 2006).

In riferimento ai criteri diagnostici, la categoria è talmente varia che sono presenti poche informazioni sui probabili sintomi all'interno della IV versione del Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali. Gli studi longitudinali evidenziano che, mentre alcuni casi sono soggetti a remissione spontanea, altri seguono un decorso cronico (Thomas, Vartanian, Brownell op. cit.,).

In risposta alle carenze del DSM-IV, gli studi si sono indirizzati alla ricerca di criteri diagnostici specifici. Alcuni, conservatori, propongono di inquadrare i DANAS entro uno o più criteri dei principali disturbi alimentari al fine di inserire la maggior parte di questi pazienti nelle categorie ufficialmente riconosciute (Andersen, Bowers, Watson, 2001;. Mitchell et al., 2007). A sostegno di questa proposta, vi sono anche alcune ricerche dalle quali “è emersa la vicinanza di DANAS con tutti i principali sintomi dell'anoressia nervosa, tranne l'amenorrea, come pure, in altri soggetti, la similitudine con la bulimia nervosa.” (Thomas, Vartanian, Brownell op. cit., p. 407).

In alternativa, troviamo le ipotesi rivoluzionarie di Fairburn e Bohn (2005), che propongono di aggregare, secondo un modello transdiagnostico, tutti i disturbi alimentari in un'unica categoria. In questo modo, il tipo di disordine sarebbe stabilito valutando il livello complessivo di compromissione clinica e non rispetto alla frequenza o alla gravità dei sintomi (Bohn et al., 2008;. Fairburn e Bohn, op. cit.).

Contro tale soluzione si pongono coloro i quali affermano che i DANAS altro non sono che una variante più lieve delle patologie alimentari primarie (Dancyger, Garfinkel, 1995).

Tuttavia, in uno studio recente, durante il quale Fairburn et al. (2007) hanno analizzato un gruppo di 170 pazienti ricoverati presso due cliniche inglesi per il trattamento dei disturbi alimentari, è emerso che ben il 60% presenta un disturbo classificabile come DANAS. Questi pazienti, inoltre, si caratterizzano per una lunga cronicità della patologia (in media 8,5 anni), per la presenza di anoressia (22,5% dei casi) o bulimia (38,5% dei casi) nella loro storia clinica e per l’associazione molto forte con altre forme di disagio mentale. Si desume, dunque, che non è possibile parlare di sintomatologia lieve, bensì di sintomatologia mista.

Una terza proposta risiede nella possibilità di identificare distinte categorie diagnostiche all'interno del gruppo eterogeneo DANAS (Spitzer et al. 1991).

Nonostante le diverse indicazioni, è importante sottolineare che i benefici di una più puntuale nosologia, devono essere bilanciati con i possibili rischi di un'eccessiva patologizzazione di comportamenti normativi (Widiger 1993, Thomas, Vartanian, Brownell op. cit.).

Di seguito elenchiamo schematicamente alcuni dei disturbi alimentari che, a ragione, possono essere inseriti nell'ambito dei DANAS:

- chewing and spitting (masticare e sputare). I soggetti masticano grandi quantità di cibo che poi sputano. Questo disturbo è abbastanza comune tra coloro che soffrono di patologie alimentari, anche se le persone che lo fanno non necessariamente lo vedono come un problema. Anche se tale atteggiamento non porta gravi danni per la salute, può rappresentare un inizio di anoressia ed è comunque legato alla privazione di cibo, visto come elemento cattivo, da espellere. Il disturbo può essere anche associato a forti sensi di colpa, per lo spreco degli alimenti (www.disordered-eating.co.uk, 2010).

- Dieting: i soggetti sono ossessionati dalla dieta ed il controllo del peso diviene ossessivo. Le relazioni sociali e la quotidianità appaiono normali, ma sono in realtà limitate dalle esigenze di controllare l'alimentazione (XII Congresso nazionale dell'Associazione nazionale dietisti, 2010 in NewsFood.com).

- Ortoressia. Il primo a parlare di questo disturbo è stato Bratman (1997). I soggetti prestano un'attenzione eccessiva alle regole alimentari, mascherandone l'ossessione dietro la scelta di condurre una vita sana. “L'ortoressico preferisce morire di fame piuttosto che mangiare cibi che ritiene contaminati o che comunque possono nuocere alla sua salute. Molti comportamenti giudicati normali sono in realtà ortoressici.” (Albanesi 2004, p. 75)

- Reverse anorexia, conosciuta anche con il nome dismorfismo muscolare. Colpisce soprattutto gli uomini, ossessionati dalla muscolatura. E' presente, come nell'anoressia e nella bulimia, una percezione distorta del proprio corpo visto, però al contrario, troppo magro.
Di questa patologia si comincia a parlare negli anni '90, studiando alcuni bodybuilders maschi (Pope et al. 1997). Nel 1997 sono stati individuati i criteri diagnostici della patologia che ha preso il nome di dismosfirmo muscolare:

- preoccupazione per il fatto di non possedere un corpo muscoloso;

- “la preoccupazione causa angoscia o riduzione nelle attività sociali, lavorative o in altre importanti aree del funzionamento personale, come dimostrato dalla presenza di almeno due dei seguenti criteri” (Cortufo op. cit., p. 63):

- l'oggetto primario delle preoccupazioni e dei comportamenti risiede nella convinzione di essere troppo piccolo, al contrario dell'anoressia.

- emetofobia (www.emetofobiaonline.com, 2008). I soggetti hanno terrore di vomitare o di veder vomitare gli altri. La paura è così forte che lapersona controlla ossessivamente ogni sintomo del corpo ed esamina il cibo per paura che sia scaduto o avariato e che possa provocare il vomito. La fissazione sul controllo può portare ad una cronicizzazione della nausea. A livello relazionale, il soggetto tende ad allontanarsi dalle normali attività della vita quotidiana, a non avere figli, a causa delle nausee mattutine e ad allontanare persone soggette a malattie stagionali.
L'emetofobico arriva a rinunciare al cibo, così la malattia è spesso confusa, non a ragione, con l'anoressia o con l'ipocondria, per la costante paura di ammalarsi (Mian, Fanni, 2008). Il soggetto tende a rifiutare anche i medicinali, perché spesso, tra le controindicazioni, sono presenti nausea e/o vomito.

- Anginofobia, è la paura di deglutire e rimanere soffocati (Purgato, 2006). 
I soggetti che ne sono afflitti vivono un dramma quotidiano, in particolare al momento dei pasti. Il cibo diventa nemico, gli attacchi di panico all'ordine del giorno. Senza un adeguato sostegno psicologico si giunge al punto di vivere con ansia anche il semplice deglutire la saliva [...]. Ne consegue un graduale isolamento sociale che conduce senza via di scampo a forme di depressione gravi. Colpiti […] sono sia bambini che adulti, con maggioranza di questi ultimi. Uomini e donne senza distinzione (sebbene la percentuale delle donne superi quella degli uomini). La paura non è relativa tanto allo stimolo in sé del deglutire, quanto piuttosto al terrore delle conseguenze date dal farlo. Ne deriva quella che […] viene chiamata “strategia di evitamento”: […] il soggetto inizia con l'eliminare cibi, a suo avviso, più pericolosi di altri" (Mian, op. cit.).
Come per l'emetofobia, i soggetti sono restii all'uso di farmaci, specie in compresse, per la paura di non riuscire ad ingoiarli. La patologia, che tende a cronicizzare e peggiorare, porta al progressivo isolamento con pesanti ripercussioni sulla vita lavorativa e sociale. Rispetto alle cause, molti pazienti riportano episodi legati al soffocamento, proprio od altrui, in età scolare ed il relativo trauma; altri riferiscono di essere rimasti turbati dall'avvertenza, sulle istruzioni di alcuni giocattoli, relativa alla pericolosità di un'ingestione casuale degli stessi (Mian, op. cit.).

 

Note:

1. Dati recenti indicano che la maggior parte degli individui con disturbi di personalità (Johnson et al, 2005;. Westen & Arkowitz-Westen, 1998), disturbi dissociativi (Sar, Akyuz, Dogan, 2007), disturbi somatoformi (Kuwabara et al. 2007) e disordini alimentari (Fairburn, Bohn, 2005) sono diagnosticati entro la categoria “non altrimenti specificato” ( Thomas, Vartanian, Brownell op. cit.).

 

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