Prima di entrare nel dettaglio delle dinamiche adolescenziali in un gruppo omogeneo di pazienti con disturbi alimentari mi sembra necessario introdurre brevemente il concetto di gruppo di adolescenti.

Generalmente un gruppo si forma tramite un processo di alleanza basato sull'identificazione di un “noi” che si differenzia dall'altro; questo noi implica la condivisione di elementi comuni su cui si basa il senso di appartenenza.

Da bambini abbiamo già la capacità di distinguere le persone in modo da poterle scegliere in base a specifiche caratteristiche preferenziali, e di poterle inserire nel nostro gruppo di affiliazione.

Gli adolescenti, allo stesso modo, cercano di creare la loro catena di relazione basata su affetti, condivisione, similarità e comprensione; sentono il bisogno di condividere la loro maturazione con un coetaneo che possa comprendere il suo stato di confusione dovuto all'accettazione di questo corpo che a primo acchito appare estraneo ma che in realtà non lo è affatto.

Tra i 13 e il 18 anni si inizia ad elaborare il Sé idealizzato infantile per sperimentarne uno più autonomo e separato dalla famiglia, si inizia a riconoscere il corpo adulto nella mente e la definizione dell'identità di genere.

Necessario affinché un adolescente possa affrontare questo percorso con minore difficoltà possibile è l'aver maturato un'autostima sufficiente per confrontarsi con gli altri, oltre che alla soddisfacente separazione simbiotica dalla figure di accudimento primarie.

Il gruppo dei pari diventa, perciò, l'oggetto-sé a cui fare riferimento.

Un ostacolo durante l'evolversi di tali processi rischia di delineare nell'individuo un Sé frammentato che emerge in adolescenza a causa delle difficoltà che il Sé debole, nel suo processo di soggettivazione, incontra nell'accedere al nuovo scenario interpersonale.

Intervenire precocemente quando la situazione è negativa è necessario, preferibilmente attuando un piano di cura analitica volta a sostituire la chiusura del sé con una nuova espressione dello stesso a livello interpersonale, tramite la condivisione di queste esperienze traumatiche con oggetti-Sé “umani” e non “non umani”.

Il concetto fondamentale da ricordare è che durante l'adolescenza il processo che in principio genera tutta una serie di difficoltà è quello di differenziazione; innanzitutto sessuale e poi pian piano ricopre tutti i livelli del processo di acquisizione identitaria.

Questo processo prevede più fasi: la prima fase avviene durante l'infanzia conosciuta come la fase del complesso di Edipo[1] e la seconda fase, affrontata dall'adolescente quando per la prima volta deve affrontare un lutto, distaccandosi dagli oggetti transizionali della propria infanzia.

In ambito psicoanalitico molti autori hanno conferito al corpo un ruolo centrale nella costituzione della soggettivazione psichica e quindi della formazione della propria identità.

Fra tutti il primo è stato S. Freud sottolineando la connessione esistente tra soma e psiche quando ha descritto il meccanismo sottostante alla formazione del sintomo isterico come la “traduzione di un conflitto psichico in termini somatici” (Freud, 1984).

L'esemplificazione della relazione tra corpo e mente è la realizzazione dell'identità corporea, intesa come insieme di caratteristiche, elementi, conoscenze, qualità dotate di una connotazione affettiva che l'individuo attribuisce al proprio corpo.

L'immagine corporea appartiene al sistema simbolico immaginario e si configura come rappresentazione sintetica del riconoscimento del corpo in rapporto con il proprio Io, con gli altri e con la realtà rappresentando una connessione capace di collegare corpo organico e corpo vissuto. Tale rappresentazione è prodotta grazie all'investimento libidico attraverso il quale l'adolescente inizia a percepirsi come oggetto e per questo deve oscillare tra mente e corpo.

L'adolescente, in particolare, deve confrontarsi con un “corpo disincarnato”, quindi senza identità e distaccato da se stesso e da come si conosceva sia a livello strutturale che sessuale.

Come ciò avvenga è il “risultato di un processo di apprendimento in cui il bambino ha appreso, in un dato rapporto transizionale, come percepire e concettualizzare esattamente i suoi bisogni corporei come soddisfarli in modo adeguato, indipendentemente dalla nutrice e dalle proprie fantasie inconsce, per contatto diretto e stabile con la propria fonte esperienziale basica: il suo corpo” (Selvini Palazzoli, 1697).

L'anoressia si identifica, tramite un'identificazione primaria, il proprio corpo con l'oggetto cattivo, la madre incorporata nei suoi aspetti passivizzanti e disgreganti, all'interno di un processo volto a preservare il Sé da un oggetto percepito troppo potente per poterlo combattere.

Queste strategie difensive di “conversione” o anche di evitamento, limitano le interazioni con gli oggetti primari stabilendo relazioni oggettuali non ottimali che mette l'adolescente in una situazione emozionale basata sul conflitto con la madre che ha scarsa regolazione affettiva, in modo da ricreare una relazione con il caregiver adattiva e apparentemente buona .

La volontà di autodistruzione del soggetto anoressico è “volontà del nulla”, in cui la malattia ha origine nella necessità di sentire il dolore per costruire una memoria e una comprensione di mente e corpo.

Queste caratteristiche di isolamento e fallace rispecchiamento nella patologia alimentare permettono il trattamento di questo disturbo nel gruppo terapeutico configurato in assunto di base anoressico.

Il gruppo diventa il confine fisico, la pelle che il corpo del paziente non riesce più a contenere perché destabilizzato e fratturato nel profondo.

All'interno del gruppo ognuno può raccontarsi con il tentativo di alleviare la sofferenza individuale. La storie vengono trasmesse da un individuo all'altro in attesa di essere elaborate e narrate.

Una giovane paziente anoressica, bulimica o con qualsiasi altro disturbo alimentare può rispecchiarsi nel gruppo e trovare un nuova e reale immagine di sé; non vede più elementi inelaborati e inconsistenti, fissati sulla barriera corporea in una situazione borderline di attesa di elaborazione.

Entrare a far parte di un gruppo significa per l'adolescente ritrovare il proprio corpo biologico sino alla regressione verso un corpo collettivo.

Tramite questo incontro con le origini, l'individuo rivela a se stesso gli assunti di base ed il materiale psichico non elaborato a causa del rifiuto da parte dell'Altro, si percepisce come essere nella sua interezza e acquisisce la percezione di una propria identità.

L'individuo adolescente ha la possibilità di mentalizzare il suo corpo e di attribuirgli nuovi significati costruttivi della propria individuazione fino ad ora psicotica.

Con questo abbiamo identificato un altro aspetto caratteristico della anoressia e della bulimia, la scissione a livello fisico e mentale di questi elementi che andrebbero elaborati nell'infanzia con l'aiuto di una buona rêverie materna.

In effetti, in un gruppo di pazienti anoressiche che dopo un certo periodo inizia ad elaborare questi elementi, viene sentito e vissuto il calore della cura non ricevuta, in una “rappresentazione collettiva” di ciascuna delle pazienti che riconosce gli elaborati arcaici e si appresta a riceverli interiormente come parti fuse con il passato, il presente ed il futuro del corpo e della psiche.

Questo spiega come mai in gruppo si condivide il senso di appartenenza a qualcosa di eterno e imbattibile, a cui potersi affidare attribuendogli un elevato valore terapeutico e conoscitivo che potremmo definire onnipotenza fruibile di gruppo o gruppo come oggetto-sé.

Molti autori che si sono addentrati nello studio di questa tipologia di pazienti e che hanno svolto gruppi di terapia monosintomatici, suggeriscono che la spinta ad aggregarsi con ciò che è comune, è particolarmente predominante in questi gruppi, facilitando la funzione di rispecchiamento del gruppo.

Un'altra specifica tendenza è quella di approssimarsi alla dissociazione e alla scissione dovuta alle loro esperienze passate, dalle quali scaturisce rabbia e aggressività; ciò rende probabile il verificarsi di conflitti più elaborabili e integrabili.

Una pratica terapeutica che merita di essere ricordata è quella dell'associazione ABA[2] nata da gruppi che si sono riuniti attorno ad una donna che era stata malata di bulimia ed era guarita con la terapia personale

In sintesi, dobbiamo pensare che chiarire come funziona la mente di un'adolescente è un'opera ardua che però permette di studiare i meccanismi basici di elaborazione ed espressione emotiva con lo scopo di sviluppare una crescita ed un'autonomia mentale che renda l'individuo attivo nei confronti di se stesso e dei propri schemi cognitivi.

L'adolescente ed il gruppo a cui appartiene vanno accompagnati, senza essere prevaricati, ancor più di come bisogna fare con un gruppo di persone adulte. Questo popolo, è giovane, molto vicino al loro trauma a livello temporale e spaziale (si presume che vivano presso la dimora dei genitori), il che rende ancora più complesso affrontare le difficoltà. Non pochi lamentano il contrasto tra l'esperienza di “purificazione” che provano durante la terapia e l'imminente cancellazione di tale memoria nel momento in cui rientrano a casa, presso la famiglia, nucleo della malattia.

Il Sé è fragile e necessita di sostegno, come tutte le sofferenze situate tra il versante psichico e quello somatico e che hanno alla loro base il problema identitario di un sé indifferenziato e scisso.

Per concludere non dobbiamo dimenticare che intervenire precocemente aiuta la terapia e la risoluzione dei conflitti interiori, prima si interviene e meno maturano nell'organismo dell'individuo.

E' molto importante approfondire la valutazione sul funzionamento e sui modelli di sviluppo del sistema di caregiving per poter formulare strategie di intervento e diagnosi corrette, principalmente precoci.

 


[1]  Concetto originariamente sviluppato nell'ambito della psicoanalisi da Freud S. e ripreso da Jung per spiegare una fase critica dell'evoluzione della libido infantile che si svilupperebbe verso i quattro anni e quindi dopo che il bambino è entrato nella fase genitale, dirigendo i propri impulsi sessuali verso la figura genitoriale di sesso opposto. Si basa sul mito greco di Edipo, che uccise suo padre Laio, e inconsapevolmente sposa sua madre Giocasta. ( Per un approfondimento consultare Freud S., Totem e Tabù, Bollati Boringhieri 1985; Freud S., Psicologia delle masse e analisi dell'Io; Bollati Boringhieri, 1975).

 [2] L'ABA ( Associazione per la Bulimia e l'anoressia) è un'associazione fondata nel 1991 da Fabiola de Clerq con la scrittura del libro autobiografico “Tutto il pane del mondo” per effettuare studi e ricerche sull'anoressia , la bulimia e i disturbi almentari in genere. Il modello teorico di riferimento è quello del “campo relazionale”, ossia una terapia “tra persone” che collaborano per raggiungere un obiettivo comune.