Si comincia così, con il referto di una mammografia che paralizza, per il quale si sente il cuore battere forte, nitidamente, velocemente, quasi volesse incitare alla fuga, per salvarsi da un pericolo imminente. E da lì ha inizio un percorso diverso per ciascuna, fatto di chemio, di radio, di probabile mastectomia, di stanchezze, di effetti collaterali, di terapie ormonali, di caduta dei capelli, di menopausa anticipata, di paure, ansie, rabbia e ancor più della difficile accettazione di non avere più una caratteristica femminile.

Sono molte le donne che convivono o hanno convissuto con un tumore al seno, donne di qualsiasi età, donne che affrontano la malattia in maniera diversa, donne accomunate tutte da un unico pensiero: la propria identità femminile. Il tumore al seno, con tutti i suoi effetti, va a toccare un simbolo importante della femminilità, della seduzione, della maternità. Pertanto, una malattia che rappresenta una minaccia per quella parte del corpo che culturalmente simboleggia la femminilità in tutte le sue sfumature può generare un sentimento di crisi dell’identità, un senso di perdita irreparabile e di rabbia.

Ed è proprio di questo che si è occupato il documentario mandato in onda il 4 febbraio, Giornata mondiale contro il cancro. Il titolo è "The Scar Project: gli scatti della rinascita". Un lavoro di 6 anni durante i quali un fotografo di moda, David Jay, ha scattato fotografie a più di 100 donne, dai 18 ai 35 anni, affette da cancro al seno e provenienti da tutto il mondo.

Una domanda ha guidato il lavoro di questo fotografo: come si trasforma il corpo di una donna vittima del cancro al seno? Le risposte, più o meno, le conosciamo un po’ tutti: caduta dei capelli, radiodermiti, diminuzione della tonicità epidermica, aumento di peso, interruzione del ciclo mestruale, danni ungueali e spesso anche asportazione del seno. Un corpo, insomma, che “narra” l’esperienza di una malattia. Malattia dove spesso ci si isola, ci si chiude in casa per la disagio di mostrarsi con una parrucca, con un turbante o ancor più calvi. 

Eppure al di là di stereotipi e pregiudizi sociali, al di là della portata simbolica distruttiva della parola “cancro”, al di là di tabù che vorrebbero oscurare qualsiasi forma di condivisione esiste un bisogno profondo e vitale di raccontarsi, di raccontare cosa è successo, di mostrare quella femminilità amputata che spesso evita gli specchi e gli sguardi. 

Credo che ogni donna affetta di tumore al seno abbia voglia e bisogno di raccontarsi, di essere testimone della forza di volontà, della sopravvivenza, della speranza, della sua lotta contro il cancro, del suo corpo che ne riporta le ferite, le cicatrici, quasi come fossero simboli di vittoria. 

Ovvio che ci vuole tempo, un tempo che è assolutamente soggettivo, così come assolutamente personale è la capacità di imparare a convivere con un corpo che si è trasformato, con una pelle diversa, con delle cicatrici visibili o invisibili. Ci vuole tempo per potersi riconciliare con se stessi, riappacificarsi col proprio corpo. Occorre tempo affinché avvenga una “cicatrizzazione” che non è solo fisica ma anche emotiva.

Ci vorrebbe solo un po' più di apertura, voglia e dovere di parlarne; non per ottenere compassione, non per fornire facili illusioni e benevoli consigli, ma perché attraverso le parole non solo si aiutano gli altri a trovare un “modo”, a cui magari loro non avevano pensato, per affrontare la malattia ma soprattutto perché questo diventa terapeutico per se stessi.

“Mi è successa una cosa terribile…ma questa sono io…sono una donna e ne sono fiera!” (cit. di una paziente).

Dott.ssa Florinda Bruccoleri 
Psicologa, Psicoterapeuta analista transazionale,
Psicooncologa ed esperta in psicologia forense.
Sito web: www.florindabruccoleri.it