La crescita di un figlio, oggi, non è certamente tra le imprese più semplici.

Fin dagli albori della psicoanalisi, la figura materna è stata spesso inquisita, valutata, monitorata e talvolta messa al rogo in quanto possibile fautrice dei mali dei figli e del mondo.
La madre, secondo il pensiero di Sigmund Freud è la prima seduttrice, la prima generatrice d’amore e di futura nostalgia per il legame “speciale” che la lega al figlio.  Durante i primi anni di vita, il rapporto tra madre e bambino è di tipo “simbiotico e fusionale”, ma poiché la presenza materna è inevitabilmente e “fortunatamente” discontinua, la frustrazione che ne deriva, dovrebbe facilitare il futuro distacco da lei, favorendo la differenziazione identitaria, soprattutto se si parla di figli maschi. La madre è la prima figura di riferimento ed ha un ruolo determinante per la crescita di un figlio, ma utilizza differenti modelli identificativi e di crescita psico/sessuale, a seconda se trattasi di un figlio maschio o di una femmina. 

valeriarandone_184287032La figura materna, sin dalla nascita e per tutto il percorso di vita della figlia femmina, diventa il modello da imitare, nel quale la bambina può identificarsi.
La madre allatta, nutre ed accarezza, instaura con la figlia un contatto corporeo, spesso tattile e confidenziale e condivide con lei, le prime esperienze ed i primi amori, tappe simboliche e determinanti per il suo sviluppo psico/fisico.

La figura materna, quando il rapporto è adeguato e sano, si pone e propone come “modello comportamentale e personologico” nel quale la bambina può identificarsi; dal trucco all' abbigliamento, al modo di porgersi, di sedurre e così via. La bambina, attraverso la madre, imparerà come vorrà diventare da grande.

Il figlio maschio, è amato tanto quanto la figlia femmina, ma spesso all' interno dello stesso sentimento, cambia la modalità d' amare, le verbalizzazioni e l' aspetto tattile. La madre desidera che il figlio maschio non si adegui alla sua identità, ma ne trovi un'altra, diversa, maschile, mediante il rapporto con il genitore omologo: il padre.

Vediamo insieme, quali rischi possono nascere dal rapporto madre/figlio.

 

Il figlio mammone, eterno Peter Pan?

Quante volte abbiamo sentito dire, quest’uomo è un bamboccione, un mammone, non vuole crescere, il suo cordone ombelicale non è ancora reciso e così via… In effetti queste frasi, contengono dei fondamenti di verità. Talvolta, tra madre e figlio maschio, si forma verosimilmente una “coppia”, con le medesime dinamiche di accudimento, cura ed amore della coppia coniugale. 

Il cordone ombelicale invece, dovrebbe recidersi presto, affinché il figlio maschio diventi autonomo ed adulto; una "mamma chioccia", iper-presente, iper-protettiva e sostitutiva dei bisogni del figlio, lo danneggerà e gli impedirà di crescere adeguatamente. Il mammone è un uomo "anagraficamente adulto" che ha però mantenuto un rapporto intenso e soprattutto fusionale con la propria madre, improntato a tenerezza, affetto ed estrema complicità.

Quest'uomo, solitamente, anche se innamorato della propria compagna, può continuare a ricercare l’approvazione della madre quando si trova a compiere una scelta, oppure può sentire la necessità di chiederle consigli, di raccontarle della sua vita, di lamentarsi delle incomprensioni con la propria compagna e così via, mantenendo in vita e nutrendo il famigerato “cordone ombelicale”.

L’atteggiamento che caratterizza il mammone è mettere la propria madre su un piedistallo, idealizzarla ed immaginarla sempre come l’"unica" donna veramente ricca di virtù morali, di verità assolute, di abilità e di saggezza. La madre del mammone, spesso in crisi con il marito, rivede nel figlio se stessa o il marito assente, cioè dei tratti dell’uomo di cui si era innamorata da giovane. Queste dinamiche la spingono a rivivere, tramite e per mezzo del figlio, alcuni momenti della propria giovinezza.

Lo scopo di questa donna (spesso inconscio), è quello di rendere il figlio debole, dipendente e soprattutto non farlo crescere, per paura di essere abbandonata e di perdere la sua unica identità: quella materna.

 

Ed il traditore seriale?

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Dal punto di vista psicoanalitico, il classico Don Giovanni, passa da una donna all' altra, spesso in contemporanea, senza sapere mantenere un legame longevo, con l' inconscio scopo di sedurre la madre. Il Don Giovanni è figlio di una madre assente, anaffettiva o disaffettività

In questi uomini si riscontrano spesso caratteristiche pregenitali e sadiche; trattasi infatti di una possibile difesa contro impulsi omosessuali inconsci. La psicologia analitica junghiana considera il “traditore seriale”, come una ovvia conseguenza del complesso materno irrisolto.

Il figlio maschio, cerca inconsciamente in ogni partner, la figura materna; ricerca poi, non attuabile poiché nessuna donna risulta essere alla sua altezza. Come conseguenza di una mancata separazione dalla figura materna, si può andare in contro ad un “complesso edipico irrisolto”: se il “seduttore seriale”, in ogni donna, rincorre la madre, ogni uomo rappresenta il nemico mortale per eccellenza, cioè la temuta e rivale figura paterna.

Secondo la psicoanalista Melanie Klein, il famigerato Don Giovanni, soffre invece di una inconscia paura, quasi panico: la paura della morte delle persone a lui care. Tale paura potrebbe fargli vivere una condizione depressiva, ma Don Giovanni ha sviluppato una potente difesa, l’infedeltà. Grazie all’infedeltà, quest’uomo prova a se stesso che il suo “unico oggetto d’amore”, la madre, non è indispensabile ed insostituibile, anzi lui può investire le sue energie su ben altre donne, solitamente tante.

(Freud: “Tre saggi sulla sessualità”)

 

Cosa dovrebbe fare la madre di un figlio maschio?

Ottimale sarebbe che, come per tutte i figli, la coppia fosse sana ed empatica.

Una strategia vincente è sicuramente non screditare la figura paterna ed ovviamente viceversa. La madre non dovrebbe mai screditare il padre, in modo tale che il figlio/a possa sempre interiorizzare come modello identificativo il "genitore omologo", per la sua crescita futura. Le dinamiche di coppia, sono sempre centrali per la crescita sana dei figli: coppie conflittuali, colleriche, caratterizzate da dinamiche di potere o sottomissione, saranno dei cattivi esempi e soprattutto “manipoleranno” la crescita dei figlio, tentando in maniera malsana di averli come alleati a scapito dell’altro genitore.

La figura paterna dovrebbe avere tempo, spazio ed una ritrovata identità maschile, senza entrare in conflitto e competizione con quella materna.

 

Conclusioni:

Non esiste una madre che non sbaglia mai, sarebbe impossibile, come del resto non esiste un padre perfetto.
È determinante invece, fornire “esperienze correttive” ai propri figli, cercando di mettersi sempre in discussione, senza pudore e censura. Spesso un buon esempio educa molto di più di un sermone.
Nei casi di madri "impossibili, disturbate e disturbanti", l'unica soluzione per spezzare il legame logorante e per salvare i figli, è un possibile allontanamento da lei sia fisico, che psichico.
Andare via da casa, costruire una propria vita, diventa indispensabile per la propria salvezza e la propria autostima.
Se non è possibile la separazione fisica, a causa di mancanza di un ' adeguata autonomia lavorativa ed economica, l'unica soluzione rimane quella di “allontanarsi dal punto di vista psicologico”, gestendo manipolazioni e possibili sensi di colpa. Ogni esperienza e relazione , vista e vissuta da lontano, assume contorni sfumati, diventando spesso indolore; talvolta poi, la distanza fisica, facilita la vicinanza emozionale.

Lavorando con coppie, amore ed affettività, concludo con una riflessione, spesso confermata dalla mia esperienza clinica:

" Se un uomo ha avuto un buon rapporto con la madre, probabilmente sarà capace di stabilire un buon rapporto anche con la moglie."


 

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