Il pensiero di esserne preda è peggiore della paura del tumore al seno. E a venirne colpite in maggiore misura siamo noi donne, specialmente se abbiamo figli: troppe pressioni familiari ci fanno precipitare nel baratro. Così rivela il recente studio LiberaMente, condotto su 700 pazienti. Oggi però, questa malattia può essere curata meglio.

Può anche cominciare con la tristezza, ma la depressione è molto di più. È una prigione emotiva costruita da chi ne soffre. E’ descritta come un “precipitare nelle tenebre”.

La depressione colpisce tutti, a prescindere dallo status sociale, economico e d’istruzione; distrugge ogni interesse, la voglia di vivere, nulla ha senso. Per quanti sforzi l’individuo compia, per quanto aiuto posa ricevere, il coinvolgimento nelle attività vitali svanisce, risucchiato nel buco nero dello stato depressivo che no dà spazio alla forza d’animo, alle motivazioni, alla capacità di progettare. Un depresso, che magari per giorni, settimane, non riesce a uscire di casa, spera solo che l’incubo finisca.

Lo studio LiberaMente, svolto su 700 pz in cura presso centri specializzati ( da DoxaPharma), spiega che tra coloro che soffrono di depressione ( la stima è di cinque milioni di italiani, non tutti in cura) il 64 percento è donna e il 36 percento uomini; l’età media è di 46 anni. La novità, rispetto agi studi precedenti di vasta portata, è che si riscontrano meno episodi depressivi tra nubili e celibi: chi non ha figli è meno depresso di chi vive in famiglia. Si riscontrano meno episodi nei piccoli centri urbani rispetto alle grandi città.

Risulta inoltre che le donne temano più la depressione rispetto al tumore al seno: hanno poca fiducia nelle terapie farmacologiche. Lo rivela una ricerca su mille intervistate svolta dall’Osservatorio Nazionale sulla Salute della Donna. Non hanno torto, perché se è vero che si può curare, la diagnosi arriva tardivamente: la maggior parte delle persone impiega circa due anni per approdare a una cura. Si curano, tuttavia, più rapidamente le persone che vivono in famiglia e che hanno figli rispetto a chi vive solo: le donne impiegano meno tempo degli uomini per decidere di consultare un medico.

Nel campione esaminato più aumentano i figli più aumenta la probabilità di crisi; la performance che una donna offre oggi in famiglia è di altissimo livello anche perché non c’è più o scarseggia la rete di protezione della famiglia di origine; al contrario chi vive da solo o in copia ha meno richieste di efficienza o per lo meno non è bersagliato quotidianamente. La famiglia che una volta era il luogo protettivo per definizione, oggi sembra essersi trasformata nell’arena dove il nostro malessere può iniziare a scatenarsi.

Viene anche sottolineato che la dimensione depressiva è contagiosa. In una famiglia con una persona depressa, si crea un clima pessimista. Il depresso coglie solo le espressioni negative, e questo ha riflessi sulla vita professionale, relazionale e sull’ambiente che lo circonda, cominciando dalla famiglia. Oltre la metà delle persone prese a campione si sente frustrata, delusa da se stessa, con una bassa percezione di sé: questi sentimenti si trasmettono a chi vive con il soggetto.

La ricerca scientifica indica che circa il 70 percento delle persone sofferenti di depressione risponde positivamente ai trattamenti farmacologici, quando le cure sono prescritte in dosi corrette e per la durata necessaria; il 30 percento è farmaco resistente, quindi è corretto provare una diversa terapia: ciascun individuo ha una sua modalità specifica di risposta per cui non è possibile a priori stabilire quale trattamento depressivo sarà efficace per un pz.

I farmaci non sono l’unica terapia indicata per la depressione. A seconda dei casi e della gravità lo psichiatra o lo psicologo che effettua diagnosi opterà per la psicoterapia, la terapia integrata psicofarmaco- psicoterapia.

Esistono diversi approcci di tipo psicologico al trattamento della depressione, ognuno può essere efficace. Gli studi più recenti indicano una percentuale di successo del 30-35 percento per la sola psicoterapia, che è particolarmente indicata nelle forme lievi e moderate; nelle forme gravi il trattamento farmacologico è fondamentale. Sono disponibili differenti classi di farmaci antidepressivi che funzionano in modo diverso,ma tutti facilitano l’aumento della produzione di serotonina nel cervello, in questo modo i sintomi depressivi restano sotto controllo.

Per esperienza professionale, condivido quanto evidenziato dallo studio. E’ possibile trattare diversi livelli di depressione con la psicoterapia. Nei casi gravi, l’uso dei farmaci è maggiormente utile nella fase iniziale, ciò consente un buon controllo dei sintomi e la propensione del pz a sentire la motivazione per un percorso psicoterapeutico che lo porti a stare bene.