Pet Therapy: alla riscoperta delle emozioni primarie

1.    Introduzione

Statistiche inevitabilmente imprecise ci dicono che attualmente in Italia si contano circa 45 milioni di animali domestici su una popolazione di circa 55 milioni di abitanti, mentre  in Europa si parla di 310 milioni sui circa 341 milioni di abitanti: tale enorme numero  è direttamente proporzionale al livello di urbanizzazione. In altri termini, chi si allontana dalla campagna, dove gli animali sono comunque presenti e visibili, o con i quali si ha un rapporto di tipo utilitaristico, sente una forte attrazione a ricreare un rapporto con loro nell’unico modo possibile in città, vale a dire adottandone uno.

Ciò significa che l’attrazione verso gli animali è un fatto innegabile, che è parte di quello che è stato definito (Edawrd O. Wilson) biofilia, vale a dire amore per tutte le forme viventi.

Si deve altresì considerare che il passaggio dalla società rurale a quella urbanizzata è andato di pari passo con quello dalla famiglia allargata e patriarcale a quella nucleare, piccola, tendenzialmente chiusa in sé stessa, che porta all’aumento delle situazioni di isolamento e chiusura. La realtà della vita nel mondo occidentale spesso è povera qualitativamente, esiste il trend dell’emarginazione crescente; emarginazione che riguarda anziani, handicappati, disoccupati, talvolta i single ed è semplicemente sempre più difficile comunicare con gli altri. In tutti questi contesti, la presenza di un animale e soprattutto di un cane sembra poter fornire le necessarie risposte a bisogni che altrimenti resterebbero insoddisfatti.

Anche sulla scorta dei bisogni, che sono conseguenza di tutte queste situazioni, progressivamente si è andata formando e sviluppando una nuova spiccata sensibilità verso gli animali d’affezione, che ha dato vita ad una nuovo costume sociale: gli animali, sempre più sono andati entrando nelle nostre case e, negli ultimi tempi, anche nelle camere da letto, entrando  a buon diritto a fare parte di molte  famiglie, che li considerano alla stregua di un membro vero e proprio, quasi con gli stessi diritti.  Il riferimento è a gatti, cani, criceti, uccelli, pesci, a cui a seconda delle mode più o meno transitorie vanno ad aggiungersi conigli, maialini ed altro ancora. A godere delle maggiori preferenze sono in genere i cani, anche se considerazioni di tipo pratico ed organizzativo inducono poi a rivolgersi verso specie di più facile gestione quotidiana.

I cani bene o male convivono con l’uomo da quando, circa 12.000 anni, fa si cominciò ad addomesticare i piccoli di lupo, antenati delle odierne variegatissime razze, e sono da allora  stati usati per la caccia, per controllare il bestiame, per fare la guardia, per trainare le slitte: oggi sono moltissime le persone che ne tengono con sé uno per il puro piacere di averlo e a queste si affiancano quelle, forse altrettanto numerose, che non possono permetterselo, ma che intensamente lo desidererebbero, primi tra tutti i bambini: a parte le eccezioni di quelli che ne hanno paura, davvero rari sono quelli che non hanno mai chiesto ai genitori di poterne possedere uno.

Se si considerano poi tutti i problemi, connessi all’accudimento, al nutrimento, alla pulizia, alla necessità di assicurare la propria presenza, bisogna prendere atto che evidentemente le spinte a godere della compagnia di un cane devono essere tanto grandi da by-passare gli inevitabili sacrifici che la loro presenza comporta.

Se richiesti di spiegare cosa rende il rapporto con il proprio amico tanto importante, i loro padroni danno di solito spiegazioni del tipo “Mi fa compagnia” oppure fanno riferimento a quella tanto riconosciuta dote di fedeltà, che sembra, tra tante, la più ambita.

Ma a meglio decodificare nello specifico il perché molti animali siano così ricercati come compagni di vita vengono in aiuto i tanti studi, che si sono susseguiti a partire dal congresso di Toronto del 1954 sulla virtù terapeutiche degli animali domestici, e la diffusione della pet therapy, vale a dire quella terapia, nata negli Stati Uniti nel 1961 ad opera dello psichiatra Boris Levinson, il quale non ha fatto altro che prendere atto dell’esistente, vale a dire   ha colto appieno il grande potenziale terapeutico insito nel rapporto biunivoco uomo-animale e lo ha codificato e strutturato mettendo a punto particolari interventi terapeutici a livello psico-fisico. L’assunto di base è che gli animali domestici, e i cani in primo luogo, per mezzo della loro presenza e della loro capacità di comunicare, possono mitigare e alleviare condizioni di malessere e disagio: certamente non sono guaritori di patologie, ma intervengono sul malato, curando non la sua  malattia, ma  lui, in modo olistico. 

 

2.    Alcuni cenni storici

Già nell’Egitto dei Faraoni, il cane era considerato sacro al dio Anubis, protettore della medicina. Divinità dei popoli Caldei, Sumeri e Greci erano accompagnati da animali d’affezione; nell’antica Grecia si pensava che un non vedente avrebbe immediatamente riacquistato la vista, non appena fosse stato leccato da un cane santo.

Addirittura nel IX sec. si ha notizia di un programma di terapia assistita da animali a Geel, in Belgio, per curare i disabili.

Nel XVIII sec., in Gran Bretagna, negli ospizi per disabili mentali venivano usati animaletti di piccole dimensioni col fine di insegnare ai pazienti a prendersi cura di creature più deboli di loro. In Germania, fin dal 1867, si utilizzavano animali in centri per la cura dell’epilessia e dei disabili.

All’inizio del XX sec., Francia e Stati uniti fecero ricorso ai cani per aiutare i reduci della Prima Guerra mondiale, afflitti da sindromi ansiose e depressive; altrettanto si fece alla fine della Seconda Guerra mondiale.

I paesi anglosassoni sono stati i pionieri dei primi veri e propri studi scientifici, a partire dagli anni ’50, soprattutto con Borris Levinson, psichiatra infantile. Egli si accorse, infatti, che la presenza del suo cane Jingles alle sedute di trattamento di bambini con disturbi psichici favoriva la capacità di comunicazione dei bambini stessi. Da quegli episodi trasse spunto per documentarsi in merito ed iniziare personalmente una serie di ricerche in questo campo.

Dagli anni ’70 ad oggi, la pet-therapy ha avuto un ampio sviluppo, che le ha permesso di essere applicata in diversi campi. Samuel A. Corson ed Elizabeyh O’Leary Corson condussero studi su tale tipo di terapia in un ospedale psichiatrico, dopo essere venuti a conoscenza degli studi fatti da Levinson. Utilizzarono la pet-therapy con pazienti che non rispondevano ai tradizionali metodi di trattamento, ottenendo, a loro avviso, ottimi risultati. E’ stato, infatti, da loro documentato il miglioramento di tali pazienti nelle individuali capacità comunicative e di espressione delle proprie emozioni nei confronti degli altri, migliorando il proprio senso di individualità.

Erika Friedmen e collaboratori hanno dimostrato la correlazione tra il possesso di un animale da compagnia e la sopravvivenza in caso di malattie coronariche; il dottor Katcher pubblicò uno studio che dimostrava che il contatto fisico con un animale poteva diminuire la pressione arteriosa in individui sofferenti di ipertensione. Mugford e M’Comisky compirono importanti esperimenti su gruppi di anziani soli, su cui riscontrarono miglioramenti sul loro stato di salute e sul loro umore.

In Francia, gli studi più importanti in merito sono stati effettuati dallo psicologo ange Condorcet, allievo di Levinson.

In Italia, la diffusione della pet-therapy ha avuto una diffusione più recente. Tra gli studiosi che maggiormente hanno contribuito ad approfondire l’argomento, vi è il Professor Ballerini, dell’Università di Parma. Nel nostro paese è già piuttosto diffusa l’ippoterapia e si è sperimentata con efficacia la delfinoterapia, soprattutto con bambini autistici. In alcuni ospedali psichiatrici, inoltre, sono state create piccole fattorie per realizzare programmi terapie assistite con animali.

 

 

3.    Cos’è la Pet therapy

Il termine Pet Therapy deriva dall’unione di: pet o animale d’affezione e therapy o terapia, cura. In italiano dovrebbe stare a designare: una “terapia assistita dagli animali” (Istituto zooprofilattico di Teramo), un “uso terapeutico degli animali da compagnia” (Utac), o una “terapia aiutata con gli animali”.

Nonostante il termine venga utilizzato in modo generico, con pet therapy si intendono due tipi di trattamento con gli animali:

Il primo consiste nelle attività assistite da animali: che consentono di migliorare la qualità di vita del paziente ed è indicato, ad esempio, nel caso in cui vi sia la necessità di rendere più lieve la permanenza di una persona, giovane o anziana che sia, in una struttura nella quale si trova momentaneamente ospite.

Il secondo consiste nella terapia assistita dagli animali, le cui possibilità d’impiego sono maggiormente variegate. Essa può, infatti essere espletata attraverso le attività di recupero di adulti con disabilità comportamentali e di sviluppo, condotte con l’ausilio di psicoterapeuti, fisioterapeuti o educatori, al fine di migliorare le capacità di comunicazione e di relazione sociale dei pazienti. Tra gli obiettivi più diffusi di applicazione di questa specifica pet therapy ci sono quelli fisici, di salute mentale, motivazionali ed educativi.

In generale, il principio della pet therapy si basa sull’utilizzo del rapporto speciale che certe persone instaurano con gli animali per favorire il processo terapeutico (psicologico, fisico e sociale). I contatti che si instaurano tra animale e paziente accelerano e facilitano i rapporti con i terapeuti, contribuiscono a rendere la situazione meno stressante, facilitano l’esercizio fisico e favoriscono il dialogo.

Gli animali impiegati per tale tipo di terapia sono molteplici (cani, delfini, cavalli maggiormente, ma anche: gatti, uccelli) e la scelta su quale di essi sia più idoneo per ognuna delle persone che la suddetta terapia utilizzano è determinata valutando approfonditamente le esigenze psicologiche, fisiche e relazionali dell’utente in questione. Non solo, ma una volta circoscritto l’ambito di scelta, l’analisi è necessario che continui affinchè si individui, all’interno della specie prescelta, quel particolare animale che racchiuda in sé le caratteristiche peculiari adatte alla persona in questione.

In proposito, è stato sottolineato più volte e da più esperti che lavorano nel settore, quanto un errore di valutazione nella scelta dell’animale da utilizzare possa causare problemi anche molto gravi per il paziente sottoposto alla terapia. Per evitare ciò, è necessario sentire il parere di un esperto in comportamento animale, sia esso un etologo, un veterinario, un addestratore di cani, un terapeuta comportamentale, che conosca i comportamenti “normali” e l’organizzazione sociale della specie da coinvolgere nei programmi di terapia. Le ragioni principali di tale approccio fanno capo a tre questioni importanti: 1.Gli animali scelti verranno accuditi in maniera adeguata, evitando futuri problemi; 2.Conoscendo le basi biologiche della “normale” relazione uomo-animale, è possibile impiegarli nel modo migliore per i fini della terapia, 3.E’ più facile, così, salvaguardare il benessere psicofisico degli animali.

In generale, il principio della pet-therapy si basa sull’utilizzo del rapporto speciale che certe persone instaurano con gli animali domestici per favorire il processo terapeutico, sia esso psicologico, fisico, sociale o una combinazione di questi.

Il professor Larocca, dell’Università di Verona, definisce gli animali come “mediatori educativi pre-simbolici”. Secondo lo studioso, l’animale rappresenta il terzo elemento di una relazione d’aiuto tripartita costituita da paziente, terapeuta e animale che fa da mediatore. Il privilegio detenuto da quest’ultimo consiste nell’essere un “acceleratore di relazioni umane”; il tutto viene reso possibile grazie alla capacità che gli animali hanno di relazionarsi con l’uomo con un linguaggio pre-simbolico, che è lo stesso utilizzato dal “cervello emotivo”, a cui fa capo la comunicazione analogica. Secondo Larocca, nei soggetti con difficoltà cognitive, si nota la prevalenza ad utilizzare, la comunicazione analogica piuttosto che quella numerica.

Rimanendo all’interno della teoria della potenzialità degli animali nella comunicazione analogica con l’uomo, cani, cavalli, delfini principalmente, ma anche conigli, cavie, gatti, canarini si ritiene:

  • Aiutino il movimento fisico a misura delle possibilità del disabile,
  • Aiutino a conoscere in diretta la natura, la diversità, i limiti dei cicli vitali, sia biologici che sessuali;
  • Stimolino l’elaborazione del linguaggio verbale a partire dai toni della voce, aiutino a conoscersi e a migliorare la propria immagine dinamica;
  • Aiutino ad individuare i segnali non-verbali nella comunicazione,
  • Sviluppino la fiducia in se stessi,
  • Inducano a esperienze di movimenti nuovi, di modi inediti di comportarsi, di sentire e di essere;
  • Stimolino l’elaborazione di un linguaggio “propriocettivo”;
  • Offrano un senso di protezione e quello di un legame di dipendenza e di cura,
  • Aiutino ad apprendere e ad interiorizzare il senso di responsabilità;
  • Fungano da valvola di sfogo emotivo.

 

4.     Come funziona la Pet therapy

Le ricerche condotte per valutare gli effetti di tale terapia hanno messo in luce modalità di azione-stimolo che quasi sempre si potenziano tra loro e possono venire riuniti nei seguenti meccanismi.

Meccanismo affettivo-relazionale:

questo è il meccanismo d’azione più importante. L’emozione agisce in molte malattie; sulla base di recenti ricerche, tra le quali fondamentali sono quelle di Herbert Benson della Harvard University (USA), esposte nel suo libro The relaxation response (1975), tra emozione, rilassamento ed effetti sanitari benefici vi sono stretti legami. La tecnica di rilassamento, indotto fissando l’attenzione su un singolo elemento uditivo o visivo o attraverso il rapporto con un animale amico, comporta una serie di modificazioni fisiologiche che sono opposte alla risposta reattiva causata dallo stress soprattutto quello cronico. Le modificazioni fisiologiche che avvengono durante uno stato di rilassamento sono: la diminuzione del ritmo cardiaco- respiratorio, la diminuzione della pressione arteriosa, la diminuzione del tono muscolare e il rallentamento delle onde elettrico-cerebrali.

Durante le sedute di pet-therapy sono state rilevate tutti i suddetti effetti relativi allo stato di rilassamento: infatti, la diminuzione della pressione arteriosa è stata diverse volte confermata nel rapporto uomo-animale soprattutto quando il paziente era affetto da patologie cardio-circolatorie. La diminuzione del tono muscolare spiega come diverse patologie croniche che interessano l’apparato locomotorio siano fortemente beneficiate da tale terapia. Di particolare interesse sono le modificazioni nervose che comportano non solo un rallentamento delle onde elettriche-cerebrali, ma anche modificazioni neuro-ormonali. Recenti ricerche hanno, infatti, meglio chiarito il rapporto tra emozione positiva e rilassamento neuro-psichico e somatico.

Diversi studi dimostrano che la risposta neuro-psichica al rilassamento è controllata dall’amigdala che, insieme all’ippocampo all’ipotalamo, costituiscono il Sistema Libico; quest’ultimo gioca un ruolo chiave nelle emozioni, nel piacere sessuale e in svariati altri contesti in cui vi sia un’attivazione emozionale rilevante. Ricerche recenti hanno dimostrato che, almeno in parte, la pet-therapy opera attraverso le vie biochimiche della risposta di rilassamento: infatti, un rapporto uomo-animale tranquillizzante e rilassante interviene sulla produzione di adrenalina e altri ormoni corticosteroidi o “ormoni dello stress”, con il risultato finale di una minore pressione arteriosa, un ritmo cardiaco-respiratorio più lento e una serie di altri benefici.

Gli ormoni glicocorticoidi, prodotti da una catena di stimoli che parte dalla neuro-ipofisi, hanno un effetto immunosoppressivo e sono causa del mantenimento di molte patologie infettive e croniche. Recentemente si è scoperto che le endorfine, molecole che il cervello produce durante una situazione emozionalmente attiva, aumentano le difese immunitarie, migliorando, quindi, la resistenza alle infezioni.

David Felten del Department of Neurobiology della University di Rochester (USA) ha recentemente affermato che ogni stato mentale che modifica l’attività ormonale ha le potenzialità per interferire sul sistema immunitario. Ciò spiegherebbe come, attraverso meccanismi emozionali dei quali si stanno precisando vie nervose e basi biochimiche d’azione, la pet-therapy possa determinare la riduzione della durata della convalescenza da malattie infettive.

Da un punto di vista più umanistico ed altrettanto valido ai fini esplicativi può essere interessante il contributo che Giacomo Muccioli ha dato dello stesso fenomeno in relazione alla tossicodipendenza:       ”Gli studi sulla comunicazione non verbale permettono di comprendere quanto sia presente, in ogni essere umano, una componente per così dire ineducabile da parte delle convenzioni sociali e più prossima, proprio perché non filtrata dal linguaggio e quindi dal pensiero razionale, a quel mondo interno che è la sede delle nostre vere emozioni, dei sentimenti e degli affetti.  E’ proprio il lavoro sugli affetti, sui sentimenti e sulle emozioni a consentire la guarigione, o un alleviamento significativo, dei mali dell’anima, di cui a mio avviso la tossicodipendenza rappresenta una delle manifestazioni più evidenti e drammatiche. La pet therapy si muove all’interno del non verbale, agisce direttamente sul dominio delle emozioni e dei sentimenti. Dominio decisivo per lavorare su una psiche problematica come quella di un tossicodipendente che è quasi sempre affetta da forti disturbi dell’affettività.”

Meccanismo ludico:

molteplici studi che riguardano il gioco hanno messo sufficientemente in luce la fondamentale importanza che esso ha per il bambino a livello emozionale, cognitivo, relazionale. La pet-therapy analizzata anche come gioco possiede, quindi, tutti quei benefici che contengono in sé le attività ludiche.

Secondo Winnicott, il bambino che gioca vive in un’area, che resta fuori da lui, ma non è ancora il mondo esterno, un luogo dove egli può raccogliere elementi della realtà esterna e porli al servizio della propria realtà interna, conferendo loro identità e importanza affettiva (oggetti transazionali).

Secondo A.Ferrari, giocare è il modo in cui il bambino trova nuove emozioni e realizza nuove esperienze: è, insomma, il modo più semplice per apprendere e modificarsi.

Secondo Bettelheim, il gioco, mentre stimola lo sviluppo intellettivo, insegna anche al bambino, senza che egli se ne renda conto, gli atteggiamenti psicologici indispensabili per l’apprendimento, come per esempio la perseveranza.

I giochi bambini-animale sono costantemente corporei e di movimento, favoriti dal fatto che l’animale (in particolare questo aspetto riguarda il cane) ha la stessa modalità di gioco e la stessa capacità di comunicazione non verbale.

In particolare, sono due gli effetti fondamentali che il gioco con l’animale ha sullo sviluppo del bambino: la scoperta e il controllo del proprio corpo, da parte del bambino e l’esplorazione progressiva del mondo circostante; questi aspetti diventano maggiormente rilevanti per ciò che riguarda i bambini disabili, che spesso sono poco motivati al movimento e sono disturbati nell’esplorazione dell’ambiente, non solo a causa della paralisi ma anche di importanti disturbi dispercettivi. Di conseguenza, da parte di questi bambini avviene spesso una rinuncia. Un disabile demotivato dalla monotonia dell’esercizio terapeutico può scoprire attraverso l’animale l’uso della perseveranza e migliorare le sue capacità d’attenzione.

Meccanismo fisico:

la componete fisica della pet-therapy è indubbiamente importante e viene sfruttata in diverse occasioni. D’altronde, la maggior parte delle attività svolte con animali non possono avvenire se non associate ad un’attività motoria da parte di chi usufruisce della terapia: basti pensare all’ippoterapia, ai giochi in acqua insieme ai delfini, alle passeggiate agli esercizi di obbedienza di base e agility e a dei giochi che si possono eseguire con i cani.

A tal proposito, ritengo essenziale riproporre come elemento importante la rinuncia al movimento fisico spesso attuata dai disabili e il riuscire ad oltrepassare tale barriera nel momento in cui esso viene affrontato con l’ausilio di un animale.

Meccanismi psicologici: i benefici effetti della pet-therapy fanno capo sia all’ambito cognitivo che a quello affettivo-relazionale. Attuare una rassegna puntigliosa diventa assai difficile poiché proprio in questo tipo di terapia scindere gli aspetti prettamente psicologici da quelli fisici e dei comportamenti sociali è un’impresa quasi impossibile e forse inutile da un punto di vista esplicativo.

Tuttavia diversi sono stati gli elementi messi in luce, di volta in volta, dagli studiosi del campo; molteplici sono le ricerche che mettono in luce la possibilità che l’utente ha, durante la seduta, di dominare la propria apprensione cercando di armonizzare i rapporti sia con il terapista che con l’animale: quasi sempre, infatti, si richiede a chi si sta rapportando con l’animale di adottare con esso un comportamento adeguato al fine di non provocare danno o eccessivo fastidio all’animale. Questo sembra che faccia emergere aspetti di cura e responsabilità, determinando cambiamenti nello stile relazionale dei pazienti.

Un altro aspetto che sembra essere determinante nei cambiamenti cognitivi di chi usufruisce ti tale terapia è che proprio il rapporto con l’animale aiuta essi a formulare delle domande e riconoscere i desideri che vivono dentro di loro, cosicché si sviluppa una maggiore possibilità d’espressione unita ad un miglior uso funzionale delle proprie risorse.

Altrettanto importante è una conoscenza più approfondita del proprio corpo sia rispetto ai propri limiti che alle potenzialità che in esso stazionano.

Effetto placebo: recentemente l’efficacia della pet-therapy è stata vista anche nell’ambito del cosiddetto “effetto placebo”. Come in quest’ultimo, è fondamentale tener presente come i sopra indicati meccanismi comportino un’attiva partecipazione psicologica del paziente e come i meccanismi fisici abbiano delle importanti componenti psicologiche o si associno a queste, come avviene per l’effetto placebo. È stato rilevato più volte nella pet-therapy quanto il fatto che il paziente creda che l’intervento avrà efficacia abbia avuto un ruolo determinante nell’esito positivo della terapia stessa. Oltretutto, come nell’effetto placebo, i meccanismi di tipo affettivo, emozionale, ludico e di stimolazione psicologica sono mediati da componenti di tipo serotoninico e colecistochininico ma soprattutto dopaminico.

Nonostante, per ragioni di ordine espositivo, gli effetti prodotti da tale terapia siano stati suddivisi in compartimenti separati, diverso è il modo in cui essi sono relazionati nel determinare i benefici ad essa annessi. La valenza di terapia psicosomatica germoglia proprio lì: nel non riuscire cioè a considerare gli effetti positivi sui meccanismi fisici, separatamente da quanto essi siano determinati dal sereno rapporto che l’utente stabilisce con animale e terapista e viceversa; nel non poter prescindere da una dettagliata rassegna dei mediatori neuro-chimici che sottostanno ad una sensazione psicofisica di rilassamento e di contenimento dell’ansia; del non poter definire banalmente le attività che avvengono tra uomo e animale semplicemente come gioco, ma nel metterne in luce i correlati psicologici, fisiologici e comportamentali che da tale attività sono imprescindibili.

Risulterà dunque chiaro che il separare nuovamente gli obiettivi che ci si prefigge attuando tale terapia in diverse aree ha una valenza puramente didattico-espositiva e che non si può raggiungere uno solo di essi, senza che questo comporti un cambiamento anche nelle altre aree ad esso affini.

Obiettivi:

Area relazionale : l’interazione in un contesto sociale, quale il gruppo composto da terapisti, ausiliari, educatori del progetto e soprattutto gli animali, forma un contesto eterogeneo, non medicalizzato, diverso dal proprio spazio di vita che può servire da stimolo per allargare i propri confini relazionali. Oltretutto, essendo diversi i ruoli ricoperti dalle diverse figure con cui l’utente entra in contatto, determina una sua maggiore flessibilità relazionale. Considerando specificatamente la relazione con i cani permette di stabilire una forma di comunicazione non verbale, allo stesso tempo rassicurante e non aggressiva.

Spesso gli animali svolgono un vero e proprio ruolo di intermediazione tra pazienti e operatori, assumendo il ruolo di stimolo/rinforzo o ricompensa nei programmi terapeutici.

Area cognitiva: l’attività determina l’esercizio di alcuna abilità cognitive che, tra le altre, si cerca di far acquisire agli utenti:

la memorizzazione: sia il ricordo dei nomi degli animali che i comandi e le regole degli esercizi che si eseguono stimolano sia la memoria a breve termine che quella a lungo termine.

Le capacità attentive: gli esercizi che vengono fatti eseguire richiedono una certa dose di attenzione che viene convogliata nell’osservazione dell’addestratore e degli ausiliari che fanno eseguire gli esercizi agli animali, i cani in particolare.

La competenza linguistica: la pronuncia dei comandi associata ai gesti, per fare eseguire gli esercizi di base agli animali serve da stimolo e da rinforzo per esercitare le proprie capacità linguistiche.

La discriminazione: gli utenti stimolati a imparare e a distinguere i diversi animali, ad esempio le varie razze di animali, hanno la possibilità di ampliare le proprie capacità discriminative.

Area di orientamento spazio-temporale: i bambini, trovandosi spesso ad effettuare le sedute in spazi aperti e nuovi rispetto a quelli in cui sono abituati a vivere, dovrebbero sviluppare una maggiore capacità di discriminazione spaziale. Oltre a ciò, osservando gli spostamenti e i movimenti che effettuano, ad esempio, i cani per eseguire comandi e esercizi imparano a loro volta ad eseguirei gesti corretti per comandarli, consolidando le proprie capacità di padroneggiamento della dimensione spazio-temporale.

Area motoria: per chi, in associazione al deficit intellettivo, presenta anche difficoltà nel movimento degli arti, nei movimenti fini, nell’equilibrio, nella coordinazione, la pet-therapy presenta vari livelli di coinvolgimento adeguati alle capacità individuali. Oltretutto venire a conoscenza di quelle che sono le potenzialità del proprio corpo, alimentando la fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, determina in miglioramento nella performance motoria.

 

5.    Le emozioni primarie

Gli animali pensano e provano emozioni del tutto simili alle nostre. Si è molto discusso su quali siano le emozioni umane e su quale sia il loro numero; sono stati scritti fiumi di parole sulla loro classificazione. Le emozioni primarie possono essere individuate in rabbia, paura, tristezza, gioaia, disgusto, vergogna, senso di colpa; ma non possiamo escludere empatia, pietà, rimorso, curiosità e disprezzo. Il mondo è inondato da migliaia di scritti sull’emozione più coinvolgente: l’amore, che tra l’altro è stranamente esclusa genericamente dalle varie classificazioni.

Gli animali possiedono nove sensi: vista, udito, olfatto, gusto, tatto (cinque come gli umani), percezione della temperatura, senso dell’equilibrio, dell’orientamento e del tempo. Essi provano emozioni primarie quali: amore di sé, amore, appagamento, attaccamento, gelosia, paura, rabbia, curiosità e giocosità. Possono provare tristezza fino a giungere a stati depressivi; affetto e compassione con noi o con altri animali; delusione, noia o nostalgia. L’animale può essere anche contemplativo, seccato, confuso, ma soprattutto soddisfatto di se stesso, appagato dal piacere di condividere la sua intimità fisica ed emotiva con noi. Perché si vive con un animale? Forse  primariamente per essere in compagnia e liberi al tempo stesso; essere felici ed appagati sono emozioni che possono esprimersi solo quando ci si sente liberi e sicuri.  Egli sente, osserva, guarda, comprende tutto ciò che facciamo o gli diciamo:

 

Amore.

Prova amore e affetto; ci adora, soprattutto quando lo chiamiamo con il suo nome; ci guarda, socchiude gli occhi, ci viene incontro: è felice ed eccitato.

Quanto è profondo il suo amore? Forse quanto il nostro. Forse di più. Ma lui non può fingere di amarci.

Appagamento.

Un animale che prova soddisfazione, la emana, la trasmette. E’ vibrazione d’affetto per comunicarci gioia e intimo appagamento perché ha fiducia in noi, senza riserve. E’ felice , un connubio di tranquilla serenità e sicurezza perché la vita è bella, qui ed ora.

Gelosia.

E’ difficile comprendere cosa sia la gelosia per un animale, anche se possiamo farne l’esperienza: gelosia nei confronti di un altro animale o di un componente della famiglia. L’essenza della gelosia è il desiderio di possedere. L’animale non possiede nulla, solo se stesso.

Paura.

La paura è fondamentale per proteggere ogni essere dai pericoli; l’origine della paura è la preoccupazione di essere annientato, ucciso. Non provare paura è innaturale; ma vincerla esalta. Se si rassicura l’animale, questi affronta l’esperienza, anche se ha timore, una volta superata la prova, la paura diminuisce e subentrano la cautela e la vigilanza.

Egli vive il presente: ha paura solo di ciò che vede, sente, osserva davanti ai propri occhi. Non vive paure immaginarie, al contrario di noi.

Rabbia.

Anche la rabbia ha una funzione di protezione,  dà l’energia necessaria per difendersi. L’emozione umana è differente da quella animale che è di breve durata e si scatena per avvenimenti esterni, ma è difficile che si arrabbi con noi, anche se a volte reagisce di fronte a nostri atteggiamenti arrivando addirittura a mordere. Perché e quando lo fa? Non tollera che non si rispettino i suoi desideri: ne va della sua dignità. La rabbia è connessa alla paura; l’animale può serbare il ricordo di un evento per lui traumatico e provare rancore: forse non cova desiderio di vendetta, ma non dimentica!

Curiosità.

Forse non è un’emozione primaria per l’uomo, ma lo è senz’altro per l’animale. Possiede sensi acuti: anche quando dorme è sempre all’erta: essere curioso racchiude in sé una componente di vero piacere ed è la condizione naturale di un animale sano, felice ed appagato, altrimenti subentrano la noia e l’inquietudine.

Giocare con l’animale offre stimoli per la sua curiosità, lo sollecita, rende la vita eccitante: inebriante. La paura può spegnere la curiosità, che è strettamente legata alle emozioni e ai sentimenti: la sicurezza di essere appagati e provare piacere nel gioco.

Il gioco si sviluppa secondo le opportunità offerte e sulle variazioni espressive; il gioco è puro, spontaneo, sta a noi assecondarlo, senza restrizioni alla sua libertà. Veder giocare l’animale ci fa sorridere, giocare con lui ci porta allegria e buonumore: è pura felicità del gioco. Il gioco del tempo presente.

Vi è tuttavia un’altra grande emozione che si condivide: il distaccoLa morte. La percezione della sofferenza, di quel dolore emozionale che coinvolge due esseri che, per un certo periodo, hanno percorso insieme il cammino della vita, fa divenire questo evento l’apice, il culmine del rapporto d’amore che ha legato l’uno all’altro.

 

6.    Conclusioni

Nel corso degli ultimi secoli, l’uomo occidentale ha sviluppato un approccio tendenzialmente sempre più razionale nei confronti di se stesso e dell’ambiente che lo circonda, a discapito di una relazione istintiva “primaria” che lo poneva in armonia con la sua natura e la natura intorno a sé.

Da quando l’uomo ha cercato di emanciparsi dal mondo animale perseguendone un diretto dominio e controllo, ha attivato un processo inconsapevole di allontanamento dalla propria essenza naturale, reprimendo la sua istintualità e spontaneità.

Proprio per questo la pet therapy, utilizzando il linguaggio universale delle emozioni,  può essere un’ottima soluzione per riuscire a stimolare ed entrare in contatto con le persone che possiedono deficit psico-fisici di vario genere.

Il rapporto uomo animale contiene in sé incredibili valenze, ancora troppo disconosciute, che, se opportunamente elicitate, non possono che  migliorare la vita dell’uno e dell’altro. Attenti al cane dunque solo nel caso in cui gli umani abbiano messo in atto nei suoi confronti comportamenti tali da fare emergere in lui emozioni negative quali, paura, diffidenza e disperazione, al punto da renderlo pericoloso ed aggressivo. In pratica di averlo contaminato con i propri “vizi evolutivi” attivando in lui risposte comportamentali eccessive e  destabilizzanti, tipiche della nostra specie.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Elide del Nero (2008) “Pet therapy: una proposta di intervento per i disabili neuromotori e sensoriali. Franco Angeli.

De Lubersac R. (1977) “Rieducare con l’equitazione”. IGIS edizioni. 

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Ballerini G. “Come agisce la pet therapy: uso terapeutico e profilattico degli animali familiari. Dagli atti del convegno pet therapy: quando l’animale assiste e cura” Cremona, maggio 1996.

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