Un'attesa che dura nel tempo

Quando scoppio’ la guerra di Troia, Ulisse lascio’ Penelope e Telemaco, il figlio di pochi mesi, a Itaca. Penelope è descritta da Omero come l’esempio della sposa fedele e paziente che aspetta il ritorno del marito vagabondo per il mondo. Negli anni in cui Penelope restò senza Ulisse, per evitare che un altro pretendente prendesse il suo posto, di giorno tesseva il telo e di notte lo disfaceva, in attesa del suo ritorno. (Odissea, XIX ,141-143, 148-151).

 

Il dolore e la solitudine che hanno accompagnato la moglie di Ulisse, affligge oggi tante donne Italiane, affette dalla “sindrome di Penelope” che prende il nome dell’eroina, malate di nostalgia, spesso vedove o abbandonate che, purtroppo, si rifiutano di guarire, di andare avanti. Esse restano legate alla persona cara da un patto silente di eterna fedeltà, che le pota a rimanere sole.

La sindrome di Penelope è un continuo, angoscioso e rassegnato aspettare che accada qualcosa, che ritorni a casa l’amato a colmare il vuoto lasciato dagli anni, aperto come una voragine nel petto.

Queste donne dentro di loro portano la triste consapevolezza che ormai non accadrà nulla, nessuno busserà più alla porta, il tempo perso non tornerà perché la vita è trascorsa ed il resto, quello che ne rimane, è contrassegnato da una solitudine e da un dolore muto destinati a durare fino alla fine dei propri giorni.

La sindrome è stata studiata da un gruppo di psicologi dell’Universita’ di Messina.

Lo studio, presentato durante l’11˚ Congresso Nazionale dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria (AIP) tenutosi a Gardone Riviera (Brescia) dal 7 al 9 aprile, ha individuato oltre 700 mila donne Italiane over 75, sole, con un malessere psicologico caratterizzato da tristezza e sconforto che nel tempo si trasformano in depressione, che guardano il loro futuro con angoscia.

La ricerca dell’Università di Messina ha coinvolto 100 anziani con più di 75 anni dimessi dall'Ospedale dopo un ricovero per una patologia acuta. Tutti sono stati valutati per misurarne il grado di depressione, la presenza di dolore e il livello di fragilità. In una paziente di sesso femminile su cinque sono stati rilevati i segni della Sindrome di Penelope, ovvero depressione e dolore. La prevalenza della depressione nelle anziane si è manifestata attorno al 70 per cento, mentre fra gli uomini era circa il 40 per cento. Anche il dolore è risultato più frequente nelle donne (65 per cento) rispetto agli uomini (56 per cento). Si tratta spesso di un dolore intenso, che interferisce con le attività quotidiane e peggiora anche la vita di relazione ed emotiva delle pazienti.

Considerato lo stato d’animo, in queste signore sembra che il rischio di fragilità aumenti del 20 per cento: secondo lo studio una signora su tre ha perso circa 5 chili nell'ultimo anno, si sente stanca e affaticata non meno di tre giorni alla settimana, ha difficoltà a muoversi o a camminare e ha visto ridursi la forza muscolare. Sono donne rimaste sole per vedovanza, o per altri motivi, in attesa di affetti che non arriveranno, malate di nostalgia e dolore del tempo passato, che non guariscono mai dal loro dolore fisico perché lo alimentano con il malessere psicologico.

La sindrome di Penelope riguarda ormai una donna ultra settantacinquenne su cinque e i dati dimostrano anche che queste anziane, se ricoverate per una patologia acuta, poi arrivano a preferire di restare in Ospedale piuttosto che tornare alla solitudine della loro casa.

 

Scopo dello studio

Tutto ciò, ovviamente, implica la necessità di riconoscere quanto prima questa sindrome, facendo attenzione ai segni di disagio emotivo ed ai casi in cui il dolore fisico, di varia natura, non sembra affievolirsi in alcun modo. Una volta riconosciuta la patologia, sarà opportuno intervenire per trattare la depressione e le condizioni correlate attraverso programmi di riabilitazione.

Queste donne non possono essere lasciate a loro stesse, ma devono essere seguite e controllate costantemente per verificare che depressione, dolore e fragilità non provochino disagi o danni gravi al benessere e alla salute. Soprattutto bisogna accompagnare la vita della malata, immettendo il criterio del "qui ed ora" come antidoto all'attesa senza fine. Individuare e trattare le persone con sindrome di Penelope è perciò fondamentale per consentire loro di invecchiare serenamente.

 

Considerazioni

I patti silenti di fedeltà e devozione sono duri ma non impossibili da sciogliere. I legami con le persone che hanno fatto parte della nostra vita, restano dentro di noi, e questo è naturale. Il problema è, quanto si è propense psicologicamente ad accettare che la persona cara e amata non tornerà, e a dirgli addio definitivamente, dandosi il permesso e la possibilità di continuare ad amare e ad essere amate. Pena: l’angoscia, la tristezza e il senso di vuoto per la solitudine che iniziano già in età matura, manifestandosi anche con dolori acuti in parti specifiche del corpo che, non trovano sollievo nonostante le cure farmacologiche. La psicoterapia può essere un aiuto per la sintomatologia e per lavorare su cosa realmente impedisce di trovare e amare un nuovo compagno. (Esperienza personale con pazienti donne di 50 anni di età)

 

Fonte: PROFILO SALUTE, numero 04 (2014)