INTRODUZIONE

 

Il termine “stress” risale al XIV secolo: in origine indicava “ristrettezza” o “avversità” (Lazarus, 1993). Nel XVII secolo, il fisico Robert Hooke lo utilizzò per indicare la “pressione esercitata da un carico” su strutture ingegneristiche. Fu Selye, nel 1936, ad adoperarlo per la prima volta nell'accezione attuale.

Cassidy (Stress e salute, 1999) rileva come, da Selye in poi, la letteratura scientifica ha adoperato tre diversi modelli per concettualizzare lo stress: il modello dello stimolo, il modello della risposta e il modello transazionale.

Nel modello dello stimolo il termine “stress” indica i “life event”, le esperienze, o gli avvenimenti, che possono comportare dei mutamenti nella vita del soggetto e che necessitano di un nuovo adattamento per essere fronteggiate (Johnson, 1986).

Nel modello della risposta lo “stress” indica l'esperienza soggettiva legata a una peculiare risposta psicofisiologica (Fisher, Reason, 1989; Broome, 1989).

Il modello transazionale, attualmente il maggiormente condiviso dagli autori che studiano questo costrutto, invece, in un ottica biopsicosociale (Engel, 1977), concepisce lo stress come un processo complesso che coinvolge gli eventi che esercitano delle richieste sull'individuo (stressor), la relativa risposta psicofisiologica (o risposta da stress) e un complesso intreccio di variabili psicosociali che mediano il rapporto tra l'agente stressante e la relativa risposta fisica, psichica e comportamentale dell'individuo.

La sindrome generale di adattamento (The stress of life, Selye, 1956)

Prendendo le mosse dagli studi di Cannon (1935), Selye descrisse il processo fisiologico, identificandolo come una “sindrome generale di adattamento”, attraverso cui gli organismi fronteggiano gli eventi percepiti come emergenze o minacce. Cannon aveva rilevato che stati di emergenza provocano negli individui cambiamenti fisiologici di adattamento atti a predisporlo alla lotta o alla fuga (meccanismo del fight or flight): la risposta emotiva più primitiva che si attiva in situazioni di pericolo.

Selye (1956) individuò tre fasi in cui tale processo si articola:

  • la fase d'allarme (o fase di choc): nella quale si producono alterazioni di tipo biologico e ormonale che conducono a un'attivazione generale dell'organismo;

  • la fase di resistenza: nella quale, a causa dell'inefficacia delle strategie messe in atto per fronteggiare lo stressor o della persistenza di situazioni stressanti, il livello di attivazione rimane elevato, necessitando di risorse aggiuntive che vengono sottratte ad altre funzioni fisiologiche (ad es. la digestione o l'omeostasi del sistema immunitario);

  • la fase di esaurimento: provocata dalla persistenza della situazione stressante che conduce a un esaurimento delle risorse dell'organismo e al suo graduale deterioramento.



Il modello di Selye focalizza l'aspetto fisiologico della “reazione da stress” e trova le sue fondamenta nel concetto di <<omeostasi>>, da Cannon (1929) definito come il processo di regolazione delle variabili fisiologiche dell'individuo in risposta a variazioni dell'ambiente esterno, finalizzato ad assicurare l'equilibrio dei sistemi biologici e quindi un funzionamento corporeo ottimale.



GLI ELEMENTI DELLO STRESS

Lo “stress” è un fenomeno complesso che implica l'interazione dinamica tra i fattori ambientali che si presentano come richieste per l'individuo (stressor), i processi di valutazione cognitivo-emotiva dell'evento, che trovano le sue fondamenta nelle peculiari caratteristiche di personalità del soggetto, la relativa risposta fisiologica (reazione da stress) e le strategie (coping) che esso mette in atto per fronteggiare la situazione valutata come “stressante”.



I LIFE EVENT

Esiste una lunga letteratura (Cassidy, 1999; Solano, 2001) a sostegno della tesi per cui vari eventi di vita possono avere un'influenza significativa sulla salute psichica e fisica degli individui, nel breve, medio e lungo periodo. Essa, tuttavia, non ha dato risultati lineari: uno specifico evento può avere un peso stressogeno molto diverso per individui diversi; diverse variabili possono interagire fra loro conducendo agli esiti più disparati. Le ricerche che hanno preso in considerazione la valutazione del peso relativo dei fattori di rischio e dei fattori protettivi implicati nelle condizioni di stress sembrano essere state quelle maggiormente in grado di fornire un quadro maggiormente in grado di spiegare l'impatto che diversi eventi possono avere sulla salute individuale. Ad esempio, la ricerca ha ormai corrobato l'importanza che il sostegno sociale (Holt-Lunstad et al., 2010), e in particolare la qualità delle relazioni interpersonali, assume nel fornire un significativo fattore di protezione nel mantenimento della salute, mostrando come <<relazioni buone>> abbiano un <<effetto primario>> positivo sulla salute (e di converso la loro assenza implichi una forte dose di stress per gli individui) e un <<effetto buffering>>, di protezione rispetto agli effetti negativi dello stress.

Al di là del peso relativo delle diverse variabili e dell'interpretazione soggettiva del carico stressante degli eventi di vita, la ricerca ha evidenziato, tuttavia, come certe situazioni stressanti, specie se di natura ripetitiva o cronica, abbiano per loro natura un forte impatto sulla salute individuale, costituendo un fattore di rischio significativamente predittivo di patologie somatiche e psichiche future. Le ricerche sugli esiti del maltrattamento infantile sembrano efficacemente rendere conto di come questo possa spesso avere un considerevole impatto a lungo termine, indipendentemente dalla variabilità genetica individuale, sulla salute fisica (Danese et al., 2007) e psichica dell'individuo (Caspi et al., 2002).



LE STRATEGIE DI COPING

Il potenziale patogeno di uno stressor è tanto maggiore quanto minori sono le possibilità che l'individuo ha di fronteggiarlo mediante adeguate strategie di coping.

Lazarus e Folkman (1984) definiscono il coping come “l'insieme degli sforzi comportamentali e cognitivi, volti alla gestione di specifiche richieste esterne e/o interne, valutate come situazioni che mettono alla prova o che, in ogni caso, eccedono le risorse di una persona.”



LA PERCEZIONE DI CONTROLLO

La possibilità di effettuare una certa quota di controllo sugli eventi ambientali è, pertanto, inversamente correlata alla propensione a vivere come stressante un determinato accadimento o permette, ad ogni modo, di modularne gli effetti.

Gli studi di Seligman (1975) sull'”impotenza appresa”, ad esempio, hanno evidenziato come soggetti sottoposti a eventi avversi rispetto ai quali non hanno nessuna possibilità di controllo possano apprendere un'incapacità a fronteggiare situazioni analoghe in futuro, per quanto queste possano, invece, essere potenzialmente controllabili.

Uno studio interessante (Anisman, Matheson, 2005) ha evidenziato come ratti sottoposti a moderati schock elettrici ripetuti tendono a sviluppare ulcere gastriche; ciò, tuttavia, non si verifica se i ratti durante l'esperienza stressante possono attaccare un loro simile: la possibilità di esprimere un comportamento agonistico probabilmente induce l'animale a percepire lo stimolo avversivo come controllabile mediante una strategia difensiva specie-specifica.

Un altro studio (ibidem) ha evidenziato come in coppie di ratti sottoposti a shock di lieve intensità (in cui un membro della coppia aveva la possibilità di interrompere temporaneamente la situazione di shock, per entrambi, premendo una levetta, mentre l'altro no), pur essendo sottoposti alla medesima situazione stressante, per tipologia e durata, solo il membro che aveva vissuto “passivamente” la situazione stressante sviluppava una reazione immunodepressa.

Gli studi effettuati mediante il modello degli animali a ceppo inincrociato hanno gettato ulteriore luce su queste dinamiche.

Tali studi, in estrema sintesi, si basano sull'utilizzo di ratti che, mediante accoppiamenti successivi tra soggetti caratterizzati da un bagaglio genetico molto vicino (padri e figlie o fratelli e sorelle), condividono il medesimo corredo genetico (all'incirca dopo 20 generazioni). Con questa procedura, si possono ottenere gruppi omogenei e, pertanto, differenziabili in base a determinate caratteristiche. Ricerche che hanno utilizzato topi di ceppo inincrociato C57BL/6 e DBA/2 si sono rivelate molto interessanti nello studio delle diatesi relative delle diverse risposte da stress. I topi del ceppo C57BL/6 presentano quasi immediatamente una risposta di difesa passiva rispetto alla situazione stressante, mentre i topi del ceppo DBA/2 riescono a mantenere più a lungo una risposta di difesa attiva. Sottoposti a uno stressor ripetuto, se nel breve periodo, i topi del ceppo DBA/2 incorrono a problematiche fisiche in misura significativamente inferiore rispetto all'altro ceppo, in condizioni protratte questi tendono a sviluppare comportamenti ripetitivi-stereotipati. Entrambi i tipi di reazione, pertanto, non proteggono da esiti patogeni in situazioni di stress protratto. L'impotenza appresa del primo gruppo costituisce la contropartita altrettanto disfunzionale della cronicizzazione della risposta attiva nel secondo; le risorse fisiologiche e psicologiche in entrambi i casi saranno inutilizzabili: inibite nel primo caso, esaurite nel secondo (Cerutti, Guidetti, 2007).



FISIOLOGIA DELLO STRESS

La reazione dell'organismo allo stimolo stressante si dipana essenzialmente lungo due risposte fisiologiche (Porcelli, 2008). L'ipotalamo, innervato direttamente da fibre del SNA simpatico, è il principale mediatore di tale processo. Esso modula, da un lato, il rilascio di adrenalina e noradrenalina nel sangue da parte della ghiandola surrenale, comportando una serie di modificazioni che sostanziano l'<<attivazione>> funzionale a fronteggiare la situazione stressante (aumento del ritmo respiratorio, della pressione sanguigna, della frequenza cardiaca, eccetera). D'altra parte, elicita una risposta di più lungo periodo attraverso l'asse HPA (ipotalamo-ipofisi-surrene) e la conseguente produzione di glucocorticoidi (cortisolo) e mineralcorticoidi (aldosterone) che, se nel breve periodo sono funzionali alla messa in atto di strategie che permettono all'individuo di fronteggiare lo stress, nel lungo periodo (nel caso in cui l'organismo, per vari motivi che vedremo, non riesca a ripristinare il suo assetto basale) possono portare a processi potenzialmente patogenetici di tipo infiammatorio e immunitario. Allo stesso modo, un'<<attivazione>> protratta del SNA può condurre a danni organici anche di grave entità, specialmente se sono simultaneamente presenti altri fattori di rischio (es. fumo, sedentarietà, eccetera).



ALLOSTASI E CARICO ALLOSTATICO

Una recente riformulazione del concetto di stress si deve a un endocrinologo newyorkese, McEwen (1998, 2000).

Egli definì ”allostasi” la capacità dell'organismo di mantenere l'omeostasi dei sistemi biologici per mezzo del cambiamento. Il fine del processo allostatico è il fronteggiamento delle richieste dell'ambiente interno ed esterno, mediante la regolazione sia dei processi fisiologici che dei meccanismi comportamentali correlati. Definì “carico allostatico” gli esiti dell'alterazione di tale processo: l'insieme degli effetti negativi cumulati a causa di un mancato ripristino della situazione omeostatica basale, la diatesi nascosta dello stress cronico nel lungo periodo.

McEwen individua 10 parametri fisiologici (dei quali cortisolo, adrenalina, noradrenalina e deidroepiandrosterone solfato (DHEA) vengono considerati mediatori primari) che permettono di misurare il “carico allostatico”. Studi preliminari hanno evidenziato una relazione significativa tra la “misura” del carico allostatico al baseline e il rischio di incidenza futura di disturbi cardiovascolari (McEwen, 2000).

McEwen ha inoltre posto l'accento sull'influenza che fattori cognitivi e comportamentali e le esperienze precoci di vita hanno sui meccanismi di carico allostatico: hanno un ruolo di rilievo nell'interpretazione soggettiva degli eventi stressanti.

Diversi possibili scenari di carico allostatico, infatti, delineano situazioni eterogenee caratterizzate dal diverso “peso relativo” delle varie dimensioni biopsicosociali implicate. L'individuazione del particolare scenario di “carico allostatico” implicato in una determinata situazione clinica diviene importante per poter appuntare una strategia d'intervento quanto più mirata ed efficace possibile.

McEwen (1998) ne ipotizza quattro.

  1. Carico allostatico da episodi stressanti ripetuti: a differenza della normale risposta allostatica in cui l'attivazione da stress viene seguita da un recupero graduale che riporta l'organismo alla condizione basale, in questo scenario la presenza di eventi stressanti ripetuti impedisce un recupero completo, sottoponendo l'organismo a continue sollecitazioni. Da quanto detto in precedenza, è evidente come non è semplicemente, o unicamente, la presenza continua di eventi avversi in sè a favorire questa condizione; piuttosto essa è favorita dalla propensione a interpretare gli eventi come stressanti e dall'incapacità di fronteggiarli con strategie cognivo-emotive e comportamentali adeguate. Un'ansia persistente e quotidiana nei confronti dei più disparati eventi quotidiani (come nel Disturbo d'Ansia Generalizzato) può, ad esempio, favorire questa specifico scenario di carico allostatico.

  2. Carico allostatico da mancanza di abituazione: condizione che inerisce il fallimento dei meccanismi di abituazione. Un evento nuovo, che possa concernere, ad esempio, una determinata prestazione o il confronto con un pubblico, determina fisiologicamente una certa quota di attivazione da stress, funzionale tra l'altro a mettere in atto modalità adeguate per rispondere alle richieste della situazione specifica. La sua ripetizione nel tempo, tuttavia, conduce all'abituazione e a una sempre maggior diminuzione del livello di attivazione. In questo scenario di carico allostatico, al contrario, ad esempio a causa di bassa autostima e/o scarsa fiducia in se stessi, la risposta di abituazione non si verifica e sul soggetto grava una condizione di stress elevato ogni qual volta è tenuto a confrontarsi con la situazione temuta.

  3. Carico allostatico da risposta prolungata (senza recupero): in questa condizione non si verifica la fase di recupero dopo l'attivazione della risposta da stress. Ciò può verificarsi, ad esempio, in soggetti sottoposti a stress lavorativi continui, quando sono presenti in associazione altre condizioni di rischio (come una famigliarità ipertensiva).

  4. Carico allostatico da risposta inadeguata: questa condizione riguarda le possibili risposte inadeguate del sistema ormonale in reazione alle situazioni da stress. Ad esempio, in alcune patologie caratterizzate da basso livello di cortisolo, come la fibromialgia e la sindrome da fatica cronica, le citochine proinfiammatorie possono diventare iperattive poiché non regolate dai livelli di cortisolo e di catecolamine, come invece accade normalmente.



Stress: prevenirlo e fronteggiarlo

Lungi dal cercare una vita piatta come antidoto allo stress (la noia e l'inattivita, come ben sanno i disoccupati, comportano una condizione di stress molto gravosa), il nostro modo di dare significato agli eventi che ci accadono, il nostro modo di considerare noi stessi capaci di fronteggiare gli eventi della vita (e a tutti noi è nota la gioia che sopraggiunge quando superiamo gli ostacoli che la vita ci pone o raggiungiamo i nostri obiettivi) e le strategie che mettiamo in atto costituiscono l'arma migliore per preservare o riagguantare la nostra salute. Se i nostri modi di significare noi stessi e il mondo, e le nostre strategie non sono efficaci, si può fare solo una cosa: chiedere aiuto per cambiarle!

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