È difficile combattere contro un nemico che ha degli avamposti nella tua testa

Sally Kempton

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Immagina questa realtà: per tutta la vita vivi con qualcuno che ti dice che sei incapace, che non sei in grado, che non hai la forza, il coraggio, l’abilità, l’intelligenza, insomma, che sei destinato a perdere. I più abili comunicatori, come alcuni politici, lo sanno bene: ripeti qualcosa dieci, cento, mille volte… e tutti penseranno che è una verità. Così, finisce che fai un errore (perché tutti prima o poi facciamo qualche errore, siamo umani no?), sbagli qualcosa, ed ecco che si affaccia una voce all’orecchio: “Forse ha ragione lui. Forse non ce l’hai fatta perché non sei abbastanza capace”.

Dubitare costantemente di se stessi vuol dire minare il proprio futuro. Come dice l’aforisma: “è difficile combattere contro un nemico che degli avamposti nella tua testa”. E a volte non serve nemmeno avere qualcuno accanto che “ricorda” quanto siamo inetti.

Prendiamo le nostre credenze culturali, ciò che crediamo di noi in quanto popolo italiano. Tempo fa parlavo con una ragazza francese che vive in Italia da molti anni. 
Le chiesi le differenze tra le nostre due culture e lei mi rispose:

“Sai, noi francesi tendiamo a essere un po’ presuntuosi, crediamo di essere i migliori in tutto. Però… voi italiani vi buttate sempre così tanto giù: pensate di non essere all’altezza; quando qualcosa non va dite ‘Ehh, ma tanto si sa che, qui in Italia, succede sempre così’; e anche quando raggiungete un successo riuscite comunque a trovare un angolino negativo, a non godervi appieno quel traguardo”.

Constatai amaramente che, purtroppo, questa descrizione calzava su un gran numero di connazionali.
“Eppure” aggiunse lei, “avete delle risorse incredibili”. Incuriosito le chiesi cosa intendesse.

“Vedi, noi francesi siamo molto impostati, rigidi: se ci dai un compito lo svolgiamo al massimo, ma guai a uscire dalle righe, ci manderesti nel panico. Voi italiani non siete così. Quando ho iniziato a lavorare qui mi sembravate approssimativi, vaghi, e in parte forse è così. Poi, però, ho capito che questo fa parte di una vostra eccezionale capacità di adattamento.
Sai, io lavoro per un’agenzia che organizza eventi. Mi è capitato di trovarmi in situazioni dove, all’improvviso, qualcosa andava storto. Può capitare, no? Un acquazzone, un fornitore che non ti manda qualcosa, un apparecchio che si rompe…
Ecco, quando succedeva io entravo nel panico, ma voi… vi adattavate! Trovavate sempre una soluzione estemporanea e alla fine l’evento si faceva sempre. Ecco, è questo che intendo quando dico che siete flessibili e sapete adattarvi e questa è una risorsa preziosa: comunque vada, potete trovare una soluzione”.

Questo incontro mi fece molto pensare.
Non è sempre necessario avere accanto qualcuno che ci dice che non siamo capaci. A volte abbiamo, per così dire, nei nostri geni un modo di vedere e pensare le cose che ci limita, che mette in luce presunti blocchi personali oscurando capacità e talenti costituzionali.

E spesso non c’è bisogno di andare tanto in là e di pensare all’eredità culturale, per trovare quella voce che ci ossessiona ripetendoci che non siamo in grado: spesso quella voce è la nostra stessa voce.

Van Gogh diceva: “Se dentro di te senti una voce che ti dice che non sai dipingere, a costo di ogni cosa dipingi con ogni mezzo, e quella voce tacerà”.

Dipingiamo, allora; facciamo ciò che pensiamo di non poter fare, perché siamo noi che dobbiamo mettere a tacere le nostre voci, gli ostacoli che ci poniamo di fronte, sbarazzandoci degli avamposti nemici all’interno della nostra testa. E il modo migliore per realizzarlo è iniziare a fare ciò che non crediamo di poter fare.