Con la nascita dell'industrializzazione, le problematiche connesse al rapporto con il cibo sono aumentate, o meglio, è aumentato l'interesse verso di loro da parte delle scienze sociali. Il primo a parlare di “anoressia nervosa” da un punto di vista psicologico e non biologico, è Lasague, il quale ne sottolinea la dimensione affettiva ed emotiva ed invita i pazienti ad affidarsi ad uno psichiatra per condurre colloqui mirati.

La nascita e l'espansione della psicoanalisi consentono uno sviluppo più ampio del concetto di malattia come momento di vita legato al ricordo ed al passato. Tuttavia, è l'anoressia ad essere maggiormente trattato, mentre per la bulimia, dobbiamo attendere almeno fino alla seconda metà del '900.

In questi anni, l'entrata della donna nel mondo del lavoro e la diffusione di un abbigliamento più frivolo, concorrono a modificare la concezione del femminile: il simbolo della donna diviene una figura filiforme. Conseguentemente, anche l'anoressia, comincia ad essere interpretata più come una paura di ingrassare, che come un'assenza di fame. In particolare, il non voler ingrassare rifiutando il cibo, viene associata all'ambiente primario, alle relazioni genitori-figli ed ai traumi infantili e adolescenziali.

Nel 1981 viene tradotto, negli Stati Uniti, un testo della psicoterapeuta italiana M. Selvini Palazzoli.Nei suoi testi, appare chiara la figura di una genitrice centrale e manipolante, oppure espulsiva. L’anoressica, che non riesce ad accettare un ruolo di questo tipo, ha così difficoltà a prendere la madre come modello ed a creare una sua identità. L’intervento terapeutico, che chiama “prescrizione invariabile”, si basa proprio sulla comunicazione tra genitori e sulla capacità di deresponsabilizzare i figli.

Oggi, conosciamo una vasta gamma di Disturbi Alimentari (DA), che non coinvolgono più solo la donna, ma anche gli uomini. Parallelamente, si è spostata l'età media d'esordio delle patologie legate al cibo, addirittura fino alla prima adolescenza. Nonostante il DSM-IV2, annoveri solo l'anoressia nervosa, la bulimia nervosa e i disturbi atipici, le patologie ben definibili sono molte di più (Tab 1).

 

MALATTIA

MAGGIORI SINTOMI

Anoressia

Rifiuto del cibo e calcolo ossessivo delle calorie di quanto ingerito, intensa attività fisica.

Bulimia

Fame nervosa e conseguente espulsione indotta del cibo

Obesità e BED

Ingerimento di quantità di cibo superiori al proprio fabbisogno che portano ad un aumento considerevole di peso.

Vigoressia

Assunzione di cibo iperproteico connessa all'autosomministrazione di farmaci

Sindrome da abbuffate compulsive

Assenza di sensi di colpa

Sindrome da abbuffate notturne

Bisogno ossessivo di mangiare la notte

Tabella 1

 

Dopo quanto descritto, appare chiara la necessità che questo disturbo necessiti di aiuto in maniera pratica e professionale.

Innanzitutto, alla terapia psicologica deve, a volte, esserne associata una farmacologica, specialmente quando le condizioni fisiche del paziente risultano gravemente compromesse. In questi casi, di deperimento e decadenza, si consiglia addirittura il ricovero ospedaliero, in modo da monitorare costantemente la situazione e da indurre il nutrimento necessario.

Tuttavia, una terapia solo in senso strettamente medico non è sufficiente. Occorre strutturare un percorso mirato, che può comprendere diverse forme di sostegno:

Prevenzione primaria.
E' essenziale, fin dalla scuola, operare in modo da far comprendere ai giovani l'importanza di una corretta alimentazione. Educazione alimentare, dunque, associata con l'educazione alla salute. Inoltre, affrontare argomenti attuali a scuola, può contribuire a far emergere quelle problematiche giovanili che ancora non sono evolute in problemi più seri.

Psicoterapia individuale.
Il compito dello psicologo è, in questo caso, quello di aiutare il paziente ad affrontare contenuti passati mal elaborati o irrisolti; a far emergere eventuali dinamiche familiari invischianti, abusi e soprusi, con l'intento di chiarire psichicamente i contenuti affiorati, riuscendo a superarli. Nei casi di ragazzi giovani, lo psicologo può pianificare degli incontri con i genitori, sia per comprendere meglio la situazione, che per favorire il dialogo tra le parti.

Il trattamento d'elezione per i Disturbi Alimentari ad oggi è la terapia cognitivo-comportamentale che prevede un lavoro congiunto da parte di più figure specialistiche che lavorano in équipe: il dietista-nutrizionista, lo psicoterapeuta e lo psichiatra.

La terapia cognitivo-comportamentale mira a modificare l’idea che il peso e le forme corporee costituiscono l’unico o il principale fattore in base al quale stimare il proprio valore personale. Lo scopo di questo tipo di trattamento è quello di aiutare chi soffre di un disturbo dell’alimentazione a imparare a gestire il proprio sintomo, a sostituirlo con comportamenti più adeguati e soddisfacenti e a identificare e modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare.

Il trattamento prevede tre fasi per una durata complessiva di almeno un anno.
La prima fase è finalizzata a normalizzare il peso e ad abbandonare i comportamenti di controllo del peso;
la seconda fase tende a migliorare l’immagine corporea, la valutazione di sé e i rapporti interpersonali;
la terza prevede l’applicazione di procedure finalizzate a prevenire le ricadute, a mantenere i risultati raggiunti durante il trattamento e a preparare la fine della terapia.

Gli strumenti che si sono rivelati maggiormente utili per raggiungere questi scopi sono: il diario alimentare, alcune strategie di alimentazione, il problem solving, la ristrutturazione delle idee irrazionali su di sé e su gli altri.

Psicoterapia di gruppo. Per molti studiosi, la terapia di gruppo è una forma di aiuto estremamente efficace, soprattutto perchè consente di accertare che le proprie problematiche e sensazioni non sono “uniche”, ma vissute da altre persone. Questo scambio, favorisce una sana riappropriazione del proprio Io distrutto ed un proficuo percorso di ristrutturazione del Sè.

 

Alla luce di quanto detto, il primo passo da fare per chi vuole uscire dall'incubo dei DA, è senz'altro quello di rivolgersi ad un medico o ad uno psicologo. Naturalmente, se mancano le forze per farlo, chiedere aiuto ai genitori o ad amici. Il primo passo verso la guarigione è infatti la consapevolezza che ci sia qualcosa che non va e la volontà di indagare su cosa sia.

 

Riferimenti:

American Psychiatric Association, DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi alimentari, Masson, Milano 2002