La purezza è, dal mio punto di vista, un requisito importante per coloro che lavorano in un contesto terapeutico in Gestalt. Cosa intendo con il termine purezza? Intendo la possibilità, da parte del terapeuta, di osservare ciò che emerge durante la fase del “vuoto”, senza pre-giudicarlo nella sua manifestazione libera e spontanea, attraverso un atteggiamento puro.

Ma cos’è questo "vuoto" di cui parlo innanzitutto? Quel momento in cui il cliente non conosce ciò che emerge dentro di sé (emozioni, immagini, sensazioni, ecc.) ne viene sorpreso e vaga senza una meta, “errando” senza schemi e congetture pre-stabilite in una sorta di “buio creativo” che lo accompagna successivamente ad una forma nuova, diversa e separata dall’automatismo caratteriale precedente. Questo momento è fondamentale in psicoterapia della Gestalt in quanto consente alla persona di de-strutturare quella “architettura” che si è costruita per sopravvivere quotidianamente ad un ambiente percepito come carente ed ostile: la nevrosi.

Mi interrogo, di cosa necessita dunque il terapeuta durante la fase del “vuoto” in cui il cliente non sa cosa sta succedendo esattamente dentro di sé? Necessita di dis-imparare a fare diagnosi, sapere come funziona il cliente, pensare a quello che ha studiato precedentemente e voler sapere a tutti i costi cosa stia accadendo in quel momento di "vuoto" così fortemente ansiogeno. Questo può avvenire solamente attraverso un atteggiamento non pregiudizievole, in cui la purezza diviene un requisito per la sospensione del giudizio (Epoché)*, senza quella ricerca ossessiva di significati oscuri nei meandri della psiche umana in cui si equipara la persona ad oggetto scientifico.

Mi re-interrogo, ma cosa è allora questo atteggiamento di purezza di cui scrivo in questa "fase del vuoto"? Per definizione, la “purezza” è un carattere di ciò che è puro, schietto, non mescolato ad altre sostanze estranee, dunque paradossalmente, sempre per definizione, un non-carattere. Come se per un attimo potessimo dis-ancorarci, nell’aspettare che la persona manifesti ciò che sente, errando noi stessi terapeuti in quel “vuoto”, allontanandoci da tutte quelle “sostanze tossiche” che per decenni hanno accompagnato e condizionato la nostra esistenza, determinandone appunto la “nostra maschera” quotidiana. Come dire, permettere che la roccia, ciò che è stato fatto di noi fin da piccoli, diventi cristallo puro, ciò che intendevamo essere e che non ci è stato permesso, dunque non-carattere, per quei pochi secondi, minuti ed attimi così preziosi per il nostro cliente. Un buon modo? Tacere ed aspettare in rigoroso silenzio.

Avvenuta questa "fase del vuoto" fondamentale in Gestalt, possiamo ri-prendere la relazione io-tu usando il nostro carattere e quello che siamo come persone e terapeuti, le cui due cose non andrebbero mai divise in quanto "siamo quello che siamo". In fondo questa purezza di cui ho parlato dura poco ed è un fenomeno transitorio ed impermanente come tutte le cose.

*L’Epoché fenomenologica, a differenza del dubbio cartesiano che cerca di affermare un principio assolutamente certo, serve a determinare un atteggiamento di contemplazione svincolata da ogni interesse e giudizio personale nei confronti delle cose del mondo.