Scritto da Lorena Lidia Capilleri (storica, mediatrice familiare e culturale, esperta in mediazione penale e diritto dell'immigrazione), il libro è ispirato all'esperienza di un'educatrice pentenziaria diventata per un periodo lei stessa la "detenuta".

 

Il libro è nato da un lavoro di ricerca di anni fa, tramite l'approccio che, secondo me, si avvicina alla "osservazione partecipante" (in altre parole, il ricercatore stesso si immerge e fa parte per un periodo relativamente lungo del contesto socio-culturale che esplora: nel nostro caso, della colonia penale). Per alterare il meno possibile le dinamiche del gruppo esplorato con la propria presenza non di rado si decide di dichiarare il proprio ruolo al gruppo solo in seguito, altrimenti, essendo "estraneo", puoi condizionare il comportamento degli appatenenti al gruppo, e alcuni ambiti importanti della loro vita possono rimanere chiusi per te. Uno degli elementi centrali di tale approccio è poter stabilire una "empatia" che permetta di rendere nella descrizione il punto di vista degli appartenenti al gruppo.

 

Tale approccio è forse più noto nell'ambito etno-antropologico, dove è stato promosso dall'antropologo polacco Bronislaw Malinowski all'epoca fra le due guerre mondiali del secolo scorso, quando, nel 1922, è uscito il suo libro "Argonauti del Pacifico occidentale". Il metodo è stato usato anche in sociologia, nelle istituzioni ed anche nel mondo della devianza e della malattia.

 

In psicologia e in psichiatria il termine "osservazione partecipante" è stato utilizzato anche dallo psichiatra nordamericano Harry Stuck Sullivan, ma con un significato diverso rispetto a questo mio articolo: Sullivan si riferisce all'atteggiamento consigliabile da assumere al professionista durante l'intervista con il paziente, dove, anche in questo caso l'empatia rimane uno degli elementi centrali, ma i ruoli tradizionali (dell'intervistato e dell'intervistatore) permangono.

 

Parlo invece proprio dell'immersione del ricercatore nel contesto, diventando lui stesso "uno dei" o "una delle" del gruppo esplorato: con tale "metodo" sono state condotte le ricerche anche negli ospedali e nei reparti psichiatrici, nelle comunità di recupero e nei carceri.

 

All'era "post-moderna" del secolo scorso l'approccio è stato criticato per la semplicità con la quale il ricercatore viene invitato a sviluppare "l'empatia" (verso i "natvi"): riuscirci ha richiesto grandi sforzi a Malinowski stesso (come lui ha ammesso decenni dopo l'uscita del suo libro che ho citato). Possiamo aspettare che tale "empatia" possa essere completamente autentica e sufficiente allo scopo di capire l'altro ? E se non è abbastanza autentica, possiamo aspettare che i risultati di tale ricerca ci portino alla realtà di quelle persone ?

 

Il presente libro ("Rientro in Memoria" di Lorena Lidia Capilleri ), secondo me, può essere un interessante sguardo rinnovato e non tradizionale verso questo approccio, perché tocca molto anche il vissuto del ricercatore stesso in tale situazione, anzi, è la storia della ricercatrice stessa che serve come un punto di partenza.

 

Forse ci sarebbe anche da dire che l'empatia... non è l'unico vissuto che può aiutare a capire il contesto, e che anche per le persone "del posto" l'empatia non sempre è il più vero vissuto, soprattutto se questo contesto, come nel libro, è una colonia penale ?

 

Una delle linee che si legge nel libro è il senso di "appartenenza" (al gruppo, al luogo), il quale oltre ad essere qualcosa che permette di immergersene, ad un certo punto diventa anche necessario per la sopravviveza...

 

Nel corso del lavoro su questo libro si è scelto di dedicarsi di più alle descrizioni più vive di tale esperienza, che rappresentano un materiale ma "parlano" anche da sé. I nomi dei protagonisti ed anche le situazioni descritte sono stati modificati per il rispetto della privacy e per permettere al libro di essere pubblicato. Tenendo conto anche dello stile narrativo, è forse più appropriato parlare di un romanzo, nel quale non c'è da ricercare la corrispondenza con la realtà storica, ma piuttosto con la realtà dell'essere umano e con qualcosa che è più universale rispetto ad un certo periodo di tempo, ad un certo luogo e alle persone concrete.

 

Il materiale del libro non sono stati gli appunti presi durante la permanenza in colonia, anzi, questi appunti forse non sono esistiti nemmeno (chi scomette che in colonia tali appunti non sarebbero stati rilevati da qualcuno ?), e se ci fossero, probabilmente avrebbero parlato degli altri aspetti della ricerca, perché la decisione di approfondire l'aspetto più "esperienziale" è venuta solo dopo. D'altronde, per descrivere certi vissuti (d'altrui e propri) forse è necessario un certo grado di distacco, il quale nel periodo dell'esperieza stessa può essere difficile ad avere. E' stato necessario dunque rientrare nella memoria, e proprio con il titolo "Rientro in Memoria" il libro è stato pubblicato a settembre di questo anno:

la scheda del libro (clicca)

 

 

La nota su eventuali "conflitti d'interesse:

chi ha scritto questo articolo (io) ha collaborato alla creazione del libro, ma non sussistono i miei interessi economici, tutti i diritti appartengono all'autore del libro.