Il neuroanatomista Giulio Cesare Aranzi nel 1958 descrisse per la prima volta i sette centimetri di tessuto encefalico che formano l'Ippocampo e lo chiamò così perchè la sua forma era molto simile ad un cavalluccio marino.

Annidato all'interno del sistema limbico dove si trovano le aree che regolano le emozioni e molti altri processi neurologici fondamentali, l'Ippocampo è stato ritenuto negli ultimi cinquant'anni, a seguito di studi compiuti su H.M., un soggetto affetto da una grave forma di epilessia, la struttura che permetteva la formazione di ricordi coscienti a lungo termine ma che oltre a questo non era indispensabile per null'altro. Gli ultimi studi e le ultime ricerche scientifiche sfatano invece con dati ed esperimenti alla mano, questa ipotesi, dimostrando che questo "cavalluccio marino" sito nel cervello possa essere la chiave di uno straordinario numero di abilità.

A queste conclusioni si è arrivati soprattutto grazie agli studi monitorati negli anni su H. M., il soggetto affetto da una grave forma di epilessia che successivamente all'operazione di rimozione chirurgica di questa piccola struttura non mostrò di avere grossi deficit a livello cognitivo, ma successivamente le sue abilità linguistiche mostravano un deterioramento più rapido in confronto a quelle dei suoi coetanei e che quindi il "cavalluccio cerebrale" aveva a che fare con la comunicazione. Non solo, anche nei processi di apprendimento H.M. mostrava maggior lentezza e la necessità di ripetere un maggior numero di volte un esercizio per poterne acquisire padronanza.

Nel 2010 due neuropsicologi Shumita Roy e Norman Park della York University a Toronto effettuarono esperimenti su sette persone, una delle quali aveva danni all'Ippocampo mentre gli altri sei erano soggetti di controllo. Nella prima prova tutti e sette furono calaci di usare gli attrezzi loro proposti ma pochi giorni dopo, soltanto i soggetti sani erano in grado di adoperarli mentre il paziente malato non ricordava neppure come dovevano essere tenuti in mano.

Nel 2013 la psicologa Karin Foerde della Columbia University insieme ai suoi colleghi ha mostrato che soggetti con danni all'Ippocampo non sono in grado di imparare per feedback se questo è ritardato di qualche secondo.

Da ognuno di questi studi giungono informazioni sempre più dettagliate inerenti questa piccola struttura che sembra oggi anche essere implicata nella vista, come dimostrano gli studi di Morgan Barense dell'Università di Toronto la quale ha confrontato l'acutezza visiva di soggetti con o senza danni all'Ippocampo. Uno studio del 2009 invece conferma l'importante ruolo dell'ippocampo nella percezione, risultato giuntoci dagli psicologi Donald G. MacGay dell'Università della California e da Lori E. James dell'Università del Colorado.

Ma non è tutto, anche la capacità immaginativa sembra essere strettamente collegata con l'Ippocampo, come hanno dimostrato gli studi effettuati da Elizabeth Race dell'Università di Boston. Altri atudi lo vedono invece implicato nella memoria di lavoro.

Tutti gli stufi compiuti su H.M. hanno condotto a sfatare nel tempo i primi risultati ritenuti esatti fino al punto di condurre gli scienziati a ritenere che ogni processo mentale richieda la compartecipazione di più aree cerebrali, insegnamento che ci offre una bella lezione e che ci fa comprendere come non sia fondamentale costruire mappe cerebrali quanto piuttosto ricordare che le funzioni della mente non seguono sempre ciò che di esse si ritiene di aver rappresentato.

 

Bibliografia e fonti

  • Maguire E.A. e Mullally S.I.: The Hippocampus: A Manifesto for Change in "Journal of Experimental Psychology General", 2013
    Shohamy D. è Turkmeno Browne N.B. Mechanism for Widesoread Hippocampal Involvement in Cognition in "Journal of Experimental Psychology General", 2013
  • Anderson P., Morris R., Amara, D., Bliss T., O'Keefe J., The Hippocampus Book, Ixford Unjversity Press, 2006
  • Phelipe de Brigard: Anatomynof Amensia in Scienze Mente Cerrvello, Duke Institute FIR Brain Scuences della Duke University, 2014