Chiunque abbia vissuto un lutto traumatico, con le sue connotazioni di esperienza inattesa e violenta, ne comprende le caratteristiche di estrema drammaticità, di perdita improvvisa della prevedibilità ed anticipabilità degli eventi, di scossa profonda agli abituali parametri di riferimento e di rappresentazione della propria esistenza. Al lutto traumatico segue forte l’esperienza di frattura del sé, l’impossibilità del fare e di elaborare un senso a quanto successo: il trauma rappresenta l’interruzione, la cesura della continuità di rapporti, di progetti, di significati conferiti al sé e al mondo.

Si tratta di un’esperienza di indescrivibile caoticità, poco rappresentabile dal modello psicologico di E. Kübler-Ross (1970) che richiama una processualità di fasi lineari e ordinate.  

Francesco Campione, fondatore de l'Istituto di Tanatologia e Medicina psicologica, in occasione dell’evento formativo “Il ruolo dell’emergenza nel lutto traumatico” indetto dall'Ordine Psicologi della Regione Marche ( 26/01/2013 ), asserisce che esisterebbe comunemente un pregiudizio per cui qualunque tipo di lutto reale debba avere un identico risvolto psicologico. In realtà assistiamo ad eventi luttuosi che vengono risolti generalmente meglio o più in fretta di altri, e ad eventi luttuosi che appaiono non superabili negli anni.  

Qual è la discriminante che favorisce una più facile risoluzione del lutto, se non la qualità ed il significato del legame sotteso?
Parlare di lutto implica il parlare di una relazione d’amore che entra in crisi, di una separazione obbligata, ad opera della vita o delle scelte altrui.

Ebbene, in funzione del tipo di legame instaurato con la persona cara, il processo di risoluzione del lutto avrebbe una finalità differente.

Ecco perché ripristinare la ricchezza descrittiva delle dimensioni con cui può configurarsi un legame renderebbe ragione ai diversi modi e tempi di elaborazione del lutto.

L’evento luttuoso induce le persone a comportarsi diversamente a seconda della qualità del legame che si spezza. Non v’è giudizio morale che dovrebbe essere espresso rispetto alla scelta individuale della risoluzione del lutto, giacché ognuno individua più o meno spontaneamente il superamento della crisi specifica occorsa nella sua modalità di relazione.

Tre sarebbero le principali modalità di instaurazione di un legame: 

1) legame per soddisfazione dei bisogni fondamentali (cibo, sicurezza, conforto, contatto, compagnia). Si tratta di un amore biologico-strumentale, basato sul fare esperienza dell’altro nei termini di quello che ci può apportare; è descrivibile come una relazione di attaccamento che funziona quando si realizza uno scambio equo tra le parti. E' il caso delle relazioni di lunga data ove si instaura una consuetudine di abitudini che riempiono, che danno certezza, stabilità, prevedibilità, o il caso di quelle relazioni che -seppur nelle loro caratteristiche di discontinuità temporale- seguitano ad apportare beneficio sessuale, arricchimento intellettuale, agi materiali o garanzia di contatto.

In questo casi i processi di distacco e di sostituzione possono essere ritardati o distorti dalla rilevazione – per confronto insistente col passato – di una costante inadeguatezza del nuovo oggetto relazionale.

Lo scopo della risoluzione del lutto allora – al di là delle considerazioni moralistiche che potremmo derivarne – è quello del riadattarsi ad altre figure, del realizzare una sostituzione, dell’individuare un altro che soddisfi le identiche esigenze. Quando i propri bisogni tornano ad essere appagati, il dolore per la perdita si stempera.

2) legame per assimilazione o riconoscimento dell’altro. Si tratta di un amore personalistico ed interiorizzato, verso parti dell’altro che vengono introiettate dopo un processo di proiezione delle proprie aspettative e di parti desiderabili di sé; è descrivibile come una relazione che non necessariamente fa stare bene ma che soddisfa il bisogno di farci sentire esattamente “noi come vorremmo essere”. E' il caso dell'amore idealizzato, reso oggetto per lo più dell'identificazione con se stessi o del rintracciamento di caratteristiche ambite che si vorrebbero perseguire. L’evento luttuoso traumatico interrompe un modo privilegiato di esperire se stessi attraverso l’altro. Il rischio è quello della rinuncia depressiva alle proprie ed altrui caratteristiche, verso il ritiro progressivo del sé.

Le reazioni di rabbia e di colpa potrebbero perpetrarsi, con un incremento della tendenza a rivolgerle contro di sé, dell’anelito ad identificare una possibilità di espiazione; potrebbe avvenire che il processo di introiezione dell’altro sia impossibilitato dalla permanenza di un suo fantasma fuori (lo si vede ancora ovunque, ci si parla, ci si relaziona all’esterno come se l'oggetto relazionale perduto fosse ancora reale davanti a sé); potrebbe accadere che l’individuo indulga nell’idealizzazione ad oltranza del defunto, delle sue manifestazioni e dei pensieri che l’hanno portato ad un determinato agito.

Lo scopo della risoluzione del lutto in tal caso non può essere quello della sostituzione, bensì quello di impedire la morte del proprio stesso sé. La risoluzione del lutto consiste nel ritirare l’investimento operato all’esterno sull’oggetto amato ridistribuendo l’energia libidica su quelle parti di sé e dell’altro insieme che vengono fatte vivere internamente più forti. Lo scopo è quello dunque di trasformare l’assenza esterna in presenza interna.

3) legame per approssimazione ed avvicinamento all’altro. Si tratta di un amore altruistico senza finalità di scambio, che si rintraccia nella volontà di far felice l’altro, una forma d'amore eletta che per lo più caratterizza il legame tra madre e figlio o tra individui che si sono spinti davvero a desiderare incondizionatamente la crescita e la realizzazione altrui. Tale forma di relazione potrebbe vedere la vittima del lutto traumatico permanere indefinitamente nel dubbio di cosa la persona cara avrebbe voluto, di quali sarebbero stati i suoi desideri o i suoi bisogni, di cosa si sarebbe potuto fare per lei, e tormentarsi nell'ostinata rilevazione di non poter più attivare un confronto reale né di poter promuovere la traduzione in atto delle sue potenzialità.

Lo scopo della risoluzione del lutto è stavolta quello di sostituirsi alla persona che non c’è più, vivendo per lei, seguitando la sua vita, presentandosi al suo posto, agendo come avrebbe fatto l’altro, attivando forme di amore universale che rendano sopportabile, spiegabile e foriero di altro bene il suo non esserci più. 

Il rischio dello psicologo e dell’operatore dell’emergenza è quello di pretendere l'applicazione di un trattamento standardizzato per la vittima del lutto indipendente dalla natura del legame spezzato e di attendersi indifferentemente il prodursi delle dinamiche di negazione, rabbia, contrattazione, depressione ed accettazione. Comprendere e dare rilievo alla forma particolare di legame che è stata drammaticamente interrotta dal lutto introduce senz'altro un'ottica diagnostica idiografica e possibilità di trattamento diversificate e più aderenti alla soggettività del paziente.

 

Fonti di riferimento:

  1. Elisabeth Kübler-Ross, On death and dying, Macmillan, 1969
  2. F.Campione, Rivivere ( L'aiuto psicologico nelle situazioni di crisi ), Clueb Editore, Bologna
  3. F.Campione, Separarsi e...pace!, Clueb Editore, Bologna
  4. F.Campione, Ospitare il trauma ( Un modello di intervento nelle situazioni di crisi ), Clueb Editore, Bologna
  5. http://www.clinicacrisi.it/