Primo, non curare chi è normale.

Lo psichiatra Allen Frances spero vorrà perdonarmi se prendo in prestito il titolo del suo recente libro, per dedicare attenzione ad un avvenimento sempre più dilagante in questi ultimi anni: l'abuso di diagnosi psichiatriche, l'abuso di psicofarmaci, il progressivo scivolamento da normale versus patologico.

Il fenomeno è in continua crescita sia perché i criteri diagnostici del disagio mentale tendono sempre più a catalogare come patologici comportamenti e situazioni sino a poco tempo prima considerati nella norma, sia perché gli psicofarmaci di nuova generazione riducono gli effetti collaterali più evidenti, favorendone la prescrizione e, cosa ancora più pericolosa, l'autoprescrizione.

Messi ormai in soffitta i vecchi Librium e Valium, sostituiti dal fratello minore Xanax (introdotto negli anni ottanta), l'inizio degli anni novanta ha poi rappresentato l'era dell'inesorabile avanzata degli antidepressivi a inibizione selettiva di ricaptazione della serotonina (SSRI).
Ogni anno o due compaiono nuovi farmaci SSRI (Zoloft, Paxil, Celexa) che sono sempre più frequentemente prescritti anche per i Disturbi di Panico, Ansia Generalizzata, Fobia Sociale, Disturbo Ossessivo - Compulsivo ed in generale come "tirami su" per ogni evenienza. L'ultimissima generazione di antipsicotici (Risperidal, Zyprexa, Seroquel) ha poi letteralmente spopolato in ambito medico ed è oggi utilizzata in quasi tutte le occasioni di sofferenza psicologica e addirittura somministrata anche ad adolescenti e bambini.

Il risultato è che ci ritroviamo in una società con persone sempre più malate che usano (e abusano) sempre più psicofarmaci.

Il caso più clamoroso di inflazione diagnostica è forse quello correlato al rapido aumento di diagnosi di Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA) e Disturbo di Iperattività. Senza dubbio la maggiore attenzione dedicata a questo tipo di problemi infantili ha permesso di sviluppare tecniche e strumenti utili per tutti i bambini che ne soffrono, ma come rovescio della medaglia, molti di loro (e le loro famiglie) si sono spesso ritrovati impelagati in lunghi calvari di cure e visite mediche anche quando non sarebbero stati necessari. Prima di procedere ad una diagnosi, lo psichiatra Frances consiglia di tenere in considerazioni due elementi essenziali prima di emettere verdetto. "Il primo elemento da tenere in considerazione è il fattore tempo: da quanto si manifesta il disagio?"

Con il passare del tempo è andato peggiorando, è rimasto stabile o è migliorato? La seconda variabile da considerare è l'analisi scrupolosa della manifestazione dei sintomi: esordiscono tutti insieme (causa necessaria e sufficiente per giustificare una data sindrome) o si presentano solo alcuni di essi? E se si manifestano tutti contemporaneamente, sono presenti da un periodo ragionevole di tempo?". Accade invece sovente, sopratutto ai medici di base oberati da una grande mole di lavoro e dalla necessità di soddisfare richieste di un numero smisurato di pazienti, di trovarsi nella condizione di dover approntare diagnosi frettolose e piani farmacologici di emergenza.

La vita di ogni essere umano è per ragion d'essere costellata da momenti di particolare sofferenza (lutti, separazioni, crisi lavorative, malattie) che possono generare picchi di ansia, paura, preoccupazione e panico; se la soluzione veloce e pratica consiste nell'utilizzo della pillola che corregge gli squilibri chimici del cervello, il risultato sarà spesso quello di ritrovarsi in seguito con due problemi invece che uno: il disagio psichico e la dipendenza cronica da farmaci. La mente umana, come risultato di millenni di evoluzione, è attrezzata per resistere e cercare nuove stabilità, quando messa in condizione.

Afferma Frances "nel cominciare una nuova terapia bisognerebbe avere la stessa cautela che si ha nell'acquistare una casa, o nella scelta degli amici e del coniuge. Spesso la decisione di non prendere un farmaco psichiatrico può cambiare la vita. E'una decisione che non bisogna prendere a cuor leggero e passivamente".
Gli psicofarmaci migliorano (e spesso salvano) la vita di chi ne ha inconfutabilmente bisogno, ma possono rovinarla a chi non ne ha reale necessità.