La psicologia già dalla seconda metà del secolo scorso non è rimasta immune al corteggiamento della società post moderna. E del resto difficilmente poteva esser diversamente. Ci sarebbe da chiedersi se una disciplina della mente debba seguire a pari velocità la trasformazione dei costumi rischiando di perder di vista l’oggetto privilegiato del lavoro dello psicologo e del terapeuta. Non è mia intenzione ora inoltrarmi in una questione come questa benché abbia delle ricadute cliniche importanti.

Malgrado ciò è importante al fine della mia trattazione far riferimento alla società attuale proprio per gli equivoci influssi nel nostro campo. La società di oggi esprime valori fugaci testimoniati dalla spinta continua ad un consumo smisurato, alla rapidità dell’obsolescenza degli oggetti con una tendenza all’efficienza e perfezione continua. Se a questo aggiungiamo la progressiva classificazione e normalizzazione del Soggetto abbiamo la raffigurazione di ciò che Bauman chiama società liquida.

Alcune terapie che circolano in questi anni hanno rincorso questa società con questi valori adattandosi ad essi più che a considerarli come contesti all’interno del quale i pazienti vivono tanto che si può avere quasi l’impressione di una vendita della sanità eterna, mi si passi l’iperbole, prefigurata dall’eliminazione del sintomo, per sempre e velocemente. Già da qui la prima “non verità” perché se è vero che il sintomo può essere eliminato velocemente, figuriamoci che lo faceva Freud già alla fine dell’800, ci si dimentica di chiarificare che necessariamente si produrranno nuovi sintomi ed alto sarebbe il rischio di un ritorno dal terapeuta. Tutto ciò a confermare il terminabile-interminabile di cui parla Freud in uno dei suoi testi più importanti.