Il nuovo libro del collega De Vincentiis percorre la vena vocazionale più marcata dell’autore: sfatare miti. In questo caso miti che si ammantano di scienza nel tentativo di contrabbandare idee non scientifiche. Tentativo in molti casi di successo, occorre dirlo.

Usare terminologia e ragionamenti pseudoscientifici per diffondere ciò che scientifico non è, può essere uno stratagemma in malafede utilizzato da coloro intenzionati a lucrarci a vario titolo. A volte però può non trattarsi di malafede. Nomi illustri del mondo della scienza si sono cimentati nell’impresa, quanto mai ardua, di tentare di dimostrare scientificamente circostanze per le quali cause misteriose o ignote si ipotizzano, senza che per questo li si possa tacciare di deliberata ingannevolezza. Al massimo di troppa apertura mentale.

Come ha recentemente fatto notare Nassim Taleb, gli apostati in molti paesi sono puniti in modo ben peggiore di coloro che appartengono da sempre a un’altra religione. Dà più dispiacere chi ci toglie l’amicizia da Facebook, di quello che non ce l’hai mai data. Allo stesso modo, per chi si occupa di scienza, sorprende e sconcerta vedere colleghi che dovrebbero essere votati al metodo e all’uso della ragione, saltare lo steccato e unirsi alla parte che apparentemente possiede una soglia di tolleranza più alta e limiti più allentati su ciò caratterizza la razionalità.

Osservando il continuum che va dall’estremo di quelli completamente chiusi e contrari al possibile non ancora dimostrato, a quello di coloro aperti in modo totale al nuovo, il libro di Armando de Vincentiis ha il merito di richiamare all’ordine i secondi, porgendo loro un invito a non credere con troppa facilità a ciò che sentono, pensano o credono. Come amo ricordare spesso alle persone che si rivolgono a me come psicoterapeuta, infatti, non tutto ciò che sentiamo, pensiamo o crediamo ha un reale valore. Molte psicopatologie (prime fra tutte i pensieri ossessivi) devono la loro forza distruttiva alle concessioni che la persona fa alla loro legittimazione. Tutto ciò che decidiamo di credere diventa reale. Vale per alcune psicopatologie e vale per la pseudoscienza. Più si indugia su un pensiero, coccolandolo e affezionandocisi, più lo si rende vero. Anche se è poco utile.

Va detto però che se ogni schizotipico è portatore di credenze inusuali, non tutti coloro che hanno credenze strane o non comuni sono affetti da un disturbo di personalità.

Nella comunicazione in genere e per comunicare la scienza, come sottolinea l’autore, la metafora può essere di grande aiuto. Ma uno stratagemma ancora più diretto può essere l’imparare a parlare il linguaggio dell’interlocutore e usare quello per persuaderlo. Infatti, come dice Pascal, non esiste metodo migliore di persuadere qualcuno che attraverso i suoi stessi argomenti.

Volendo essere creativi e un tantino provocatori, si potrebbe ipotizzare che uno scienziato spregiudicato che intendesse applicare il metodo strategico per comunicare la scienza, potrebbe adottare una versione opposta e simmetrica a quella del ciarlatano che ammanta di scienza le proprie parole: restare ortodosso alla scienza, ma fingersi ciarlatano. Ad esempio, fingersi astrologo e iniziare a ricevere clienti. Ed emettere pareri del tipo: “Giove ti suggerisce il ricorso a un consulente finanziario per i tuoi problemi di soldi”, oppure: “Chirone ti invia a uno psicologo per quelli d’ansia”.

In conclusione, è utile tenere a mente il motto: è importante avere una mente aperta, ma non al punto che il cervello cada per terra. Ma ci sarà sempre una parte consistente di persone che non riusciranno a farlo. Perché molti preferiscono sperare piuttosto che risolvere.

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