"Tra di noi non c'è la vittima o il carnefice:
siamo due complici in questo gioco che è l'inferno"

Alla luce di numerosi avvenimenti denunciati soprattutto da parte di donne vittime di molestatori cercherò di descrivere una tipologia di fenomeno sociale che viene definita stalking.

La parola deriva dall’inglese to stalk che significa “fare la posta, seguire”, a sottolineare tutta una serie di comportamenti eccessivamente intrusivi messi in atto da un persecutore nei confronti di una vittima.

“Il molestatore assillante” agisce nei confronti di una persona sulla base di una relazione reale, nella maggior parte dei casi, o parzialmente o totalmente immaginata, allorquando non vi sia stato alcun tipo di interazione se non un breve contatto che viene investito di particolare significato.

Secondo un'indagine statistica, portata avanti dal Ministero della Giustizia, basata sui fascicoli dei procedimenti definiti con sentenze di primo grado, il 91,1% dei reati di stalking è commesso da maschi con età media di 42 anni.

In piccola percentuale possiamo rintracciare, anche nel gentil sesso i comportamenti invadenti ed assillanti caratteristici dello stalker, ma in genere questi non hanno un impatto sociale significativo quanto quelli di un uomo nei riguardi della donna probabilmente perché non associati a possibili manifestazioni di violenza fisica.

Ma in dettaglio come viene definito lo stalking e quali condotte, quindi, possono essere in esso rintracciabili? I professionisti del settore sono d’accordo nel definire il fenomeno come “una linea di condotta rivolta ad una persona in particolare, caratterizzata da ripetuti avvicinamenti fisici o visivi, dalla ricerca di un’interazione non voluta, dalla presenza di minacce implicite o esplicite o, ancora, da una combinazione di comportamenti che scatenano nella vittima una comprensibile paura”.

Telefonate o sms insistenti, anche nel cuore della notte, pedinamenti e appostamenti sotto casa, raccolta di informazioni sul perseguitato e sui suoi spostamenti, invio di lettere e di regali che all’inizio possono essere scambiati anche per innocui segni di affetto, finiscono per divenire vere e proprie forme di limitazione della libertà e violazione della privacy o, addirittura, come nei casi recentemente denunciati in Italia, minacce e violenza sulla persona designata (stalking victim) la quale reagisce a tali pressioni con notevole preoccupazione e paura.

Tipiche reazioni del perseguitato sono, infatti, terrore, angoscia, evitamento che vanno a instaurare una dinamica relazionale tra stalker e la sua vittima che si autoalimenta, ossia che si perpetua in virtù delle reazioni messe in atto dal secondo col tentativo di difendersi, ma che in realtà peggiorano la situazione.

A questo proposito è allora importante sottolineare come, sulla base di risultati della ricerca intervento portata avanti da Giorgio Nardone al Centro di Terapia Strategica di Arezzo e da noi collaboratori affiliati, su pazienti vittime di "molestatori assillanti", la migliore strategia comportamentale per affrontare il proprio persecutore si basi proprio su di una totale indifferenza e soprattutto sulla capacità di mostrarsi per nulla intimoriti e condizionati dalla sua presenza, così togliendo a lui un potere datogli da chi si lascia timidamente tenere in ostaggio, manovrare e limitare.

"La debolezza del carnefice è quella di non poter fare a meno della sua vittima" S. Muccino