Attraverso l’utilizzo della risonanza magnetica funzionale è possibile migliorare la capacità di entrare in empatia con l’altro. L’empatia è la capacità di intuire lo stato d’animo e i pensieri dell’altro, instaurando un legame interpersonale intenso e significativo, infatti si di essa si fondano tutti i comportamenti pro-sociali.

Tuttavia non tutti gli esseri umani hanno sviluppato questa capacità allo stesso modo.

Un’èquipe di neuroscienziati dell’istituto D’Or de Pesquisa e Ensino (IDOR) ha condotto una ricerca per dimostrare che è possibile allenare l’empatia nelle persone.

L’obiettivo della ricerca era scoprire se i partecipanti avessero una forma di controllo volontario sugli schemi di attivazione cerebrale connessi all’empatia e alle emozioni affiliative (ad esempio compassione e tenerezza).

In passato altri studi hanno documentato che ricevere un riscontro visivo delle attivazioni cerebrali rilevate attraverso Risonanza Magnetica funzionale (fMRI), può aumentare la capacità di modulazione volontaria dell’attivazione cerebrale stessa associata alle emozioni di base positive e negative.

Tuttavia non c’erano ancora evidenze scientifiche relative alla possibilità di una persona di fare altrettanto anche con stati emotivi complessi come quelli che sottendono all’empatia.

Moll e colleghi dimostrano che la medesima tecnica si può utilizzare anche per facilitare l’induzione di stati mentali empatici.

Nella fase preparatoria si è chiesto a 25 soggetti, di pensare a 3 eventi autobiografici in cui avessero vissuto sentimenti di tenerezza, orgoglio e uno emotivamente neutro. Successivamente si è cercato di rievocare tali stati d’animo durante l’esperimento, attraverso la presentazione scritta di parole chiave prima delle scansioni con la risonanza magnetica funzionale.

I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: al gruppo sperimentale veniva inviato un riscontro in tempo reale della loro attività neurale durante i ricordi “empatici”, al gruppo di controllo invece non veniva fornito alcun riscontro ma venivano sottoposti alla visione di stimoli casuali.

I risultati confermano l’ipotesi di partenza: confrontando l’ultima sessione con la prima, il gruppo sperimentale aveva un maggior numero di prove correttamente classificate come caratterizzate da tenerezza, al contrario del gruppo di controllo. Il riscontro visivo delle proprie attivazioni cerebrali avrebbe dunque effetti significativi. 

 

Tale conclusione può rappresentare la premessa per sviluppare interventi finalizzati al potenziamento stati psicologici sani e funzionali e contrastare così comportamenti disfunzionali connessi ad una carenza di empatia, che sono spesso resistenti ad un approccio farmacologico.


BIBLIOGRAFIA: