L'incapacità di superare il senso di solitudine è motivo sempre più frequente di richiesta di intervento psicoterapeutico: in un mondo sovraffollato di possibilità di incontro e di relazioni, continuiamo a sentirci spaventosamente soli anche se soli non siamo quasi mai; a volte, persino in presenza di persone importanti affettivamente delle quali abbiamo desiderato moltissimo la vicinanza, proviamo una sconcertante sensazione di isolamento: esse ci sembrano distanti e irraggiungibili anche se sono vicino a noi; senso di vuoto e impotenza si accompagnano a questo penoso sentimento di isolamento. 

IN QUESTA CONDIZIONE EMOTIVA IL SENSO DI SOLITUDINE È UN SENTIMENTO INDIPENDENTE DA CIRCOSTANZE O EVENTI ESTERNI

 

COSA CI FA SENTIRE IN CONTATTO CON IL MONDO E CON GLI ALTRI? COSA CI FA SENTIRE LA LORO PRESENZA?

 

La psicologia delle emozioni   può aiutarci a cercare una risposta e a trovare le ragioni di tutto ciò.

Gli studi neuropsicofisiologici più recenti considerano la capacità di emozionarsi come un vero e proprio “organo di senso” e di adattamento che integra informazioni provenienti dal corpo (sensazioni, movimenti muscolari e viscerali, percezioni) e dalla mente (vissuti e memorie) in un sentire profondo.

Questo sentire immediato ci guida nell'ascolto della nostra specifica individualità e dei suoi bisogni e ci aiuta inoltre ad esplorare, valutare e comprendere la realtà e il mondo, non in una modalità logico-razionale, ma in modo istintivo e intuitivo, aiutandoci ad adattarci e a trovare il nostro agio in esso.

 Per fare un esempio, l'emozione del piacere ci induce ad avvicinarci a ciò che “sentiamo” buono, mentre quella del disgusto ci fa allontanare da ciò che “sentiamo” cattivo.

 

Nello specifico del discorso sulla solitudine

la capacità di sentirsi “vicini” agli altri è collegata alla possibilità di usare il nostro “orecchio emotivo” per entrare in ascolto e risonanza con le loro emozioni, riproducendone parzialmente in modo organico e psicofisico, cioè nella mente e anche nel corpo, il vissuto.

L'ascolto, la percezione dei movimenti dell'altro, il contatto fisico e le sensazioni che ne ricaviamo ci aiutano a rivivere la sua esperienza dentro di noi e a “raggiungerlo”, ma anche a sentire che noi siamo stati raggiunti da lui e siamo stati compresi e riconosciuti in modo empatico e profondo. Queste sono le basi per un sentimento di buon contatto con gli altri. 

 

La sintonizzazione

Ciò che sembra essenziale in questo processo non è tanto la comunicazione intenzionale o la comprensione razionale quanto la sintonizzazione, ossia la capacità di pulsare all'unisono, mente e corpo, con gli altri. Si tratta di un sentire che è nelle potenzialità di tutti noi e di cui tutti noi abbiamo fatto esperienza, che si collega a sentimenti di accoglienza, apertura, fiducia, senso di comunione.

 

Ma che cosa fa sì allora che noi perdiamo la capacità di utilizzare questo prezioso strumento fino a ritrovarci soli?

Accade spesso che una rigida educazione (ostile alla spontanea espressione di sé), traumi emotivi o relazioni disfunzionali, ci inducano a chiudere questo canale di contatto con noi stessi e gli altri lasciandoci in uno stato di “anestesia emotiva”: in questi casi impariamo ad agire e muoverci nel mondo attraverso la sola nostra razionalità. Bloccare la capacità di emozionarci ci permette di non sentire emozioni penose, di non rimanere in balia di desideri che ci appaiono irrealizzabili, di non sentire e mostrare aspetti non graditi a chi per noi è importante. Tutto ciò, al prezzo della sensazione di essere vivi, presenti, e in contatto con il mondo.

 

Il ruolo del corpo 

In questo processo di isolamento emotivo il corpo ha una funzione determinante poiché è attraverso contrazioni croniche muscolari, inibizioni del movimento e del respiro che le emozioni vengono bloccate e dissociate da noi. Ciò accade anche quando i nostri ritmi di vita forsennati ci inducono a prestare poca o nessuna attenzione al nostro organismo, ai suoi ritmi fisiologici e ai suoi bisogni affettivo-emotivi considerandoli di secondaria o di nessuna importanza. 

 

Come Uscire dallisolamento?

  • è importante dilatare i tempi dedicati all'ascolto di sé, delle sensazioni del corpo, come lo stomaco gonfio, la tensione alle spalle, il nodo in gola; dedicarci ad attività che coinvolgono il corpo in modo affettivo-emotivo e mettono in gioco la sua naturale capacità di sintonizzazione con gli altri (gruppi esperienziali di ascolto emotivo, gruppi di educazione al contatto, gruppi per la riscoperta dell'affettività con il movimento ad es. la biodanza).

 

  • è opportuno non sfuggire, accettare e vivere questa emozione. È bene non temerla, perché passerà. Permettendoci di restare soli con noi stessi, impariamo ad ascoltare e vivere la solitudine, primo passo per cominciare a sentirci vivi e in contatto con il mondo.

 

  • è necessario prenderci cura di noi. Prestiamo attenzione ai nostri bisogni, alle nostre passioni, prendiamoci sempre più tempo da dedicare a noi stessi, a ciò che ci piace.

Possiamo farci dei regalini, premiarci e cercare di conoscere persone interessanti con cui stare bene; oppure confidarci con le persone care: può bastare un abbraccio, una chiacchierata, per sentirci meno soli.

 

È veramente importante imparare a dare valore, attenzione, amore alla splendida persona che siamo.

In questo modo, riempiamo gradualmente la sensazione di vuoto e solitudine dentro di noi, ci riconciliamo con noi stessi e siamo pronti a sentirci “vicini” e entrare in relazione anche con gli altri.

 

In molti casi è fondamentale rivolgersi allo psicologo per poter individuare, rivivere e superare vissuti traumatici che hanno prodotto blocchi ed inibizioni psicofisiche ostacolando la spontanea capacità di sentire in modo affettivo-emotivo se stessi e gli altri.