Dalla nascita con l’allattamento il cibo rappresenta un veicolo della relazione madre-bambini, non soddisfa, infatti, solo un bisogno primitivo della fame, ma risponde anche al bisogno di cura, di scambio, di affetto.

Esso mantiene forti valenze psicologiche per tutta l’esistenza. Basti pensare che i pasti scandiscono i ritmi della nostra giornata e ogni evento della nostra vita è accompagnato da aperitivi, pranzi, cene, che rappresentano sempre più spesso, dato la vita frenetica di oggi, quasi gli unici momenti di socializzazione.

L’alimentazione assume un significato che va oltre l’aspetto semplicemente fisiologico. Il cibo viene usato per nutrire corpo e anima e spesso diventa un anestetico con cui si cerca di tamponare l’insoddisfazione e la sofferenza.

Mangiare troppo o troppo poco può assumere in altri casi le vesti di una protesta, un modo per rendere pubblico il proprio malessere, oppure ancora, può diventare una scorciatoia con cui si tenta di riempire quel vuoto che per qualche ragione si è creato dentro di noi. Le emozioni della vita quotidiana sarebbero quindi in grado di influire ampiamente sulla qualità e quantità del cibo assunto. C’è da dire, tuttavia, che le emozioni fanno parte delle esperienze umane e, di per sè, non hanno alcunchè di anormale. A volte però influenzano il comportamento alimentare a livello di quantità e qualità dei cibi e si parla di “fame emotiva”.

Questo non significa che alla base di ogni forma di disordine alimentare ci siano solo fattori emotivi, entrano infatti in gioco anche altre variabili quali l’ereditarietà, la costituzione, la quantità dell’attività fisica. Le donne in particolare sembrano più soggette ad episodi di fame emotiva, in relazione a vissuti d’ansia, inquietudine, sentimenti negativi verso se stessi, rabbia, vissuti d’ansia o in alternanza a periodi di dieta molto restrittiva.

Al termine dell’episodio di fame emotiva le reazioni più ricorrenti sono il sentirsi in sovrappeso anche se non lo si è, la rabbia nei propri confronti, la stanchezza, il senso di colpa. Occorre, pertanto, imparare a riconoscere la fame vera e distinguerla da altri bisogni.

Da tutto ciò si evince che per dimagrire non serve ridurre rigidamente le calorie giornaliere, ma andare a fondo al problema e cercare di cambiare il proprio rapporto con il cibo. Non basta inseguire le ultime tendenze scegliendo la dieta che va più di moda al momento, stravolgendo le proprie abitudini alimentari e facendo sacrifici enormi.

Sia nei casi di semplice sovrappeso, che nei casi di obesità e di veri e propri disturbi del comportamento alimentare, c'è bisogno di cambiare la percezione del cibo, l’uso che se ne fa e il rapporto con esso. Occorre una vera e propria opera di "traduzione" per dare le giuste parole alle emozioni troppo spesso tappate e zittite.