Cosa è il controllo? Mi interrogo e rispondo: la funzione controllo nell'essere umano esiste come fattore estetico, nella misura in cui essa funge da scatola/contenitore di qualcosa di estremamente più importante.

Prendo ad esempio la relazione paziente – terapeuta. Solitamente di fronte a certi tipi di comportamento, avvertiti dalla persona come “smodati”, eccessivi, con perdita dei “limiti”, ecc. la frase che ricorre più frequentemente è: “Dottore perdo il controllo mi aiuti!”.

Da qui nasce il pasticcio, in quanto la perdita di controllo è vista, dal paziente, come una deviazione degli standard di una presunta quanto oggettiva verità, per cui si postula uno standard non raggiunto di “perfezione divina” da raggiungere assolutamente altrimenti scatta tale "perdita del controllo”. Questo accade frequentemente perchè la persona immagina che le “cose della vita” vadano eseguite secondo una performance ed un criterio ben preciso esterno e non secondo una sola ed ineluttabile verità: quella dell'essere imperfettibili in quanto esseri umani.

Mi re-interrogo, come posso far uscire dunque il controllo dalla percezione di verità assoluta da parte del paziente che lo spaventa ed inquieta tanto? Attraverso una semplice quanto ovvia domanda: “Ok capisco, cosa vuoi controllare?”. Qui di solito cala il silenzio più totale, la persona vaga nei meandri oscuri dell’ignoto senza alcuna risposta certa, prima rappresentata dallo standard scientifico intrapsichico a cui si aggrappava ferocemente, adesso confutata dal fatto che se perdi il controllo qualcosa di certo vorrai controllare ma non sai cosa! Motivo per cui emerge, solitamente, l'emozione della paura.

Qui si apre uno spazio esistenziale totalmente differente, rappresentato dal passaggio io sono una malattia ad io sono una persona e soprattutto dal passaggio scatola > contenuto. Questo passaggio reca in se una difficoltà che prima, con la scusa della verità oggettiva del controllo, non esisteva, in quanto per rispondere il paziente ha da assumersi "la sua responsabilità" ma non quella dello standard dettato dalla maestra, dalla madre, dal padre, ecc., naturalmente mai raggiunto, ma la responsabilità di dire cosa ti piace controllare, come mai lo fai, cosa significa questo per te, cosa ti succede mentre lo fai, ecc.

Solitamente “scappa” poi pure una risata in terapia, il paziente fa esperienza improvvisamente del buffo. Il buffo, elemento teatrale fondamentale, è una esperienza salutare straordinaria, offre la possibilità di accorgersi che, seppure con un lavoro importante, con un carattere giudicato da tutti come forte, con un’autostima ipertrofica ed eccellente, ecc. tutti noi portiamo spesso la “maschera” senza consapevolezza e quando ce ne accorgiamo semplicemente ridiamo di noi. In questo caso l'esperienza buffa è rappresentata dal capire che ce la raccontiamo con la scusa del controllo e ci fa pure comodo per la nostra nevrosi.

Farò un breve esempio del buffo che si alimenta spesso in Psicoterapia della Gestalt durante la seduta e del passaggio scatola > contenuto rappresentato, invece, dalla dissoluzione della funzione controllo:

P: Dottore con il cibo perdo sempre il controllo!

T: Ok e che cosa vuoi controllare?

P: (Silenzio) bè voglio controllare il mio peso corporeo.

T: Ah ok, fammi capire, se vuoi controllare il peso come mai vai al frigorifero?

P: (Silenzio) perché lui mi fa sempre arrabbiare!!

T: Lui chi?

P: Mio marito! Non mi parla io mi arrabbio e poi vado a mangiare!

T: Quindi è colpa sua se perdi il controllo (velo di ironia)?

P: (Esperienza del buffo – risata)

T: Ti accorgi che più che perdere il controllo sei arrabbiata con tuo marito e sfoghi la rabbia nei riguardi del cibo.

P: Sì (Diventa triste – momento depressivo fondamentale in quanto inizia ad interrogarsi seriamente)

Il resto è un’altra storia, la storia di vita del paziente, non lo scopo di questo breve articolo. In conclusione, la scatola non è mai il contenuto, dare importanza al controllo senza entrarci dentro è come voler dare valore solo all'estetica del comportamento.