La prostituzione relazionale è un fenomeno altamente diffuso nella società odierna; si tratta di un'espressione volutamente provocatoria, che esprime le conseguenze di un atteggiamento comunicativo eccessivamente accondiscendente.

La “prostituta relazionale” è quella persona che, per sentirsi apprezzata, per ottenere il consenso, l'approvazione e la riconoscenza degli altri antepone i bisogni altrui ai propri. La persona è eccessivamente disponibile e sempre attenta a quello che gli altri pensano, fanno, potrebbero pensare o fare perdendo di vista se stessa perché, continuamente, da importanza al giudizio degli altri più che al proprio. E' dal giudizio degli altri che non riesce a liberarsi finendo col distorcere completamente le relazioni.
Una persona che ci sostiene, che tiene conto dei nostri bisogni e delle nostre necessità è gratificante ma ognuno di noi sa che è tutta un'altra cosa avere a che fare con una persona che è sempre accondiscendente.

La tragedia di queste persone è che, alla fine, sono le più sole, perché sentono di esistere per quello che fanno, non per quello che sono.
Paradossalmente, più si sforzano di compiacere gli altri più si sentono inadeguate e sole; dentro di sé finiscono col pensare “se gli altri conoscessero quello che sono realmente, invece di ciò che mi sforzo di apparire, non mi apprezzerebbero”.
Inoltre, a differenza di quanto si crede, aiutare gli altri costantemente non genera comportamenti che tendono a ricambiarne i favori, ma al contrario, produce nuove richieste di agevolazioni, percepite ormai quasi come un diritto.

Un esistenza improntata ad aiutare, ad essere disponibili porta la persona sul ciglio del precipizio della solitudine più estrema, e, a quel punto, può lanciarsi ancora di più nella gratificazione altrui, sentendosi di conseguenza ancora più frustrata.
Quando la “prostituta relazione” si accorge del meccanismo perverso che ha messo in atto per anni crolla, non sono infrequenti depressione, ansia...fino ad arrivare ad atti autolesionistici e tentativi di suicidio.

Un percorso psicologico, in questi casi, anche in quelli più radicati, aiuta la persona a rompere questa rigida modalità comunicativa, ad affermare i propri bisogni. Un semplice piccolo “no” al giorno, una piccola e controllata posizione comunicativa, ripetuti ogni giorno in situazioni diverse, è come una valanga che diventa una forza inarrestabile; fa sperimentare concretamente la sensazione di padroneggiare la propria vita, ma sopratutto crea una nuova credenza: gli altri mi accettano per quello che sono, anche quando metto al primo posto i miei bisogni.

 

Bibliografia: Nardone, G, Psicosoluzioni, 1998, Superbur saggi