Ho pensato a lungo se scrivere queste righe.
Poi ho deciso di farlo, con l'intenzione di mantenere la professionalità che si deve, ma aggiungendo anche un tocco di ironia, che mai è critica a nessuno.
Perché questo post è sugli stereotipi circa lo psicologo, punti di vista magari distorti, non per leggerezza altrui, ma semplicemente perché il nostro lavoro è arduo da spiegare e presentare. E sovente si presta a interpretazioni confuse.
Per cui non ve ne abbiate a male, lungo questo piccolo brano scritto con professionale levità: non si semplifica la capacità di pensiero delle persone, non si deride una categoria.
Solo, qualche aspetto magari ovvio, ma di quelli che ogni tanto van ricordati...
Buona lettura, se gradite (e ricordate che ogni punto è accompagnato da un sorriso che, spero, sia reciproco).

1 - "Non sono pazzo, non ho bisogno di loro". Argomento già trattato, lo psicologo ben difficilmente potrebbe lavorare con la "pazzia" (che diagnosi non è). Sono molte le patologie mentali (di cui si occupano psicoterapeuti e psichiatri), ma nessuna merita un'etichetta che contiene un valore dispregiativo. È sofferenza. E, appunto, lo psicologo naviga col paziente lungo i margini di quelle isole di funzionamento che richiedono rafforzamento, sostegno e molto altro. Con un presupposto così, chi viene da noi non è "pazzo"... È qualcuno che cerca di migliorare se stesso e la propria vita. E questo delle volte è un gesto di coraggio, no?

2 - "Conoscevo una che era un agnellino, è stata dallo psicologo ed è diventata insopportabile". Amo la schiettezza e questa frase mi è stata detta senza molti abbellimenti. Va bene. Non siamo adatti per i "pazzi", dunque, ma neanche per i "mansueti"? Lo psicologo lavora in un setting che vuole portare a risoluzione, integrazione e liberazione della persona dalle proprie "prigioni" interiori. Ogni processo di cambiamento implica un "movimento", una metamorfosi di consapevolezza che quindi può far attraversare alla persona dei periodi in cui la si vede diversa dal solito - ma non per forza "morde". Quindi, non è pericoloso andare dallo psicologo.

3 - "A cosa serve? Non è diverso che sfogarsi con un amico?". Nel ventaglio di luoghi comuni, si toccano estremi in cui la figura dello psicologo è superflua/irrilevante, fino a essere quasi nociva. Lo psicologo può essere alleato, non è un amico. È un professionista che ha seguito un lungo percorso di studi e di perfezionamento legato alla mente umana, all'essere umano (spesso nei suoi angoli più fragili e bui), e a quelle dinamiche che non tutti possono cogliere. Un amico arguto è ottimo dono, ma lo psicologo è un professionista, come un dottore o un fisioterapista. E la mente è un'entità complessa, non meno di una parte anatomica (tra l'altro ricordiamo la non divisibilità tra corpo e mente). Ci sono tantissimi tipi di psicologi, con orientamenti, "modus operandi", scopi o ovviamente personalità diversi. Molti di noi non lavorano con pazienti. C'è chi fa ricerca, chi resta in campo neurologico, chi si occupa addirittura di pubblicità e molto altro. Siamo variegati, ma lo psicologo clinico, quello da cui andreste, non è un amico. Io, con un poco di presunzione, lo vedo sempre come un complice, un Virgilio che accompagna un Dante lungo i propri piccoli/grandi gironi, verso l'uscita di un proprio inferno. E per fare ciò serve preparazione, perché si lavora con la complessità che non ha algoritmi o regole matematiche pure: l'essere umano. L'amico devoto è ben caro, splendido, ma è altro.

4 - "Vado dalla cartomante e ci indovina sempre". Come preannunciato, non voglio assolutamente offendere l'intelletto di nessuno, ma riporto nuovamente una frase sentita. Al di là di queste figure (e sono emersi negli ultimi anni sempre più profili non sempre riconosciuti a livello professionale), che ognuno ha il diritto di frequentare, è importante ricordarsi che non siamo noi. Per i motivi elencati nel punto sopra. Non pretendiamo di prevedere il domani: lavoriamo con la persona per il suo domani.
E non indoviniamo: aiutiamo a definire e vedere, ricreare, esprimere.

5 - "Gli ho scritto e mi ha detto solo banalità". Qui, se mi permettete, possiamo fare un esempio: si ha un dolore. Si scrive una email a un medico che non ci conosce. Qualche volta, in base alla storia clinica, può già con la sua molta esperienza tranquillizzare. Spesso, però, sarà il primo a far presente che sarebbe il caso di svolgere X esami e affidarsi a un dottore preciso. Nella psicologia si incontra questa dicotomia: un certo scetticismo verso la nostra professione, e poi una sorta di delusione quando, a domanda, rispondiamo in maniera "generica", una risposta letta spesso come "banale" o "scontata", che magari suggerisce un percorso con un nostro collega.
Attenzione: siam ben contenti che scriviate ed è una soddisfazione quando delle tue indicazioni fanno sentire una persona meno sola e spersa, più chiara con se stessa o meglio indirizzata. Per cui è senza dubbio un servizio utile, e siamo i primi a consigliarlo. Quel che però non si può sperare, riflettendoci, è che un problema psicologico (che magari si protrae da anni), con tutte le sfumature complesse legate alle relazioni con noi stessi e gli altri, possa trovare soluzione in poche righe. Questo non è tanto semplice: un breve brano per spiegare una vita, non ci rende abili a dipingere un affresco di solito fatto di mille particolari. E se contattarci è importante per una prima comprensione, e se talvolta un consiglio può essere tutto ciò che ci serviva per dare una svolta, in altri casi così non può essere. Da qui l'impressione del, "Beh, più che di andare dallo psicologo non mi ha detto...". Ma proprio perché psicologi, a seconda dei casi, abbiamo la possibilità di essere molto utili o solo di appoggio, via email. E c'è un'etica che ci governa.
Poi sarebbe più ampio il discorso sul ruolo dei media nella diffusione di una certa idea dello "strizzacervelli banale", ma ci sarà altro tempo per ciò.

6 - Lo conoscete Chirone? Ecco, per concludere questa veloce carrellata sul non essere i nostri pazienti pazzi, e noi non banali indovini (sorriso sempre qui), ritorno sempre a Chirone, figura a me cara.
A dir la verità, figura cara a qualcuno di ben più noto: Jung.
Chirone, l'archetipo del "Guaritore ferito": un centauro della mitologia, colto e saggio che, ferito gravemente, non trovando sollievo dal proprio dolore, utilizza gli insegnamenti appresi per aiutare il prossimo.
Questo per evidenziare - come mi è capitato di dire - che lo psicologo non è una figura astratta che recita le solite frasi da stereotipo (e non fa stendere gente sui lettini), apprese dai libri. Non si viene da noi per esser "avvolti" per anni dalla nostra presenza, per forza scavati nei nostri sogni. Non si plagia, non si legge nella mente. Ci si muove sui crinali sottili e variegati (spesso rocciosi) di ciò che le persone sono dentro.
E Chirone è un modo per evidenziare che lo psicologo è uno di voi, che ha scelto un percorso di formazione per lavorare con voi.
Nel piccolo e nell'importante di ogni giorno.

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