Forse lo avete presente.
È un celebre dipinto del pittore americano Andrew Wyeth.
C'è una ragazza di spalle, semistesa su di un prato; è magra e si capisce che c'è qualcosa di insolito.
Lei si sta sforzando.
La sua è la posizione di chi tenta e vuole andare avanti, raggiungere la casa che dista magari solo pochi minuti a piedi. Ma deve faticare tantissimo.
Il suo corpo, il suo combattivo appoggiarsi, le braccia ossute: lo sforzo per arrivare, per lei, è enorme, inenarrabile.
Lei non cammina, ma non rinuncia: a quel luogo arriverà comunque, e l'artista lo sa bene, perché Christina era la sua vicina, malata sin da piccola.
È un quadro dall'intenso, enorme, coraggioso significato, questo.
Ed è un manifesto.
Perché in tutta la sua bella tenacia rende palese quell'abisso che per forza finisce per dividere, nella forma mentis e nell'agire, chi raggiungerà quella porta passeggiando tranquillo, e chi strisciando.
Non è solo un inno all'imperitura forza di volontà: è un crudo affresco, anche psicologico.

Vi è sovente nella disabilitá uno stereotipo quasi "angelicato". La persona con disabilità vista nella sua imperturbabile, serena, ammirevole accettazione con amore per la vita. Accontentato. Serafico, asessuato. E di certo non sempre è così. Anzi.
Nella "rassegnazione" c'è lotta, nella battaglia desiderio e anelito, in tutte le loro forme.
Ma ho trattato già argomenti simili per quel che concerne il mio lavoro, per cui non voglio annoiare oltre.

Quello che qui desidero, è tratteggiare rapidamente (senza pretendere certo che sia il pensiero di tutti), quel "burrone" di pensieri che divide chi è sano, da "una" Christina. Il prato da percorrere senza tanti pensieri.

 

Ci sono molte forme di disabilità anche gravi che, con grande impegno, conducono a una vita di piena realizzazione e soddisfazione. Ma non per tutti è così, e i volti che può avere l'handicap sono mille, non solo quello stilizzato sul pass per un parcheggio.

 

In un "gioco" di interazione tra "una" Christina e una persona "in forma", molto sta alla sensibilità dei partecipanti, per così dire.
Se è sacrosanto che una persona diversamente abile venga considerata come chiunque altro, nella sua totalità, la singolarità di ogni storia dovrebbe far riflettere su ciò che è più adatto o no, in uno scambio, scambio che si fa più delicato e attento, ma non per questo meno spontaneo o profondo. Non si tratta di soppesare, stancamente, ogni parola. Ma di quei neuroni specchio che, forse, difficilmente vogliono collaborare in questa situazione.
Magari per difesa psicologica, non ci si vuole mettere nei panni dell'altro, se l'altro è malato o diversamente abile, o qualunque definizione preferiate.

 

Facciamo piccoli esempi di ciò che ho incrociato questa estate.
"Io non posso muovermi, e lei che mi conosce da molto tempo e mi vuol bene, non fa che mandarmi messaggi di quanto è bello il mare, foto e video".
"Mio fratello, e tengo tanto a lui, non fa che baciarsi o abbracciarsi con la sua futura sposa. Non voglio rovinare tutto questo, eppure sa quanto sia dura per me, che mai son stato accarezzato o baciato da una donna".
"Ho dovuto ascoltare il resoconto delle vacanze con relative lamentele per il ritorno sul lavoro, mentre io ho passato giugno a letto".
Solo esempi.
Non per far sentire in colpa qualcuno. Non ci sono colpe qui, anzi: quasi sempre si è spinti dalle migliori e più positive intenzioni.
È per esprimere la mia forte impressione di come vi sia una comprensibile, ma fortemente coriacea resistenza (difesa?) a porsi nell'ottica del mondo disabile.

 

Essendo esseri empatici, non ci sperticheremmo certo di poesie sulla bellezza di essere genitori sapendo che chi abbiamo davanti non può esserlo e lo vuole disperatamente.
Non elencheremmo lo splendore delle nuove opportunità di lavoro di fronte a chi è disoccupato.
Non manderemmo immagini di cibo all'affamato.
Con l'handicap è diverso, a mio avviso.

E userò rapidi e sintetici punti, miei punti di vista, per essere breve:

- mi permetto di asserire che la natura umana è mediamente strutturata in modo da renderci non pienamente comprensibili (se non intellettualmente ed emotivamente) le esperienze che non abbiamo attraversato. Siamo creature con un vissuto per forza parziale.
- malgrado ciò riusciamo/siamo disposti (e ribadisco, non c'è alcuna accusa) a provare a immedesimarci con chi ci risulta simile, comprendendo determinate tematiche, perché "usuali" e note (sentimenti, lavoro, genitorialità, economia).
- la disabilità risulta magari una realtà a parte e quindi, per sostenersi nella fragilità della vita, forse non si vuole vedere. Spesso è così. Punto. Mette a disagio, è troppo sul versante "diverso" e difficile delle "cose".
- la conseguenza è che ciò non permette di tentare un "mettersi al posto di", che può portare a un avvicinamento e a una comunicazione: non è l'evitare di descrivere le bellezze della spiaggia (per chi non le vuole ascoltare) che impedisce amicizia verso chi ha una malattia.
- la disabilità rende arduo ciò che per la maggior parte degli individui è dato per scontato. Quindi si fa ancora più inevitabile che avvengano involontarie "gaffes".
- la disabilità talvolta non è sempre chiaramente visibile, eppure può essere grave, ma per il suo essere talvolta visivamente meno pregnante, finisce per essere sottovalutata.

 

Dunque, perché queste righe?
Per quella inscindibilità tra corpo e mente, che fa sì che l'esperienza fisica segni il pensiero, la sensibilità, e viceversa.
Dedicandomi spessissimo all'handicap, potrei dire che è solo una piccola osservazione generica che vorrei potesse trovare una minuscola eco.

Non vale per tutte le persone con disabilità.
Non vale per tutte le persone sane.
Ognuno è unico
.
Ma spesso, nell'interazione con la malattia (interazione già preziosa, dato che non di rado si tende a rifuggirla), si compiono piccolezze non notate, che in un attimo di fragilità, come la bellezza dell'estate, possono ferire.
Certo, l'importante è non lasciare nella solitudine chi vi sembra condannato.
Ma, grati per un momento di essere fisicamente "funzionanti", si provi a pensare all'asimmetria della comunicazione (e non solo della posizione fisica) che si ha con un parente/amico con disabilità. Una asimettria che, nel volersi bene ed essere sensibili, si può livellare.

Non significa "evitare" perché "non so che dire", anzi: si ha la possibilità di essere se stessi fino in fondo, che sia ammettendo una gaffes da entrambe le parti, o l'imbarazzo di parlare o no di certi temi. Essere se stessi, e non è un paradosso con quanto affermato sinora.
Perché una persona il cui corpo è stato uno sfortunato traditore vuole essere vissuta come gli altri sì, in quanto singolo con doti, difetti, talenti, pensieri ed emozioni. Ma non può trascendere dalla condizione, e il negarla obbliga a un britannico e compito sorriso, di fronte a ciò che può suonare fuori luogo.

Siamo fatti di pensieri e parole.
E queste danno senso alla nostra relazione con gli altri.
E ognuno è unico.
E ben venga raccontare del mare se si vuole sentire, ma che ci si ricordi che mille sono gli argomenti che possono avvicinare.
Perché nulla come la diversità affina la sensibilità e l'apertura mentale, anche e purtroppo nel dolore.
È l'evitamento e la mancanza di tatto che fanno male.
A tutti.

Quindi un esercizio?
Perché no... Chiedo venia se mi sono permessa queste osservazioni, ma magari è realmente un esercizio, se siete tra coloro che hanno lo spessore interiore di non scappare di fronte a chi si ama, solo per le sue difficoltà.

Ribadisco: un discorso breve e generico.
Ma le parole che ho sentito son state ben più colorite di quel che ho riportato (il politicamente corretto stanca).
E quindi ho deciso di scrivere di come ogni modo di creare un ponte di parole con l'altro possa essere arma o carezza.
Soprattutto in questo caso
.

Non c'è bisogno della psicologa.
Non c'è bisogno di una immagine di cucina da mandare all'affamato. Di raccontare il noioso collega ritrovato al ritorno, a chi darebbe ogni cosa per entrare in un ufficio (e non voglio assolutamente sminuire i problemi di lavoro, ma stiamo affrontando prospettive e argomenti differenti, e son certa che "una Christina amica" ascolterebbe volentieri queste difficoltà, se espresse in maniera onesta e appunto prospettica).
Una chiacchierata intelligente, anche imbarazzata nei primi passi, è tutto quel che magari serve.

E credo che quella Christina avesse molti interessi e tanta volontà.
E anche se di spalle, suo malgrado, è un capolavoro dell'arte americana.
E ho la presunzione di dire che, forse, più che vedere qualcuno che la superava correndo, le avrebbe fatto piacere parlare un poco con qualcuno, tornando verso la sua abitazione. Nel modo in cui poteva muoversi.
Con pazienza altrui e tanta voglia.
Dialogando, chissà, avrebbero magari vicendevolmente imparato qualcosa - e non è buonismo.

 

Non è appunto, come detto già, empatico che si esalti la gioia di un neonato a chi non ne avrà.
E quindi nemmeno che si volga lo sguardo altrove, quando c'è Christina.


Soprattutto perché Christina sapeva comunque tornare a casa.