Le ricerche più recenti in neurobiologia dimostrano che un legame affettivo sicuro è un aspetto fondamentale più in un rapporto di coppia.

Gli esseri umani hanno bisogno di sentirsi al “sicuro” prima di sentirsi vulnerabili, e come ricorda Brené Brown, "la vulnerabilità è il luogo di nascita dell'amore, della appartenenza, della gioia, del coraggio, dell'empatia, della responsabilità e dell'autenticità".

Ti sei mai chiesto perché tu o il tuo partner siete così sensibili? Esiste una ragione scientifica per tutto ciò, come ci spiega Stephen Porges autore della teoria polivagale.

Alcune persone non sono attratte dall'idea di assegnare la priorità alla sicurezza nella loro relazione, poiché identificano un rapporto "sicuro" con una relazione "noiosa", ma la ricerca scientifica rivela che la relazione gratificante che tutti desideriamo è coltivata al meglio quando ci sentiamo sicuri.

Stephen Porges, neuroscienziato, uno dei più autorevoli esperti mondiali delsistema nervoso autonomo, conferma che abbiamo un imperativo per la sicurezza profondamente connesso alle nostre menti e ai nostri corpi. La teoria polivagale di Porges descrive come il nostro sistema nervoso autonomo decodificherà la sicurezza, la fiducia e l'intimità attraverso un sottosistema di impegno sociale.

 Il nostro cervello è costantemente in grado di individuare attraverso i nostri sensi se siamo in una situazione sicura, pericolosa o rischiosa sia per la nostra sopravvivenza sia per i nostri bisogni emotivi.

 

Quando il nostro corpo e la nostra mente percepiscono la sicurezza, il nostro sistema di impegno sociale ci permette di collaborare, ascoltare, empatizzare e connettersi all’altro, oltre che essere creativi, innovativi e audaci nei nostri pensieri e idee. Tutto ciò rappresenta un processo vantaggioso per le nostre relazioni interpersonali e per la nostra vita in generale.

La maggior parte delle coppie che vedo nella mia pratica non affrontano situazioni in cui la vitaè in pericolo, tuttavia vivono la disconnessione cronica nella relazione affettiva, percepiscono la tensione, sviluppano un atteggiamento difensivo o irritabile che esprime la percezione del pericolo da parte di uno o più canali sensoriali, che in definitiva, genera un peggioramento nella qualità della relazione.

La capacità del nostro cervello di essere consapevoli di questi segnali è un fenomeno chiamato neurocezione, un termine coniato da Porges per descrivere come il nostro sistema nervoso valuta il nostro livello di rischio e sicurezza emotivo in funzione delle nostre percezioni. Tale consapevolezza non coinvolge il pensiero cosciente. I nostri cervelli sono cablati per fornire un'analisi continua di informazioni attraverso i nostri sensi, al fine di decidere come e quando iniziare e essere disponibili alla connessione emotiva con l’altro.

La nostra eredità come specie umana ha reso necessaria sin da subito questa abilità per riconoscere i predatori e, ancora oggi, questo istinto resta scritto nei circuiti neurali più primitivi e ci induce ad avere comportamenti socializzanti verso persone familiari e comportamenti difensivi verso gli estranei. Il tutto si verifica in base a quanto ci sentiamo al sicuro e sin dai primissimi attimi di vita.

La sofferenza psicologica è determinata proprio dal “fallimento” della neurocezione e può riguardare due aspetti centrali per la nostra sopravvivenza: l’incapacità di disattivare il sistema di difesa in condizioni di sicurezza o al contrario l’impossibilità di attivare comportamenti difensivi in situazioni di pericolo.

Le recenti tecniche di neuroimaging (tecnologie di neuroimmagine in grado di misurare il metabolismo cerebrale, al fine di comprendere la relazione tra l'attività di determinate aree cerebrali e specifiche funzioni cerebrali), ci consentono di identificare le aree del cervello che si attivano tutte le volte che ci sentiamo al sicuro (lobi temporali) e che sono in grado di disattivare i circuiti neurali responsabili delle risposte difensive (attacco, fuga, immobilizzazione, svenimento).

Le stesse aree temporali facilitano i processi di affiliazione e comportamenti pro sociali tra esseri umani, grazie all’attivazione di ormoni che promuovono un legame empatico, positivo e cooperativo.

Uno degli ormoni più coinvolti nella capacità di costruire e trarre benessere dalla relazione con gli altri è l’ossitocina: molto presente durante le ultime fasi della gravidanza, il parto e le primissime fasi di vita del bambino.

L’ossitocina viene rilasciata nel nostro cervello quando da adulti proviamo piacere nel contatto fisico o nell’abbraccio di una persona cara, ogni volta che riusciamo a sentire profonda intimità con l’altro. Al contrario non vi è alcun rilascio di ossitocina se ci sentiamo minacciati da un contatto o dall’abbraccio di qualcuno. La stessa esperienza non è più fonte di sicurezza e, dunque, neanche di piacere. Il passo successivo all’inibizione dei circuiti difensivi è dunque conquistare la prossimità fisica e il contatto.

Quali sono i segnali del corpo che consentono di ridurre la distanza e di entrare in contatto con gli altri?

Il modo in cui l’altro si muove verso di noi, con il suo corpo e con la sua presenza, determina indubbiamente la lettura che facciamo delle sue intenzioni: ci aiuta a distinguere una ricerca di contatto intimo e affettuoso da una ricerca di contatto violento, minaccioso.

Se tuttavia il sistema di attaccamento sociale fosse legato alla sola lettura ed espressione del movimento volontario, i neonati sarebbero enormemente svantaggiati proprio perché il loro sviluppo neurale del sistema motorio corticale, legato al movimento intenzionale, è completamente immaturo.

La ricerca di contatto e prossimità sembra piuttosto dipendere, all’inizio della nostra vita, dal modo in cui muoviamo i muscoli del volto e della testa, regolati da vie neurali più primitive che legano la corteccia al tronco cerebrale (vie cortico spinali).

Attraverso questi muscoli riusciamo a dare espressione al volto, a regolare il tono della voce, a direzionare lo sguardo e a distinguere la voce umana tra rumori di fondo.

Queste vie neurali sono sufficientemente sviluppate sin dalla nascita e consentono al neonato di attivare chi si prende cura di lui, attraverso vocalizzazioni e smorfie e di entrare in contatto con il mondo attraverso la direzione dello sguardo, il sorriso e la suzione.

La regolazione neurale e la tonicità dei muscoli del volto e della testa influenzano dunque enormemente come ognuno di noi percepisce l’altro e come l’altro legge le nostre emozioni; il perfezionamento di questa regolazione reciproca e positiva riduce gradualmente la distanza necessaria alla sicurezza, favorendo la costruzione di una maggiore intimità e, nel tempo, di un legame affettivo più forte e solido.

Tale ‘scambio di segnali di sicurezza’ consente a noi esseri umani, sin dalla nascita e poi da adulti, di mantenere il legame e comunicare efficacemente con l’altro attraverso:

 – il contatto oculare, 

– le vocalizzazioni o un tono di voce in grado di attirare gli altri, 

– il ritmo e il suono della voce, 

– le espressioni facciali coerenti con il nostro tono dell’umore e la modulazione dei muscoli dell’orecchio medio, per distinguere la voce umana dai rumori di fondo. 

Al contrario, quando la tonicità e la regolazione di questi muscoli è ridotta, la risposta del corpo cambia e cambiano i messaggi che diamo e che riceviamo dagli altri:

– le palpebre sono più chiuse e limitano il contatto oculare, 

– la voce diventa più stereotipata e perde le inflessioni, 

– le espressioni facciali positive scompaiono, 

– la percezione del suono della voce umana diventa meno intensa, 

– la sensibilità e l’interesse per la vicinanza dell’altro si riduce drasticamente. 

La ridotta tonicità e reattività dei muscoli del volto può essere causata da molte situazioni: succede automaticamente in risposta alla neurocezione di un pericolo o di una minaccia alla propria vita proveniente dall’ambiente esterno (es. persona, situazione, evento stressante) oppure può essere determinata da un’alterazione dell’equilibrio interno (es. malattia, dolore fisico, malessere psicologico).

Il nostro modo di interagire con gli altri e di coinvolgerci in legami sociali può variare enormemente in tutte queste situazioni. E’ importante sottolineare a questo proposito come non è solo l’attivazione intensa di questi muscoli legata ad emozioni negative (rabbia, paura) ad essere riconosciuta come pericolosa dal nostro sistema neurocettivo, ma anche un’espressione piatta, inespressiva come quella di un genitore depresso o di un bambino malato può essere percepita come minacciosa per la vita e inibire la regolazione affettiva spontanea nei processi di interazione sociale e nella lenta costruzione di legami di reciprocità.

In presenza di sofferenza psicologica, in cui la minaccia è spesso interna e legata ad una cronica incapacità di sentire e mantenere un senso di sicurezza personale, si è spesso indotti a vivere il rapporto con l’altro in modo estremo e disfunzionale cercando la regolazione affettiva (e neurobiologica) di cui abbiamo bisogno in modo pressante e incongruo o talora rinunciando a questa regolazione, rifiutando ogni contatto, disinvestendo completamente nella possibilità di essere aiutati o confortati dalla sola vicinanza dell’altro.

Anche nelle relazioni adulte, e la psicoterapia è spesso soprattutto questo, è possibile rintracciare questi segnali di disarmonia (difficoltà nel mantenere una contatto oculare, occhi chiusi, sguardo in basso, testa reclinata in basso o lateralmente, voce alta o improvviso calo del tono di voce, espressioni del viso incongrue rispetto al dialogo in corso,..) e riuscire a decodificarli in tempo, su se stessi e sugli altri, può aiutare nel ripristinare una buona regolazione e una più efficace comunicazione.

Grazie al Prof. Porges ora sappiamo che tutti questi cambiamenti hanno a che fare con sistemi neurobiologici molto primitivi e ci segnalano sempre che qualcosa di importante sta avvenendo nella relazione o nella situazione in cui siamo.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA: