Abbiamo visto nelle sezioni precedenti le trappole cognitive in grado di dare origine a una dinamica ossessiva http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/895-trappola-ossessioni.htm

e quelle in grado di far si che tali dinamiche si protraggano nel tempo. http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/3715-rimuginazione-ossessiva-risolverla.html

A questo link, invece, abbiamo discusso su come un rituale o un atto compulsivo possa assumere la funzione di un vero e proprio ansiolitico nei soggetti che ne sono portatori. http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/5399-compulsioni-trappola-rituali.html

 Ed è proprio da quest’ultima trattazione che ripartiamo per comprendere il perché, in certe occasioni, nonostante molti rituali compulsivi siano stati abbandonati, quest’ultimi ritornino inesorabilmente a turbare la vita di un paziente.

 

Partiamo con un esempio abbastanza significativo.Probabilmente sarà capitato a molti di aver fatto uso di ansiolitici per un periodo di tempo in cui se ne sentiva la necessità. Forse prescritti per tamponare uno stato di ansia acuta, o per ridurre la tensione emotiva legata a un periodo particolarmente stressante in grado di provocare ansia oppure, come accade in talune occasioni, per eliminare l’ansia legata ad una particolare prestazione ansiogena come ad esempio un esame importante. Tale esperienza ci ha fatto apprendere che l’unico modo di ridurre l’ansia sia, inevitabilmente, quello di fare ricorso all’ansiolitico. Una volta passata l’ansia o il periodo ansiogeno riusciamo a stare lontani dal farmaco ansiolitico, ma non appena ansia e stress tornano a farci visita sappiamo, o meglio ricordiamo, che c’è stata un’azione che ci ha aiutato a ridurre la tensione, ossia l’assunzione del farmaco. Pensiamo, quindi, qualunque sia la causa dell’ansia, che per ridurla dobbiamo tornare al vecchio schema comportamentale: assumere il farmaco! Il nostro cervello sa che in caso di tensione emotiva quella è una soluzione che un tempo ha dato i suoi frutti.

Nell’ultimo link su riportato abbiamo spiegato come un rituale compulsivo abbia, in determinate occasioni, lo stesso effetto ansiolitico del farmaco. Compiendo il rituale riduciamo la tensione e a volte depotenziamo le ossessioni. Più compiamo il rituale più apprendiamo che esso sia l’unico modo di alleviare la tensione –senza ovviamente considerare che stiamo cadendo nella trappola che ci indurrà a reiterarlo nel tempo-

Esattamente come l’esperienza del farmaco apprendiamo che il rituale è il nostro ansiolitico “naturale” del quale ne diventiamo dipendenti. Dopo un percorso d cura, in genere, psicoterapico, il rituale può ridursi drasticamente o, meglio, scomparire del tutto. E fin qui tutto filerebbe liscio. Purtroppo accade, fortunatamente non sempre, che la compulsione si ripresenti e non ne sappiamo il motivo.

 

In realtà, come abbiamo su descritto, il rituale compulsivo ha assunto, un tempo, la stessa valenza ansiolitica del farmaco e proprio come quest’ultimo rimane nella nostra memoria come l’unica cosa in grado di ridurre la tensione. E proprio come il farmaco il suo effetto viene generalizzato e usato anche al di fuori del contesto originario.

Indipendentemente dal fatto che il rituale veniva usato, un tempo, per ridurre una specifica tensione (controllare il gas, la porta, lavarsi, compiere azioni ripetutamente ecc.) il ritorno di una situazione emotivamente stressante fa richiamare, nella nostra memoria, tutte le soluzioni, anche apparenti, che prima sembravano funzionare. Non ha importanza che oggi non abbiano più la stessa valenza (la voglia di pulirsi, di controllare qualcosa) ciò che è importante, per il nostro cervello, è che davano l’illusione di un effetto immediatamente calmante. Questo può spigare perché le compulsioni tornino in concomitanza di nuovi stress e nuove tensioni emotive.

Il loro “valore”, seppur illusorio, come ansiolitico viene quindi generalizzato e ripetuto in modo ridondante anche dove la funzione iniziale legata al controllo e alla rassicurazione non ha più motivo di esistere. Al suo esordio, quindi, la compulsione nasce per mantenere un controllo estenuante su qualcosa e il metterla in atto fa sì che la tensione venga immediatamente, ma solo per pochi attimi, ridotta.

Durante una ricaduta, invece, il ripresentarsi del rituale compulsivo può assumere la funzione, ricordiamo sempre illusoria, di una soluzione immediata, ossia un’azione ansiolitica, solo perché il nostro cervello, automaticamente, la ripristina con l’idea, come successe un tempo, di eliminare la tensione, indipendentemente da cosa sia stata provocata. Il rituale diventa un puro automatismo condizionato dal fatto di essersi impiantato nella nostra memoria implicita come un ansiolitico. Accade esattamente come nel topolino di laboratorio che preme compulsivamente una leva senza risultato solo perché ha imparato che un tempo quell’azione lo ricompensava con del cibo.

L’esperienza clinica sembra evidenziarci che una ricaduta delle compulsioni appaia meno potente dell’esordio e le “armi” terapeutiche da utilizzare sono le stesse che hanno funzionato in precedenza e, questa volta, con una maggiore consapevolezza della loro efficacia. E quest’ultimo dato aiuta non poco.

 

Per un approfondimento

I segreti della mente non ansiosa, 2012. Ed. Libellula

http://www.amazon.it/segreti-della-mente-non-ansiosa/dp/8867350900

https://www.youtube.com/watch?v=Ui3yNBrLgs0