Le beghe burocratiche sono diventate talmente tante e tali da averci fatto smarrire la passione per la clinica, o meglio, averci instillato il bisogno impellente di avere una segretaria.

Quando riceviamo un paziente in studio, la prima cosa da dover fare, è fargli firmare il consenso informato, farli firmare tutta una serie di moduli così noiosi ed intrusivi, da farci correre il rischio di compromettere il rapporto empatico, di profondo ascolto e di sguardi che si “deve” venire a creare affinché lui possa fidarsi ed affidarsi a noi.

Insomma, nel nostro studio, saremo in tre, o in quattro: il paziente o la coppia, noi e le beghe burocratiche, delle vere intruse.

Le nuove leggi sulla privacy poi, ci obbligano ad occuparci di tutta una serie di procedure, ancora più noiose, che ci fanno indossare i panni dei burocrati e smarrire - transitoriamente - quelli del clinico.


La differenza tra il paziente del medico ed il paziente dello psicologo

Il paziente del medico, solitamente, gradisce la sala d’attesa, e ne beneficia anche.
Condivide la sua malattia, si racconta ed ascolta la storia di malattia altrui, transitando in un clima di "empatia da condivisione del malanno".
Il paziente che si reca dallo psicologo, ancor di più il paziente che si reca dal sessuologo clinico, non ha nessuna intenzione di far sapere i fatti suoi a nessuno, né al nostro commercialista, né all’agenzia delle entrate.
Un paziente che mi consulta per un deficit erettivo – vissuto in un talamo che non è coniugale, per esempio – mi chiede svariate rassicurazioni sulla privacy, e non gradisce che io possa scrivere su di lui per paura che il suo tradimento possa essere scoperto.

E’ un paziente che ha bisogno di tempo, di cure e di grande attenzione affinché possa raccontarsi davvero, ed io possa aiutarlo a guarire.

Quando emettiamo una fattura, spesso, veniamo invitati dal paziente stesso a porre sulla stessa una dicitura che tutela lui - i suoi dati rimarranno protetti ed al sicuro - e noi che eroghiamo la regolare fattura.

Il paziente che si rivolge a noi è avvolto da un manto di mistero e di vergogna, come se avere un disagio psichico, o sessuologico, fosse indice di un marchio indelebile sulla sua fedina penale dell’anima.

È un paziente spaventato, intimorito, che prima di venire in studio chiede notizie sullo studio.

Se trattasi di uno studio riservato, in pieno centro o in periferia, se c’è un parcheggio custodito, ed ancora se abbiamo la segretaria, il bancomat, o se corre il rischio di incontrare altri pazienti come lui.

Io per scelta non lavoro on-line, non erogo consulenza via Skype o via mail, e utilizzo pochissimo WhatsApp per le comunicazioni con i pazienti, e non ho una segretaria - per evitare interferenze nella comunicazione, anche telefonica, tra il pazinete o la coppia e me - proprio per una maggiore tutela dei dati e del vissuto di chi si rivolge a me.

Amo ricevere i pazienti in studio, nell’assoluto rispetto del loro spazio-tempo, luogo simbolico di accoglienza e di comprensione, dove, tra l’altro, nessun paziente incontra mai nessun altro paziente.

Adesso mi chiedo:

Tutta questa burocrazia, tutta questa documentazione, tutte queste cose da fare che inquinano fortemente il sentire del primo colloquio, quanto comprometteranno il rapporto tra paziente e clinico?

Mi chiedo inoltre se, oltre a formare ed informare i clinici, non sarebbe anche il caso di formare ed informare gli utenti che scrivono pubblicamente dei loro disagi sulle pagine Facebook, o su whatsapp, senza nemmeno conoscere il professionista e senza avergli preventivamente chiesto il permesso di farlo?

E, per concludere, credo che sarebbe anche il caso di formare ed informare chi ruba i contenuti intellettuali altrui e li mette a firma propria.

Colleghi, o presunti tali, che oltre a profanare il professionista derubato, si appropriano indebitamente di dati che non gli appartengono, e per i quali, si è davvero faticato tanto, facendo la gimcana tra clinica e cartacce.