Quando nel 1941 Charles Huggins e Clarence Hodges scoprirono che la castrazione provoca la regressione del tumore di prostata metastatico e che – viceversa - la somministrazione di Testosterone ne provoca la progressione, arrivarono alla conclusione che il Testosterone “attiva” questo tumore. 
Nei decenni successivi si sono consolidati concetti inerenti a questa osservazione di oltre 70 anni fa, ma assai dura a morire, per cui noi urologi contemporanei siamo cresciuti con il dogma che il cancro di prostata è androgeno-dipendente, che alti livelli di Testosterone causano una rapida crescita del tumore prostatico mentre bassi livelli di ormone hanno un valore protettivo da questa malattia.

Nel complesso si è affermata nel corso dei decenni una verità secondo cui la terapia con Testosterone possa comportarsi come “carburante” per un incipiente tumore di prostata.

 

Questa convinzione è la principale ragione storica per cui i medici sono stati per molti anni restii (o come minimo assai prudenti) nel somministrare l’ormone maschile in uomini di mezza età, sia pure in presenza di comprovate motivazioni.

Solo negli ultimi anni si cominciato a smontare pezzo dopo pezzo la teoria della androgenodipendenza “aritmetica” del cancro prostatico.

 

Il merito di un nuovo e scientificamente adeguato modo di vedere le cose è espresso nella teoria della saturazione (saturation model), originata da varie tipologie di studi scientifici, che hanno evidenziato come la fisiologia (e la patologia) della prostata dipendano da livelli di Testosterone molto bassi da essere molto al disotto dei valori fisiologici.

Questo vuol dire che per “saturare” o carburare la prostata basta molto poco ormone: valori superiori a quelli minimi - cosiddetti di “saturazione” - sono del tutto ininfluenti sulla biologia della ghiandola.

 

In pratica, valori di testosterone di poco superiori a quelli di castrazione sono associati ad un certo rischio individuale di sviluppare un tumore prostatico: al disopra di questo valore soglia, un aumento di livello di testosterone, tanto o poco che sia, NON aumenta il rischio di un tumore. Questo è un concetto semplice, ma di importanza fondamentale per chi deve (o dovrebbe) sottoporsi a terapia con Testosterone.

Fortunatamente le evidenze degli ultimi anni hanno contribuito a rafforzare questo punto di vista che oggi trova un ulteriore (e ponderoso) supporto scientifico con la pubblicazione dei risultati di un importante studio apparsi in European Urology di novembre:

http://www.europeanurology.com/article/S0302-2838(12)00601-X/fulltext

Per la verità si tratta di un articolo molto tecnico, ma per gli urologi (e per tutti i pazienti in terapia con testosterone) si tratta di una conferma importante.