Utente 383XXX
mia madre (56 anni insegante di matematica e fisica alle scuole superiori) soffre, in maniera conclamata dal 1987 (anno della prima crisi maniacale acuta - età 39), di un disturbo bipolare in cui, negli ultimi 6-7 anni, si è evidenziato l'alternarsi netto di una fase depressiva e una fase ipo-maniacale e maniacale a cadenze regolari di 6-7 mesi.

E'molto difficile spiegare in sintesi tutte le difficoltà di natura pratica e le implicazioni psicologiche che hanno impedito a noi figli per anni il giusto grado di distacco per affrontare il problema in maniera esclusivamente "scientifica". Brevemente posso dire che mia madre è per carattere una donna assolutamente radicale nell' affermazione del "sè" ed assolutamente radicata nella convinzione dell' auto-determinazione del suo destino. Rispetto a questa legge tutto quello che la circonda, famiglia compresa, è stato vissuto come uno strumento del suo "cammino spirituale", intrapreso prima della mia nascita (ora ho 31 anni)e portato avanti in nome dell'"amore divino" a discapito di una vera e reale relazione affettiva con le persone, con le quali il rapporto è sempre stato a senso unico in un estenuante bisogno di affermazione di sè ed il cui unico canale di espressione è stato il "precetto idealistico". Oggi siamo consapevoli che questo atteggiamento è frutto a sua volta della incapacità di vivere che deriva dalla malattia stessa che la accompagna dalla nascita e quindi i rapporti con lei sono improntati alla luce di questa consapevolezza e della conseguente accettazione e comprensione umana.

EPISODI SIGNIFICATIVI DELLA VITA E DECORSO DELLA MALATTIA
Lei stessa afferma che da bambina era già presente in lei un senso di estraneità rispetto alla famiglia ed alla realtà e descrive due ricordi:
1) si mordeva spesso mani e braccia rabbiosamente
2) talvolta aveva la visione di un teschio con i capelli lunghi che le diceva ripetutamente "Vai che ce la farai".

In mancanza di riconoscimento del problema da parte della famiglia di origine, questo senso di estraneità e non accettazione della vita familiare l'ha spinta a vivere tutta la sua adolescenza a dedicarsi esclusivamente allo studio.

All'età di 22 anni, ottenuta una cattedra alle scuole superiori, si è sposata con mio padre, rinunciando alla carriera universitaria cominciata come ricercatrice presso il CNR.L'anno dopo nacqui io.

Dopo alcuni anni mio padre ottenne un trasferimento per lavoro in un'altra città, con uno scatto di carriera.

Dopo alcuni anni in cui vedevamo mio padre solo nel week-end, mia madre, nella speranza che fosse imminente un nuovo trasferimento che potesse riportare mio padre definitivamente a casa, acconsentì alla richiesta di mio padre di avere un altro figlio.

Quando mia madre era già incinta di alcuni mesi, mio padre la lasciò improvvisamente per un'altra donna e da allora (1981)conduce una vita assolutamente autonoma in un'altra città.

Mia madre ha portato avanti la gravidanza e ci ha allevati contando sulle sue forze.

Nel frattempola sensazione di estraneità era diventata talmente consapevole da indurla a rivolgersi autonomamente ad uno psicologo; questo psicologo la sottopose a test e le diagnosticò semplicemente uno stato "Borderline".

Nel frattempo mia madre cominciò ad occuparsi con crescente dedizione ai temi della spiritualità, frequentando gruppi e seguendo varie dottrine orientali.

Nel 1987 si presentò la prima crisi con le seguenti modalità:
In casa vivevamo io (15 anni), mio fratello (5 anni)e mia madre. Per un periodo di cui non ricordo la precisa durata, mia madre passò le sue giornate seduta davanti ad una stufa elettrica, a fissarla in assoluto silenzio e non rispondendo mai alle ns sollecitazioni.

Una notte mi svegliò all'improvviso dicendomi di vestirmi perchè sentiva che mio padre stava per tornare. Mi invitava a guardare nella culla di mio fratello dicendo : " Non lo vedi che è lì....".
Nei giorni successivi la situazione peggiorò mostrando uno stato psicotico fortissimo con connotazioni mistiche. Era convinta di essere l"ASSOLUTO IN MANIFESTO". La sua aggessività era incontrollabile, aveva continue visioni ed allucinazioni con le quali cercava di interagire anche verbalmente, compiva dei gesti senza significato,si sentiva invasata da un "fuoco" che la spingeva di continuo ad andare ad urinare.
Lo psichiatra che la visitò diagnosticò una sindrome di Bouffèe delirante e le prescrisse delle iniezioni di medicine per tamponare la crisi.

L'anno dopo seguì una ricaduta, quasi della stessa entità.

Mia madre cominciò di sua iniziativa diverse terapie analitiche, rifiutandosi sempre e comunque di affrontare una terapia farmacologica con uno psichiatra.

Nel frattempo la sua dedizione alla spiritualità diventava sempre più pregnante, in particolar modo in alcune fasi dell'anno in cui sembrava "sbocciare" dal suo stato di continuo torpore mentale, emotivo ed affettivo e ritornare alla vita: in queste fasi, che nel corso degli anni si manifestavano sempre di più con un andamento crescente ed incalzante di alcuni mesi, Lei amava fortemente la vita e gli altri, cercava esasperatamente il confronto ed il contatto con le persone e coglieva qualunque indistinta occasione per impartire con esasperato entusiasmo e zelo i suoi precetti di amore universale e di comunione con Dio.

Ognuna di queste fasi ipo - maniacali progrediva con sintomi ben precisi: manifestava crescente aggressività se qualcuno la contraddiva, le idee utopistiche si radicavano come un'ossessione e con esse il bisogno compulsivo di attuarle o coinvolgere altre persone, anche estranee, per farle attuare; c'era nei suoi pensieri come una contrazione della dimensione temporale per cui episodi banali accaduti diversi anni prima le si risvegliavano alla mente e diventavano occasione per ricercare lo scontro con le persone coinvolte in quegli episodi e mai più riviste da allora; aumentavano i gesti privi di significato alternati a pianti silenziosi. Talvolta questo stato culminava con una vera e propria crisi con un suo acme di deliri incontrollati.

In tutto questo periodo,non essendo del tutto chiara la situazione per noi familiari, sono state gestite solo le fasi maniacali con le medicine e con l'aiuto di medici, per lo più privati; questo principalmente a causa della nostra impotenza: mia madre ci diceva di non preoccuparci perchè era tutto sotto controllo e ci imponeva di rispettare il fatto che lei "doveva andare fino in fondo", rifiutandosi categoricamente di accettare il supporto di uno psichiatra e di una terapia organica.

Negli ultimi 5 anni abbiamo assistito ad una stabilizzazione della malattia.

FASE DEPRESSIVA:
Nei periodo autunnali-invernali. Dura dai 6-7 mesi ed è più o meno significativa. Da circa due anni ha sintomi più evidenti: completo isolamento, esigenza di fissare l'attenzione in maniera ossessiva su una sola cosa per ore, trascurando qualunque altra cosa anche l'igiene personale per mesi. A parte il lavoro, trascorre tutta la giornata a correggere i compiti scolastici o a studiare o a dormire. Non ascolta nè percepisce la presenza dei figli in casa con i quali non parla mai neanche se sollecitata

FASE MANIACALE.
Si manifesta con un crescendo che può durare anche 3/4 mesi. Spesso in concomitanza con la primavera, si risveglia progressivamente in lei l'interesse per la vita e per gli altri con una forte affettività che diventa a poco a poco un'ossessione. Contatta vecchi amici, esce ed incontra persone, mi chiama tutti i giorni. Contemporaneamente aumenta l'aggressività, comincia ad aumentare la dose di sigarette fumate e si acuiscono in lei le convinzioni radicali ed idealiste. Crede e dice a tutti di stare benissimo e di essere felicissima , di aver raggiunto un livello di consapevolezza superiore rispetto a quello dell'anno scorso ed incomincia ogni volta ad auto-ridursi e progressivamente sospendere anche le piccole dosi di medicinali che prende durante l'inverno ed a rifiutarne categoricamente degli altri. Si rifiuta di sentir parlare di malattia: nega categoricamente di avere un problema di salute, contraddicendo quanto, sia pur con comprensibile fatica e ritrosia, riesce ad accettare ed ammettre durante la fase depressiva e cioè di essere consapevole di avere un disturbo mentale, di ricordare tutto quello che fa nelle crisi maniacali, di riconoscere la sofferenza che questo suo stato ha generato nella sua famiglia ed in sè stessa e di promettere che accetterà le medicine. In quasta fase ipo maniacale parla solo e continuamente di se stessa e degli attestati di stima e rispetto che riceve dagli altri, ripetendo esasperatamente sempre gli stessi episodi con un tono di crescente entusiasmo e forzatamente stucchevole. Segue poi la fase maniacale: lo sguardo è sempre protervo,il tono fortemente alterato, diventa paranoica con tutti, crede che tutti stiano complottando contro di lei, fuma 5 pacchetti di sigarette al giorno e diventa nevrotica e violenta se rimane senza per due minuti, rifiuta il confronto con chiunque la inviti a ragionare, caccia di casa i familiari e minaccia di chiamare i carabinieri urlandolo dal balcone ai passanti, non percepisce più le situazioni di pericolo o di rischio per la propria persona confidando in una sorta di protezione divina, in momenti di rara lucidità afferma di essere stanca di vivere e di pensare al suicidio, e nel frattempo compare più frequentemente il delirio che è sempre accompagnato da manifestazioni mistiche, comportamenti e gesti senza significato per noi.

Da circa tre anni è in cura da una psichiatra che opera privatamente e che pratica principalmente la terapia analitica (relazionale) ed è sempre stata molto restia a dare psico-farmaci, affidandosi a preparati naturali, riducendo i medicinali tradizionali al minimo e riservando dosi un pò più elevate alle fasi di crisi senza proporre alcun programma preventivo.

La terapia, escluse le medicine alternative, è più o meno la seguente:
Fase depressiva:
Seroxat: da 1 a 1/2 compressa al giorno
En: 10 gg la sera

Fase maniacale acuta:
Serenase 20 gg 3 volte al giorno
En 25 o 30 gg 3 volte al giorno

Solo in caso di sollecito dei familiari, per scarsi risultati, la dose prescritta aumenta.

Quest'anno la fase ipo-maniacale ha avuto un corso più lungo e tutti, compresa mia madre, speravamo di riuscire a non arrivare alla fase critica. Ma con l'avvento dell'autunno si è ripresentata la stessa dinamica esplosiva.

Fino a quest'anno, trasferendomi per un periodo a casa di mia madre, ero sempre riuscita a gestire la fase di picco che, se supportata dalle medicine "tampone" prescritte da un medico e dalla presenza costante di una persona che conosce a fondo il problema e sa come trattarlo, dura circa due o tre settimane (di inferno) e poi si riduce progressivamente.

Quest'anno non mi è stato possibile trasferirmi per motivi di lavoro ( vivo in una città lontana) e la cosa è stata seguita da mio fratello, 22 anni, alla sua prima esperienza diretta.

Questa mia assenza è stata comunque preziosa occasione per noi familiari per rivedere con maggiore distacco il problema alla luce di quello che sembra ormai un andamento standard della malattia; abbiamo pertanto riflettuto sull'opportunità di affidarci, anche per il futuro, ad una struttura pubblica per ricevere un supporto costante (trattamento sanitario obbligatorio) che ci consenta il ricovero in caso di rifiuto delle medicine da parte di mia madre.

Abbiamo pertanto per la prima volta richiesto una visita domiciliare d'urgenza al Centro di salute mentale del ns distretto ( 49°simo ASL di Napoli) d'appartenenza con l'aiuto della psichiatra con cui mia madre è saltuariamente in cura.

Come supposto per il passato, il risultato della visita è stato che il medico ci ha sconsigliato il ricovero coatto in quanto, a causa del distretto di appartenenza, mia madre sarebbe finita presso una struttura assolutamente squallida ed inaffidabile senza alcuna possibilità di mediazione sulla terapia somministrata e sulle condizioni della degenza.

Ci hanno consigliato pertanto di provare a somministrarle per l’ennesima volta le medicine prescritte a casa e, proprio nel caso di assoluto rifiuto della terapia, di richiedere il ricovero.

La terapia prescritta per 4 mesi è la seguente:
Serenase 20gg 3 volte al giorno
En 25 goccie 3 volte al giorno
Depakin 1 cp per due gg e poi 2 compresse al giorno (con analisi del sangue dopo una settimana per verificare il cattivo assorbimento del medicinale)

Alla luce di quanto fin qui esposto domando:

-Se questa terapia Vi sembra efficace, se cioè sulla lunga distanza possa rivelarsi migliorativa rispetto all'approccio fin qui seguito dalla psichiatra che la tiene in cura (somministrare solo in caso di estrema necessità).

- Se ci sia la possibilità per mia madre di ricevere in qualche modo un'assistenza più completa inserendola finalmente in un circuito serio che le consenta di sopravvivere a questa malattia contro la sua stessa volontà di accettare e ricevere cure ( che sono sicura sia a sua volta un sintomo stesso della malattia e che quindi vada anch'esso gestito dagli addetti ai lavori).

- Ho sentito parlare della terapia cognitiva che mira a far assumere consapevolezza ed accettazione prima di tutto della malattia e, da profana, mi sembra che potrebbe essere appropriata per mia madre. Vi chiedo un parere.

Ringraziando per un Vs. cortese riscontro, porgo distinti saluti

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Dr. Francesco Saverio Ruggiero
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Credo che la situazione sia troppo complicata per poter rispondere semplicemente attraverso un sito internet.
Sono disponibile ad un eventuale incontro.

Saluti
Dr. Francesco Saverio Ruggiero
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Gentile Utente,
concordo con il collega.

Cordialmente

Dr. Ilenia Sussarellu

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