Utente 218XXX
Buongiorno,
Premetto dicendo che mia madre è malata dal 1992; ha eseguito vari interventi per calcinoma al seno, 1 chemio nel 1996 e due radio terapie al petto tra cui l'ultima nel 2006.
A mia madre il 5 giugno dopo una grave perdita di conoscenza le sono state diagnosticate varie metastasi cerebrali. Essendo stata trattenuta a careggi le hanno fatto fare vari esami come scintigrafia ossea, tac toracica e dell addome; da queste sono apparse altre metastasi a livello epatico ed una lesione molto piccola a livello polmonare. Le hanno fatto fare una cura di cortisone per ridurre gli edema cerebrali ed infatti è ritornata la donna che era, mi spiego meglio.. non era più molto confusa ed è ritornata abbastanza lucida. Dopo 5 giorni è stata dimessa, la cura di cortisone è continuata abbinata a 10 sedure di radio terapia al cefalo. Abbiamo deciso di consultare un altro oncologo il quale ha sottolineato l'importanza di farle fare una biopsia al fegato per capire se (come tutti credevano) derivasse dal vecchio tumore al seno oppure fossero delle lesioni nuove... ovviamente deriva dal vecchio tumore... adesso siamo aspettando una proteina o qualcosa del genere per cercare di fare una chemioterapia più mirata... La mia domanda è... ma è così importante farle fare un'altra chemio? Mi ricordo che soffriva molto la 1° volta, vomitava sempre e stava davvero male, inoltre i medici non ci hanno dato nessuna tempistica... io so che mia madre questa volta non guarirà ma vorrei sapere se è davvero importante che passi quest'incubo della chemio per sopravvivere 1 anno in più o se alla base c'è solo un accanimento medico.
Fatemi sapere per favore!!!
[#1] dopo  
Dr. Vito Barbieri
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Gentile Utente,
in primo luogo confermo che sarebbe utile, dopo tanti anni, avere una conferma bioptica dell'origine di queste metastasi. Non posso dire di più poichè non conosco altro, in base a quello che scrive, sulla diagnosi iniziale, e le varie tappe terapeutiche intercorse.
Riguardo al significato della decisione di approfondire e curare in un tale caso, si rischia di fare filosofia quando in gioco vi è la vita di una persona. Le cure oggi possono spesso essere portate avanti, con adeguata terapia di supporto, mantenendo una buona qualità di vita (anche se non può essere garantito a priori che sia sempre così).
Quando le cure riescono a prolungare la sopravvivenza mantenendo una discreta qualità di vita non è mai accanimento terapeutico.
Inoltre, ognuno di noi, davanti ad una malattia inguaribile, può dare un significato diverso alla vita: alcune persone farebbero qualsiasi terapia per la possibilità di guadagnare giorni in più, altre non farebbero nulla senza la possibilità di guadagnare anni. In realtà poi, in tanti casi come questo, a scegliere sono i familiari che sintetizzano le loro aspettative ed interpretano quelle del malato per arrivare a scelte del tipo curare o non curare.
Mi scusi per il lungo discorso, ma il suo quesito tocca un aspetto molto delicato di tante storie di malattia neoplastica.