Utente 374XXX
Egregi Dottori,
scrivo qui per chiedervi un parere riguardo ad una questione risalente a parecchi anni fa ma a tutt'oggi rimasta irrisolta.
Ho effettuato un banale intervento di rimozione di un neo sulla spalla destra: non si trattava di un melanoma, ma di un neo sospetto e dalla forma irregolare che decisi preventivamente di togliere. Fui ricoverata dal pomeriggio precedente all'intervento e mi fu chiesto di rimanere a digiuno sino al giorno dopo. L'intervento si è tenuto il giorno seguente intorno alle 12.00, dove mi fu iniettato un anestetico direttamente nella spalla e fu praticata un'incisione per rimuovere anche la radice del neo. Fin lì ero tranquillamente seduta e interagivo col personale medico.
Poco dopo l'intervento mi alzo in piedi, sentendomi piuttosto bene, ma un infermiere mi suggerisce comunque di stendermi su un lettino in corridoio per qualche momento. Mentre sono distesa, gradualmente comincio ad avvertire un senso di mancamento, chiamo un infermiere e gli dico che non mi sento bene e se è tutto a posto. Mi misura la pressione e mi risponde allarmato: "No, non è tutto a posto", e chiama immediatamente l'equipe medica per soccorrermi. Nell'arco di questo breve periodo i sintomi sono stati: senso di formicolio diffuso, che saliva dalle gambe su al torace e le braccia, sempre più verso il viso; ingiallimento del colorito della pelle, udito ovattato, ma soprattutto dita delle mani paralizzate dolorosamente, accartocciate e irrigidite. Sentivo il mio cuore battere in maniera estremamente lenta e la sensazione orribile di venire meno. Mi è stato iniettato subito un farmaco di cui non ricordo il nome, ma che finiva con "-ina" (lì per lì mi ricordò la parola "adrenalina", ma non era esattamente questa), dopodiché manualmente un'infermiera mi ha preso le mani e mi ha mosso dolcemente le dita affinché potessi tornare a muoverle.
Quando stavo per uscire dalla clinica con mio padre, mi raggiunge l'infermiere che aveva detto che non era tutto a posto, dicendomi di fare dei controlli in merito a quanto accaduto perché, secondo lui, se una cosa del genere dovesse accadermi durante il parto potrebbe essermi fatale.
Giorni dopo sono tornata in clinica per parlare con il medico che aveva effettuato l'intervento, ma al contrario mi ha trattata con sufficienza, dandomi quasi la sensazione che se ne volesse "lavare le mani" e sminuendo l'accaduto. Quando poi ne ho parlato col mio medico di famiglia, ha ritenuto di imputare il fatto al lungo digiuno, al non aver bevuto e di conseguenza ad un crollo fisico dovuto a queste ragioni. Però mi è rimasta la convinzione che l'unico ad aver assistito alla scena è stato l'unico ad avermi espressamente suggerito di approfondire, parlandone come di un fatto grave.
Mi scuso per la prolissità, ma scoraggiata dai due medici non ho più indagato, pur essendomi rimasto il pallino e la paura relativi a quel monito fattomi dall'infermiere. Gradirei moltissimo un parere da altri specialisti, grazie anticipatamente.

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[#1] dopo  
Dr. Stelio Alvino
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Gentile utente, pur non avendo assistito all'episodio, però descritto da lei con una certa dovizia di particolari, potremmo azzardare l’ipotesi che ciò da lei sofferto in quell'occasione sia stata più una crisi vaso-vagale che una reale reazione allergica all'anestetico.
Lei ha parlato di diversi anni fa, forse le sarà capitato di dover effettuare un'altra anestesia locale per esempio dal suo dentista. Se si fosse sensibilizzata all'anestetico avrebbe avuto una vera reazione allergica anche in quell'occasione.
Invece i sintomi descritti sembrerebbero più propendere per una sindrome vagale. Il digiuno esageratamente prolungato, la posizione operatoria, il forse rapido passaggio in piedi al termine del piccolo intervento, una certa ansia, forse, per la situazione e l'ambiente circostante potrebbero essere state le cause di questo noto riflesso che spesso porta allo svenimento.
Quella che le è stata iniettata sarà stata ATROPINA un farmaco che antagonizza i disturbi da lei sofferti in quell'occasione, ripristinando una corretta frequenza cardiaca e quindi un rialzo pressorio a valori tali da non percepire le fastidiose sensazioni descritte relative alla brusca riduzione della pressione arteriosa.
Infatti non le sono stati somministrati farmaci che solitamente si prescrivono per una reazione allergica.
Non vi sono indagini particolari da effettuare. Se dovesse ripresentarsi l'occasione avverta l'operatore del precedente e comunque penso che l'atteggiamento "superficiale" del collega piuttosto che dell'infermiere sia stato in realtà dettato dal fatto che la diagnosi medica fosse corretta e quindi trattata sul momento con la dovuta competenza senza dover creare inutile allarmismo come invece fatto dal collaboratore del Medico.
Spero di essere stato chiaro nel poco spazio a disposizione, in caso contrario torni a scriverci.
Cordialità
[#2] dopo  
Utente 374XXX

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Gentilissimo Dott. Alvino,
ha proprio ragione, il farmaco iniettatomi in quell'occasione era proprio atropina! Ora che leggo questo nome, posso finalmente ricordarlo.
Mi conforta sapere che possa essersi trattato solo di un inizio di svenimento, e se personalmente non ho pensato che fosse soltanto questo è stato per via dell'irrigidirsi delle mani, non credevo che potesse essere un sintomo correlato.
Un medico che avesse assistito alla scena davvero non avrebbe potuto dirle molto più di quanto ho provato a descrivere con precisione io, per questo la ringrazio sentitamente per l'ipotesi esaustiva che ha voluto condividere con me e che rispetto all'accaduto ritengo molto plausibile.
I miei più cordiali saluti!
[#3] dopo  
Dr. Stelio Alvino
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Quella contrazione spastica delle mani è tipica di una fase lipotimica soprattutto se accompagnata ad una componente emozionale particolarmente forte.
A volte la possiamo notare in assenza di altri sintomi anche nelle crisi di panico, soprattutto in giovani donne.
Cordialità