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La badante tientela per te

 Geriatria - News generale del 21/03/2012 - 3183 visite

Fino a non molto tempo fa le famiglie italiane erano provviste di una certa quantità di zie e cugine vedove o zitelle, che vivevano nelle grandi abitazioni rurali accudendo bambini e anziani, oppure venivano chiamate dal parroco ad assistere, con interessata sollecitudine, l’anziana parente sola e malata che la tiranneggiava, forte della promessa di ricordarle nel testamento.

Come i dinosauri, che non sono totalmente scomparsi, ma si sono gradualmente trasformati in uccelli nel corso delle ere geologiche, le donne “single” come si chiamano oggi, sono ancora fra noi: affollano i corsi di pilates, i low cost per l’Egitto, sciamano per gli outlet coi panta leopardati, assolutamente inidonee all’assistenza di chicchessia.

Nel frattempo l’età media della popolazione si è alzata, si vive di più e per fortuna si invecchia anche meglio: sui low cost, oltre alle single, ci sono anche tanti pensionati; i bambini, pochi, richiedono molte più attenzioni di un tempo ed i genitori, che spesso lavorano entrambi, sono impegnatissimi a trasportare i pargoli dalla lezione di scherma al corso di inglese.

 

Quando l’anziano diviene parzialmente o del tutto non autosufficiente il problema impegna la famiglia non soltanto dal punto di vista pratico ed economico, ma anche psicologico.

C’è molta resistenza da parte dei familiari, ma soprattutto dell’anziano, a prendere atto della realtà, soprattutto quando il decadimento fisico avviene in modo graduale. Spesso poi la presa di coscienza non si realizza per tutti i componenti della famiglia nello stesso tempo: “il nonno non può più vivere da solo” è un concetto che il nonno rifiuta: si ostina ad abitare in quella vecchia casa isolata rischiando di rotolare dalle scale inadatte alla sua artrosi.

Si arriva prima o poi al momento in cui le visite o le telefonate quotidiane non sono sufficienti, e anche la donna delle pulizie due volte alla settimana non basta più

Affidare il proprio congiunto alle cure di persone estranee è un salto culturale traumatico, ma spesso inevitabile.

A questo punto iniziano le discussioni che possono tenere invischiata la famiglia per anni, perché raramente l’anziano “si convince” senza opporre resistenza.

Inizia una guerra di trincea: la famiglia mette in atto una serie di strategie per ottenere il consenso dell’anziano, che a sua volta si difende e colpisce duro, lavorando sui sensi di colpa dei figli ingrati e negando il problema. E dal suo punto di vista in effetti il problema non c’è: sono i figli o le nuore che si sfiniscono correndo ancora di più durante la giornata, o accettando una convivenza che, negli appartamenti moderni, piccoli e coi muri sottili, è spesso difficile. Per l’anziano la routine cambia poco. La persona anziana è psicologicamente più centrata su di sé, sui propri problemi di salute e sui propri bisogni, e non si rende del tutto conto delle dinamiche familiari. Parlo naturalmente in generale: esistono persone vivaci, curiose e generose nonostante l’età, ma a volte la vedovanza, gli acciacchi e le patologie modificano anche la psiche.

In più le famiglie, alle prese coi figli che studiano e le rate dei mutui, non sono in grado di pagare l’assistenza, e l’anziano non accetta di attingere dal suo conto in banca. E’ un braccio di ferro che distrugge psicologicamente soprattutto le donne, alle prese coi figli adolescenti, le prime avvisaglie della menopausa, il lavoro e la casa, e che in più si sentono, per un residuo della cultura patriarcale, tenute all’assistenza degli anziani.

 

Che fare? Può essere utile ricorrere ad una consulenza esterna, presso l’assistente sociale del Comune o del quartiere, per valutare insieme le possibilità di assistenza, che sono diverse nei vari territori e vanno adattate alla situazione familiare e dell’anziano. Le persone più direttamente coinvolte nel problema e quindi più in crisi possono anche rivolgersi ad uno psicoterapeuta che abbia esperienza nella psicologia dell’anziano, per una serie di colloqui chiarificatori.

Dal punto di vista pratico si deve partire da una valutazione obiettiva delle condizioni dell’anziano sul piano fisico e psicologico. Se non è più del tutto autosufficiente e i familiari non sono in grado di assisterlo come servirebbe, occorre attuare dei provvedimenti nel suo interesse. Si tratta di un percorso difficile, perché da una parte occorre assolutamente mantenere il rispetto per la persona bisognosa e altresì occorre preservare i livelli di autonomia ancora presenti, ma nello stesso tempo va assicurata all’anziano una condizione di vita sicura e dignitosa.

Dal 2004 è stata istituita la figura dell’Amministratore di Sostegno, che viene nominato (in tempi brevi) dal Giudice Tutelare e può essere anche un familiare; questa figura si occupa delle spese correnti nel caso la persona non sia in grado di provvedere ai suoi interessi in via temporanea o definitiva.

L’introduzione di personale di assistenza, che si tratti delle operatrici ASL addette alla persona, oppure di una “badante” privata, va fatta con gradualità, tenendo conto della sensibilità dell’anziano, ma con fermezza. I figli, ma soprattutto le figlie, dovranno venire a patti col loro senso di colpa e accettare di sentirsi un po’ egoiste e non delle sante martiri.

Del resto l’accettazione di una badante, quasi sempre straniera, anche quando tutto procede nel migliore dei modi, non è uno scarico di responsabilità, ma l’inizio di una nuova fase nella vita della famiglia: bisognerà attivarsi per evitare gli inevitabili attriti tra la persona assistita e quella che assiste, vigilare che l’anziano venga accudito in modo adeguato e fargli sentire comunque la vicinanza e l’affetto.

 


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