Stati di vigilanza e insonnia: ipotesi e rimedi

La definizione dell’insonnia, letteralmente, “mancanza di sonno”, è complicata sia dalla natura soggettiva che dallo stato ancora incompleto delle funzioni del sonno e dei processi che lo regolano.

I sintomi sonno-correlati che caratterizzano l’insonnia riguardano tre tipi di difficoltà tra cui, la difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni frequenti e risveglio finale anticipato rispetto all’orario prestabilito.

Questo disturbo è stato classificato in acuto o situazionale se dura da pochi giorni a qualche settimana ed invece, cronico quando dura da almeno un mese.

Le principali classificazioni dei disturbi del sonno tra cui il DSM-IV distinguono due tipi di insonnia.

L’insonnia secondaria, che è dipendente da un’altra condizione sottostante, quale un disturbo psichiatrico, medico, ossia è correlato a tutta una serie di cause, forse anche più gravi.

Questo tipo di insonnia viene considerata, infatti, un sintomo di un'altra condizione che si rimanda all’intervento diretto di medici, neurologi, psicoterapeuti ed altri specialisti.

L’insonnia primaria, si presenta anche senza la presenza di altri disturbi medici o psichiatrici anche se può capitare che co-esista con tali condizioni ma è eziologica mente indipendente da essi.

In questo caso l’eventuale disagio psicologico è visto come conseguenza che lega con il disturbo del sonno senza esserne la causa. Ed è proprio nell’insonnia primaria che ci poniamo molte domande, proprio per cercare di carpire quali variabili possono intervenire nello sviluppo dell’insonnia, del suo mantenimento e della sua cronicizzazione.

Uno dei modelli psicologici che più si è interessato allo studio di questo disturbo vede come prima causa scatenante l’attivazione di un iper-arousal, il quale è sia la causa che esso stesso causato da una serie di credenze disfunzionali, come la preoccupazione stessa per la perdita di sonno. Di conseguenza il soggetto insonne si convince sempre più che il suo problema sia effettivamente grave, assumendo delle determinate abitudini errate, come passare un eccessivo tempo a letto in attesa che il sonno sopraggiunga oppure abusando di sostanze ipnotiche.

Tutti questi comportamenti disfunzionali creano delle conseguenze diurne negative come situazioni di rabbia, fatica e disagio.

Alcuni terapeuti congnitivo-comportamentali credono che fattori cognitivi e/o comportamentali possano aumentare l’arousal dell’insonne, creando nel soggetto stesso un aumento d’ansia verso il sonno e verso il dormire.

Sembra che per dormire bene è necessaria una parallela de-attivazione sia dell’arousal fisiologico che di quello cognitivo in modo che l’elaborazione attiva delle informazioni diminuisca con il passaggio dalla veglia al sonno e vi sia una distensione muscolare rilassante.

Quindi, attenzione, intenzione e sforzo inibiscono il rilassamento facendo insorgere una vera e propria insonnia psicofisiologica cronica.

Alcuni sostengono che elevate paure e preoccupazioni per il proprio sonno creino un aumento di arousal e quindi un’intensa sensazione di stress, la quale focalizza la proprio attenzione selettiva su stimoli interni o esterni che minacciano il sonno, facendo aumentare la possibilità di percepire solo stimoli minacciosi.

Le persone con un Disturbo del sonno tendono ad avere una mispercezione del disturbo sovrastimando gli stimoli negativi e sottostimando eventuali evoluzioni positive. Tutto questo porta il soggetto ad adottare dei comportamenti compensativi che contribuiscono a mantenere il disturbo inalterato.

Una delle tecniche più utilizzate in questi casi da parte dei clinici, è il diario del sonno, nel quale gli insonni per circa un paio di settimane consecutive annotano il loro sonno; orario in cui ci si mette a letto, tempo di veglia, risvegli durante il sonno, orario effettivo del risveglio ecc..

Attraverso questo metodo i soggetti imparano ad avere una percezione del loro sonno più realistica e ad avere maggiore possibilità di monitorare le loro abitudini, in modo da rendere più visibili gli eventuali miglioramenti.

Nonostante sia un metodo che manca di oggettivazione dei dati e non è direttamente misurabile, la psicologia clinica oggi preferisce questo all’utilizzo dell’actigramma e alla misurazione polisonnigrafica.

In effetti, a noi interessa più che dal punto di vista medico, studiare la discrepanza tra l’interpretazione soggettiva degli insonni rispetto alla vera entità del problema.

Nell’ultimo decennio molti medici e psichiatri hanno iniziato ad utilizzare alcuni metodi comportamentali nella valutazione e nel trattamento di pazienti con un’estesa gamma di disturbi medici.

I metodi di trattamento prevedono tecniche di rilassamento, training autogeno, meditazione e ipnosi ma siccome i disturbi psicofisiologici sono dovuti, spesso, a disfunzioni organiche, il loro trattamento richiede anche il consulto medico.

 

Data pubblicazione: 21 febbraio 2014

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