Il compimento dei 35 anni resta ancora una data critica per chi desidera il primo figlio. Le abitudini sociali sono cambiate negli ultimi 40 anni: le donne studiano più...

“Ogni società tende a vivere, a sopravvivere;
esalta il vigore, la fecondità legati alla giovinezza;
teme il logoramento e la sterilità della vecchiaia.”
Simone de Beauvoir

Il compimento dei 35 anni resta ancora una data critica per chi desidera il primo figlio. Le abitudini sociali sono cambiate negli ultimi 40 anni: le donne studiano più a lungo, entrano nel mondo del lavoro e attendono di avere una posizione sicura prima di cercare un figlio. Le coppie giovani fanno i conti con molte difficoltà e la sensazione di un’insicurezza economica fa procrastinare la ricerca di una gravidanza.

La vita presenta sorprese e difficoltà ed oggi non è infrequente che dopo qualche anno di matrimonio avvenga una separazione, un divorzio e che le persone separate desiderino intraprendere una nuova vita sentimentale, oppure semplicemente, si sia incontrata tardi una persona con cui desiderare di avere un bambino.

Si è aperta quindi una forbice tra l’età sociale più idonea ad aver il primo figlio e l’età biologica più idonea. La natura ignora queste nuove necessità sociali e superati i 35 anni, per la donna ottenere una gravidanza diventa più difficile.

Infatti un terzo delle donne che cercano una gravidanza dopo i 37 anni e più della metà di quelle che hanno compiuto i 40 avranno difficoltà a concepire, indipendentemente dal fatto che abbiano già avuto figli in passato.
Le donne posseggono già alla nascita tutto il loro patrimonio di ovociti e ogni mese, benché arrivi a maturazione un solo ovocita, molti altri degenerano.


Figura 1 : Ovociti ed età della donna

Nella figura si vede come diminuisca il numero di ovociti con l’età della donna, e con l’avanzare dell’età non si ha solo una diminuzione degli ovociti, ma anche un peggioramento della loro qualità e l’aumento di quelli che hanno alterazioni genetiche e che quindi non sono fecondabili o, se fecondabili, portano ad una degenerazione precoce dell’embrione.

Un modo semplice e attendibile per misurare la cosiddetta “riserva ovarica” è quello di dosare i valori dell’ormone FSH a livello basale. Quest’ormone prodotto dall’ipofisi ha la funzione di stimolare la crescita dei follicoli; se la risposta dell’ovaio è insufficiente, l’ormone alza i suoi livelli nel sangue nel tentativo di ‘scuotere’ le ovaie. Valori di FSH al di sopra della soglia normale per la prima parte del ciclo sono quindi da considerarsi come un avvisaglia del prossimo esaurimento dei follicoli.

Ci sono anche altri parametri per valutare la “riserva ovarica”, parametri biochimici come l’inibina B e l’ormone antimulleriano o AMH.
Molto utile è anche la conta dei follicoli antrali presenti nelle ovaie, che con l’età tendono a diminuire di volume e al loro interno si evidenziano sempre meno immagini riferibili a follicoli.
Questa fase è particolarmente delicata perché permette di valutare l’età biologica di una donna che non sempre coincide con la sua età anagrafica.

Ma se l’ovulazione è ancora presente, perché è così difficile rimanere gravida dopo i 40 anni?

Erano stati i ipotizzati due fattori: il primo legato all’utero, e in particolare all’endometrio, il secondo legato agli ovociti.
È vero che con l’incremento dell’età c’è una diminuzione del flusso uterino che potrebbe comportare un alterato sviluppo endometriale, ma è oramai evidente che i fattori legati all’invecchiamento ovocitario sono senz’altro più importanti.

Sono stati messi a punto protocolli di induzione dell’ovulazione particolarmente adatti alle donne “over forty” , ma il limite rappresentato dall’invecchiamento degli ovociti non è facilmente aggirabile.
Il determinante ruolo dell’invecchiamento ovocitario è evidenziato dal fatto che, nei programmi di ovodonazione (tecnica proibita in Italia dalla legge 40, ma largamente praticata all’estero) , se gli ovociti sono donati da donne giovani, si ottengono gravidanze indipendentemente dall’età.

Se si dà uno sguardo ai risultati ottenuti con le tecniche di fecondazione in vitro nelle donne di età superiore ai 40 anni, ci rendiamo conto che solo una percentuale modesta riesce a portare a termine una gravidanza con queste tecniche dopo i 40 anni.


Figura 2 : Percentuale successi della PMA ed età della donna

In una revisione di tutti i casi di fecondazione in vitro eseguiti negli Stati Uniti nel 2003, pubblicata dalla autorevole rivista Fertility and Sterility, si evidenzia come la percentuale di successo delle tecniche sia inversamente proporzionale all’età della donna e che l’aspettativa di una donna di 44 anni che si sottopone ad una fecondazione in vitro sia praticamente tangente lo zero.

In specifico, la percentuale di gravidanze portate a termine tra 40 e 45 anni, riportata dalla stessa Rivista, è dell’8,1% con una percentuale di aborti del 40% e quasi tutte le gravidanza riportate erano state ottenute in donne tra i 40 e i 42 anni.

La possibilità che una donna di 43 anni porti a termine una gravidanza ottenuta tramite fecondazione assistita con i propri ovociti è veramente modesta e deve far riflettere sull’opportunita di intraprendere un tentativo così impegnativo da un punto di vista farmacologico, psicologico e spesso economico, di fronte ad una possibilità di risultato positivo così modesto.

Se si è tra le fortunate che sono riuscite nel loro progetto di diventare mamme dopo i 40 anni, si deve sapere che questa gravidanza un po’ speciale necessita di qualche attenzione in più.
Ci sono delle informazioni di cui bisogna tener conto, ma la medicina offre delle ampie possibilità di diagnosi.

Come è noto gli ovociti hanno la stessa età della donna che li produce essendole stati forniti dalla nascita e con il passare del tempo il loro invecchiamento comporta una loro minore efficienza e funzionalità. È ben noto che con l’aumentare dell’età aumenta anche la possibilità che gli ovociti siano portatori di un numero alterato di cromosomi, che determina la loro minore fecondabilità e la mancanza d’impianto degli embrioni, un maggior tasso di aborti e, se la gravidanza prosegue, una maggiore incidenza di patologia cromosomica del feto.

L’alterazione cromosomica più frequente, la sindrome di Down, ha una chiara e ben nota correlazione con l’età materna. Questa patologia è diagnosticabile in gravidanza con diverse indagini a vari livelli di invasività.

L’amniocentesi è stata la prima ed è attualmente la tecnica più utilizzata per la diagnosi prenatale. Consiste nel prelievo di liquido amniotico mediante l’introduzione di un sottile ago attraverso la parete addominale; tutta la procedura è seguita ecograficamente. Viene eseguita normalmente tra la 15a e la 19a settimana di gravidanza mentre la villocentesi, un prelievo di frustoli di materiale placentare si esegue più precocemente tra la 10° e la 12° settimana . Con entrambe queste tecniche si recuperano cellule di origine fetale che vengono messe in coltura e di cui si studia il cariotipo.

Le gravidanze tardive non presentano solo rischi, ma bisogna metterne in luce anche gli aspetti positivi. Sono gravidanze più consapevoli; diventare madre costituisce di per sé una scelta matura e di grande responsabilità, a 40 anni si ha un maggior equilibrio personale e un maggior senso di responsabilità.