La paradontite ha una origine batterica, è un dato assodato. Ma non basta per produrre danni irreversibili e perdere i denti. Occorre qualcos'altro.

I lavori scientifici sulle conseguenze del trauma occlusale da bruxismo sono molto pochi.

C'è un consenso della letteratura scientifica sul ruolo del bruxismo come fattore di rischio meccanico per la rottura dei denti otturati o curati con terapia canalare (devitalizzazione), degli impianti, delle connessioni protesiche e delle capsule, ma mancano quasi del tutto studi sulle conseguenze biologiche di questo sovraccarico occlusale.

Occorrerà necessariamente riferirsi a generiche considerazioni ed evidenze cliniche.

La correlazione fra malattia paradontale, malocclusione e bruxismo è oggetto tuttora di controversie.

Le malattie paradontali riconoscono una origine multifattoriale in cui il ruolo batterico è necessario ma non sufficiente; ci sono infatti soggetti che hanno poca placca e sanguinamento importante e soggetti con tantissima placca che appena "levigato le radici" non hanno più sanguinamento; devono quindi intervenire altre condizioni che modifichino l'equilibrio biologico tra ospite ed aggressore.

L'American Academy of Periodontology ha distinto nel suo glossario la gengivite come infiammazione del paradonto superficiale, e la periodontite come infiammazione dei tessuti di sostegno del dente con distruzione progressiva dell'osso alveolare e perdita finale del dente.

Riguardo all'eziologia, la teoria più accreditata è quella di una infezione batterica opportunistica: nuovi batteri (bastoncelli e filamenti gram- anaerobi) si insediano nel cavo orale e unitamente ad un terreno locale favorevole innescano l'infiammazione che porta la gengivite o la paradontopatia.

 

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Questi batteri si trovano anche in soggetti sani, con titoli però molto più bassi.

Il ruolo dell'ospite è quindi determinante nella genesi della patologia.

I fattori di rischio sono conosciuti: fumo di sigaretta, diabete mellito, genetica sfavorevole (essenzialmente riguardo all'interleuchina-1), stress, obesità, osteoporosi, età avanzata.

Il passaggio da una flora batterica “buona” ad una “cattiva” avviene essenzialmente per scarsa igiene orale che porta all'instaurarsi della gengivite, ma questa non basta per far progredire la malattia nella ben più grave paradontopatia.

Occorre qualcos'altro, e questo qualcos'altro risiede nelle condizioni locali dell'ospite aggredito; la correlazione fra tartaro sottogengivale (placca calcificata) e distruzione ossea è stata ben studiata e dimostrata, ma non altrettanto la correlazione fra trauma occlusale e distruzione ossea.

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Il trauma da occlusione

Quando una forza viene applicata sul dente, questa determina un movimento della radice nell'alveolo dentale: il dente non è bloccato nell'osso come in impianto, ma ha una mobilità fisiologica.

Se questa spinta supera il limite di adattamento o sopportazione del legamento paradontale si determina un trauma; diminuisce l'afflusso del sangue nel legamento (ischemia) e va incontro a necrosi con riassorbimento dell'osso.

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Nelle fasi iniziali non si apprezza nulla in superficie; una radiografia endorale potrà mostrare però un allargamento dello spazio paradontale.

Ma ora le cose si complicano...

Alcuni modelli sperimentali sono stati studiati su animali in Svezia e negli Stati Uniti, con delle valutazioni cliniche ed istologiche; i pochissimi studi clinici su umani presenti in letteratura hanno sostanzialmente riprodotto quadri clinici sovrapponibili, pur con delle discordanze dipendenti essenzialmente dall'entità e dalla durata delle forze applicate, si riesce ad arrivare a delle conclusioni provvisorie, nonostante la pochezza quantitativa (e spesso qualitativa) dei dati a disposizione.

Occorre distinguere diverse condizioni.

  1. Forza singola su parodonto integro.

Non è in grado di produrre paradontite. E' una situazione in cui il dente rischia di rompersi, ma dal punto del tessuto di sostegno vi è una guarigione totale.

  1. Forza singola su paradonto compromesso.

Se la paradontite non è critica, nonostante si riscontrino dei danni su legamento e osso, si assiste in circa un mese ad un ripristino spesso totale della situazione preesistente al trauma, se il paziente si sottopone alle necessarie terapie odontoiatriche. Anche questa condizione sembra non essere in grado di influire sull'evoluzione della malattia paradontale.

  1. Forze ripetute su paradonto sano.

Sono quelle prodotte da precontatti o da bruxismo. Si può assistere ad un iniziale aumento della mobilità fisiologica seguita da fenomeni istologici di assestamento, o a usura dentale nel caso di digrignamento; il quadro clinico non muta in presenza di gengivite. Si può concludere che anche questo quadro non sembra essere in grado di influire sull'evoluzione della malattia paradontale

  1. Forze ripetute su paradonto sano ma ridotto.

Il modello animale studiato rileva un comportamento clinico simile al precedente, ma il trasferimento all'uomo di questo modello deve venir preso per forza con precauzione; da un lato occorrerebbe analizzare “quanto ridotto”, e dall'altro occorre considerare che ci stiamo avvicinando all'esaurimento delle riserve funzionali dell'ospite, e potremmo facilmente scivolare verso la condizione successiva.

  1. Forze ripetute su paradonto compromesso.

E' in questa condizione che si osservano gli effetti più devastanti del trauma occlusale, con perdita di attacco e perdita ossea anche notevole.

 

 

 Conclusioni

Il razionale della terapia è semplice: in tutti i casi occorre controllare l'infezione batterica con una approfondita igiene orale professionale (ablazione del tartaro) e con istruzioni alla corretta igiene orale domiciliare.

Nel caso di paradontopatia, ovvero di distruzione più o meno grave dei tessuti di sostegno del dente, occorrerà anche occuparsi, risolti i primi problemi di cui sopra, dei difetti residui lasciati dalla malattia oltre che della rimozione di eventuali traumatismi occlusali.

Gli studi che indagano questo aspetto sono pochissimi, e non sufficienti a trarre una conclusione scientifica.

Alcuni studi sia su animali che su umani hanno dimostrato che rimuovendo la sola forza traumatizzante non si arrestava il processo infiammatorio distruttivo legato alla paradontite.

Altri studi hanno dimostrato che risolvendo la gengivite ma non il trauma occlusale, si poteva trovare un paradonto sano ma ridotto.

L'ipermobilità dentale, sempre se non estremamente grave, è correggibile anche se spesso con abbassamento del livello osseo.

E' evidente come sia fondamentale risolvere la gengivite dovuta a placca batterica e la periodontite profonda dovuta alla presenza di tartaro; la risoluzione dei traumatismi occlusali, siano essi precontatti o bruxismo, sono una fase importantissima ma successiva non essendo, da soli, determinanti anche se molto importanti.

Il ruolo del bruxismo nella paradontite è stato finora stato trattato in modo molto sommario in letteratura; non sembra, in conclusione, che sia in grado di determinare insorgenza di malattia paradontale (perdita di tessuto osseo, chiamata spesso piorrea), mentre può benissimo determinare un aggravamento, a volte imponente, delle lesioni.

Una strategia di contenimento del fenomeno bruxismo, la risoluzione dell'instabilità occlusale o dei precontatti, rimettere i denti eventualmente mancanti, una volta risolta la problematica paradontale, appaiono soluzioni molto importanti.

 

Spero vogliate perdonarmi questa autocitazione (tratta dal mio sito) quale possibile strategia di contenimento del bruxismo.

 

 

Riferimenti scientifici per approfondimenti:

Glossary of Periodontal Terms 4th Edition Copyright 2001 by The American Academy of Periodontology

Il bruxismo nella clinica odontoiatrica, cap. 6, pag. 85-99 dr. Roberto Rotundo (quintessenza odontoiatrica, 2015)