Neoplasia della vescica: oltre gli schemi di prima linea, ormai standard da anni, Vinflunina è la prima novità nel trattamento di seconda linea della patologia avanzata.

In quest’ultimo quinquennio, si è assistito allo sviluppo “sprint” di nuovi farmaci che hanno colmato il vuoto nel trattamento delle neoplasie renali (sunitinib, sorafenib, bevacizumab, temsirolimus, everolimus…) e della prostata (abiraterone, carbazitaxel…), mentre per la vescica siamo ancora agli albori.

Nel trattamento di prima linea della patologia metastatica, siamo fermi a schemi a base di platino MVAC o Gemcitabina e Platino, con predilezione a quest’ultimo schema per il miglior profilo di tossicità; con essi la sopravvivenza mediana stimata è di 14.8 e 13.8 mesi, rispettivamente.

Ma è dopo progressione di malattia con schemi contenenti platino che si è brancolati nel buio, spesso utilizzando solo terapie di supporto.
Nel 2009, su Journal of Clinical Oncology, veniva pubblicato uno studio di Bellmunt in cui veniva testato un nuovo farmaco Vinflunina, un alcaloide della vinca (una delle classi di farmaci utilizzati in chemioterapia) di terza generazione. Esso si lega a una proteina presente nelle cellule ("tubulina") che è importante nella formazione dello "scheletro" interno che le cellule usano per ricostituirsi quando si dividono e ne blocca la formazione dello scheletro, impedendo la divisione e la proliferazione delle cellule tumorali.

 

Vinflunina in associazione alle migliori cure di supporto si è dimostrato, nello studio su citato, più efficace della migliore cura di supporto soltanto nel prolungare la sopravvivenza.

Tuttavia, è stata osservata una differenza tra pazienti che soddisfacevano i rigorosi requisiti di reclutamento per lo studio. In questo gruppo di persone i soggetti trattati con Vinflunina, sono sopravvissuti 6,9 mesi rispetto ai 4,3 mesi di sopravvivenza dei pazienti a cui non era stato somministrato il farmaco. Questi dati seppur possano sembrare minimi sono statisticamente significativi, tenendo conto che si tratta di pazienti già trattati con chemioterapia.

Gli effetti indesiderati più comuni (circa 1 paziente su 10) sono trombocitopenia (riduzione delle piastrine nel sangue), leucopenia (diminuzione del numero di globuli bianchi), anemia (diminuzione del numero di globuli rossi), mancanza di appetito, neuropatia sensoriale periferica (danno a carico dei nervi periferici - ossia esterni al cervello e al midollo spinale, con conseguente riduzione della sensibilità), costipazione, dolori addominali, vomito, nausea, stomatite (infiammazione delle mucose del cavo orale), diarrea, alopecia (perdita di capelli), mialgia (dolori muscolari), astenia (perdita di forze ed energie), reazioni in corrispondenza del sito di iniezione, febbre e perdita di peso.

Tali effetti sono comunque noti in quasi tutti i trattamenti sistemici chemioterapici e facilmente gestibili con adeguate terapie di supporto.

 

Un altro studio di fase III con gemcitabina e paclitaxel, è stato disegnato confrontando un trattamento breve (sei cicli) verso prolungato (terapia fino a progressione), ma le conclusioni sono deludenti e con tossicità poco accettabili, tenendo conto che siamo in un subset di pazienti pretrattati.

In atto sono in studio, in fase preliminare, molte molecole alcune delle quali già utilizzate in altre patologie del tratto genitourinario, ma di cui ad oggi non si hanno dati sensibili. Sarebbe importante avere altri farmaci ben tollerati a disposizione soprattutto perché spesso i pazienti con problematiche vescicali sono di età avanzata e con importanti comorbidità.