Ecco i nuovi farmaci per il trattamento del tumore del rene.

Fattori di rischio - tumore al rene

I tumori renali maligni rappresentano il 3% di tutti i cancri nell’uomo e l’adenocarcinoma del rene, o carcinoma a cellule renali, costituisce circa l’85-90% di tutti i tumori renali. Il suo sviluppo e le manifestazioni cliniche possono essere capricciose. Nel 30% dei pazienti con questa neoplasia la diagnosi viene posta in base a sintomi e segni non urologici.

Questa neoplasia inoltre può essere asintomatica fino ad un momento relativamente tardivo della sua storia naturale; alla diagnosi circa un quarto dei malati hanno metastasi evidenti, ed un 30% ha micrometastasi occulte. Tra i tumori, di fatti, è uno dei più imprevedibili.

Può impiegare anche decenni per svilupparsi, rimanere silente, non produrre sintomi. In altri casi invece la sua crescita è rapida ed aggressiva.
E’ al terzo posto tra i tumori urologici (dietro il tumore della prostata e della vescica); colpisce più il sesso maschile rispetto a quello femminile con un rapporto di 2-3:1, l’età più colpita è compresa fra i 50-60 anni (età media 57 anni).

Ogni anno vengono diagnosticati circa 26.500 nuovi casi e vi sono 10.700 decessi per questa causa (dati relativi all’anno ‘97).
L’incidenza di questo tumore è massima in Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia e minima nei paesi orientali (paesi asiatici ed africani); inoltre l’incidenza dell’adenocarcinoma renale è maggiore in ambiente urbano rispetto a quello rurale.

Sebbene rari, sono stati descritti casi familiari di carcinoma renale, anche se l’esistenza di un gene con suscettibilità alla neoplasia è stata ipotizzata ma non ancora dimostrata.
Il fattore genetico è stato supposto in quanto questo tumore è stato trovato in associazione con la malattia di von Hippel-Lindau, (alterazione autosomica dominante caratterizzata dallo sviluppo di tumori multipli del S.N.C., feocromocitoma e carcinomi a cellule renali bilaterali); infatti, in circa un terzo dei pazienti con tale patologia si sviluppa l’adenocarcinoma renale.
Questa neoplasia in associazione con tale malattia spesso è bilaterale e plurifocale.

L’eziologia del tumore renale prevede oltre al fattore genetico anche il fattore endocrino.
Alcuni studi hanno dimostrato che pazienti trattati con dietilstilbestrolo (sostanza estrogena) presentano un rischio aumentato di carcinoma del rene, ma tali affermazioni attendono ancora conferme.

Oltre a tutto ciò, ritroviamo fra i fattori di rischio: il fumo di sigaretta, l’obesità, diete ricche di grassi animali e di colesterolo, l’uso eccessivo di analgesici contenenti fenacetina, la
malattia renale policistica dell’adulto, l’esposizione professionale ad asbesto, cadmio, prodotti petroliferi e per la concia del cuoio.

 

I nuovi farmaci target mirati

In poco tempo da una situazione in cui per le neoplasie del rene si aveva a disposizione solo due farmaci (interferone ed interleuchina), si è passati ad un ‘ingorgo’ di farmaci a disposizione.

Negli ultimi due anni, cinque differenti molecole ad azione antiangiogenetica, cioè capaci di bloccare la crescita dei vasi sanguigni che portano nutrimento al tumore, hanno dimostrato una importante azione antitumorale, nei pazienti affetti da neoplasia renale (RCC).

Quattro agenti in monoterapia (SUNITINIB, SORAFENIB, TEMSIROLIMUS ED EVEROLIMUS) ed uno in associazione con interferone alfa (BEVACIZUMAB) hanno fatto registrare un buon controllo nella malattia in fase avanzata.

Ad oggi ancora nessuno di loro è stato confrontato con un altro, ma sono stati studiati in confronto con il farmaco standard (o ex tale) che era l’intereferone alfa; pertanto non è possibile ad oggi eseguire una comparazione diretta tra i diversi farmaci.

Quello che si sta cercando di attuare ad oggi è di utilizzare i farmaci in funzione dei fattori prognostici della malattia, dell’aspettativa di vita e delle comorbidità del paziente.

Inoltre alcuni studi retrospettivi (che rivedono studi già attuati cercando di estrapolare dei dati particolari, per esempio l’efficacia in un particolare tipo di pazienti etc), hanno rilevato come non vi sia resistenza crociata tra le diverse molecole supportandone quindi l’utilizzo l’uno alla progressione dell’altro (sunitinib dopo sorafenib e viceversa, everolimus dopo sunitinib o sorafenib, sunitinib e sorafenib dopo regimi contenenti bevacizumab).

Inoltre i differenti meccanismi di azione stanno permettendo l’effettuazione di studi in cui i farmaci sono utilizzati in associazione al fine di ottenere una migliore sinergia d’azione.

Pertanto ad oggi nella scelta di una terapia target mirata si deve tenere conto di alcuni concetti fondamentali, di seguito elencati:

  1. Suddividere i pazienti secondo i criteri prognostici del Memorial Sloan Kettering (MSKCC)
  2. Scegliere il trattamento di base in base alle finalità dello stesso (regressione obiettiva? Stabilizzazione o cronicizzazione?)
  3. Personalizzare la scelta terapeutica in funzione dell’età e delle comorbidità del paziente
  4. Ricordare che un trattamento chirurgico anche nella malattia avanzata può essere un’importante risorsa terapeutica

Tali compiti di valutazione e le conseguenti scelte terapeutiche, sono pertanto affidati all’oncologo medico che ha in gestione il paziente, tenendo inoltre conto delle indicazioni dell’AIFA (agenzia Italiana del farmaco), che in atto ha il monitoraggio prescrittivo di queste nuove molecole.