Il termine di caviglia del calciatore, tradotto dall’inglese “Footballer’s ankle” viene utilizzato per indicare quella particolare condizione morbosa in cui si realizza un impingement osseo tibio-astragalico anteriore

Introduzione

Nella pratica del calcio vi è un alto coinvolgimento delle strutture anatomiche che compongono la caviglia (legamenti, ossa, cartilagine articolare) le quali possono andare incontro sia a lesioni acute macrotraumatiche, sia a lesioni croniche da “overuse”, cioè causate da microtraumi ripetuti nel tempo.

Il termine di “caviglia del calciatore”, tradotto dall’inglese “footballer’s ankle”, viene utilizzato per indicare quella particolare condizione morbosa in cui si realizza un impingement osseo tibio-astragalico anteriore.

Ma che significa impingement osseo tibio-astragalico anteriore?
Innanzitutto la parola impingement (letteramente “attrito”, “urto”) indica una situazione anomala in cui due strutture anatomiche entrano in conflitto tra di loro.

Nel caso della caviglia del calciatore le strutture incriminate sono la porzione distale anteriore della tibia ed il collo dell’astragalo (impingement osseo) ove a seguito di microtraumi ripetuti si assiste alla formazione di alcune escrescenze ossee, denominate osteofiti che durante i movimenti di flessione ed estensione della caviglia entrano in conflitto tra di loro generando dolore e limitazione articolare (vedi figura).

Questa situazione si osserva abbastanza di frequente tra i calciatori. E’ stato dimostrato infatti che durante la calciata ed in particolare quando si colpisce “a collo pieno”, la caviglia e il piede si trovano flessi verso il terreno e il maggior sito d’impatto del pallone coincide con la regione anteriore della caviglia, laddove appunto si assiste alla formazione degli osteofiti.

Quali sono i sintomi e come si fa la diagnosi?

La sintomatologia è caratterizzata da dolore anteriore sul collo del piede. Il dolore diventa progressivamente sempre più acuto soprattutto durante la flessione dorsale del piede che può risultare anche limitata. La diagnosi viene confermata da una radiografia che nelle proiezioni laterali permette di evidenziare dimensioni e sede degli osteofiti.

Talvolta, nonostante l’evidenza clinica, la radiografia risulta negativa. In questi casi andrebbe eseguita una RMN (risonanza magnetica) per valutare un conflitto correlato alla presenza di tessuto fibroso “esuberante” in eccesso (impingement fibroso tibio-astragalico). Inoltre con L’RMN è possibile visualizzare e quantificare le lesioni legamentose e soprattutto condrali cioè  della cartilagine articolare, frequentemente associate alla condizione di impingement.

 

Quale tipo di trattamento è indicato?

Quando il trattamento conservativo ben eseguito (ghiaccio, ultrasuonoterapia, eventuali onde d’urto) e continuato per 3-6 mesi fallisce, la caviglia dolorosa del calciatore rappresenta senz’altro una delle principali indicazioni al trattamento artroscopico.

L'artroscopia è una tecnica chirurgica che, attraverso piccole incisioni di pochi mm., sotto la guida di un sistema a fibre ottiche collegato ad una telecamera ed un video, permette di visualizzare una articolazione senza danneggiare in modo rilevante le strutture anatomiche che la compongono, a vantaggio di un recupero post-operatorio e funzionale piu rapido.

Il trattamento artroscopico della caviglia comunque deve essere eseguito in centri specializzati in quanto richiede una adeguata preparazione di settore, la necessaria esperienza e una strumentazione idonea.

In teoria rimuovendo artroscopicamente gli osteofiti dovrebbe scomparire il dolore e l’attività sportiva può essere rapidamente ripresa. Ciò tuttavia non sempre avviene perchè nella caviglia del calciatore spesso coesistono lesioni cartilaginee in grado di pregiudicare il decorso postoperatorio.

Questo tipo di complicazione può essere minimizzato se con il trattamento artroscopico oltre all’asportazione degli osteofiti si effettua anche il “drilling” delle lesioni condrali, il che significa effettuare delle perforazioni sulla cartilagine articolare malata in modo da stimolarne la guarigione attraverso un miglioramento della sua vascolarizzazione. Inoltre sempre per via artroscopia è possibile aggredire le lesioni condrali effettuando innesti/trapianti di cartilagine, con prelievo singolo o multiplo da una sede non di carico della caviglia o da altra sede articolare (es. ginocchio).

Gli innesti possono anche essere costituiti da tessuto ottenuto prelevando cellule cartilaginee dal paziente e inviandole a coltura, per poi essere successivamente reimpiantate.

Il paziente deve essere comunque informato in maniera corretta ed esaustiva sul tipo di metodica che intendiamo utilizzare e dei suoi risultati a breve e a lungo termine in relazione al caso, all’esperienza personale e ai dati della letteratura. A questo proposito possiamo dire che la percentuale di risultati positivi diminuisce se sono presenti lesioni condrali estese.

Confidiamo in studi futuri sulla terapia genica e sui fattori di crescita per ottenere una alta percentuale di successi anche in questi casi.